Brevi da Israele.net
MEDIO ORIENTE,

2007-05-28 Redazione >Israele

29/05/2007 Almeno 14 missili Qassam palestinesi lanciati lunedì dalla striscia di Gaza su Israele. Un ferito a Sderot. In fiamme i campi di un kibbutz nel Sha'ar Hanegev Regional Council. Rivendicazione Brigate Tzalach a-Din (Fronte Popolare).

28/05/2007 Da lunedì riprendono le lezioni nelle scuole di Sderot, ma solo nelle aule messe in sicurezza e senza mai uscire in cortile.
28/05/2007 Hamas ha respinto domenica sera la richiesta del presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) di cessare i lanci di missili Qassam su Israele. Uno dei portavoce, Iman Taha, ha dichiarato che Hamas "non alzerà bandiera bianca e non capitolerà".
28/05/2007 Tiri di mortaio e lanci di Qassam palestinesi domenica sera dalla striscia di Gaza verso Israele.
28/05/2007 Raid aereo israeliano domenica sera su una postazione di Hamas a Dir el-Balah (striscia di Gaza).
28/05/2007 Attacco con armi da fuoco domenica pomeriggio contro agenti di sicurezza israeliani presso la barriera difensiva in costruzione nella regione di Ramallah. Rivendicazione delle Brigate al-Aqsa (Fatah). Sabato un analogo attacco dello stesso gruppo alle porte di Gerusalemme aveva gravemente ferito due agenti israeliani.
28/05/2007 Il vice primo ministro palestinese Azam Al-Ahmed ha dichiarato domenica che il suo movimento Fatah non intende incontrare al Cairo i rappresentanti di Hamas in Egitto nel quadro di negoziati per superare la lotta interna palestinese. Poco prima il sottosegretario politico di Hamas Mussa Abu Marzuk aveva dichiarato che la sua organizzazione manderà rappresentanti al Cairo in previsione di negoziati con l'Egitto, ma questi inviati non si incontreranno con rappresentanti di Fatah.
28/05/2007 Non cessa l'aiuto umanitario israeliano. Un'ambulanza del Magen David Adom (Stella Rossa di Davide) è stata mandata domenica al valico di Erez fra Israele e striscia di Gaza per trasportare in un ospedale israeliano una ragazzina palestinese affetta da grave insufficienza cardiaca.
28/05/2007 Per ragioni di sicurezza, il ministero dei trasporti israeliano ha nuovamente proibito fino a nuovo ordine i voli di aerei per la diffusione di antiparassitari sui campi del Negev occidentale in un raggio di 3 km dalla striscia di Gaza. I servizi di sicurezza temono che i palestinesi mirino i loro razzi contro questi aerei. Proteste degli agricoltori secondo i quali la misura causerà loro danni per quasi 50 milioni di shekel.
28/05/2007 Raddoppiata in due anni l'esportazione delle mele del Golan verso la Siria attraverso il passaggio di Kuneitra. La Siria, che non riconosce Israele, accetta le mele del Golan perché lo ritiene territorio siriano (occupato).
28/05/2007 Nonostante tutte le difficoltà, Israele è in piena crescita economica. Durante il primo trimestre 2007 il PNL è aumentato del 7,3% rispetto all'ultimo trimestre 2006, pari a un tasso di crescita annuale del 6,3%.
28/05/2007 Referendum in Siria: gli elettori devono rispondere ''sì'' o ''no'' alla domanda: ''Approvate la candidatura del dottor Bashar Al-Assad al posto di presidente della repubblica?'' Nessun dubbio sul risultato.
28/05/2007 Nel corso della riunione domenicale del governo, il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha avvertito che i gruppi armati palestinesi che non godono di alcuna immunità. Facendo riferimento ai dirigenti di Hamas, ha aggiunto: ''Nessun individuo implicato col terrorismo gode di impunità".
28/05/2007 "Israele deve prepararsi a un confronto a lungo termine con i palestinesi''. Lo ha dichiarato domenica il primo ministro israeliano Ehud Olmert alla riunione settimanale del consiglio dei ministri, precisando che Israele non può fare affidamento su eventuali accordi raggiunti fra fazioni palestinesi.
28/05/2007 "La caduta di Sderot significherebbe la caduta del sionismo". Lo ha detto domenica il sindaco della città Eli Moyal. "Se si vuole rafforzare questa città, occorre riempirla e non svuotarla '', ha aggiunto.
28/05/2007 Si chiamava Oshri Oz, 35 anni, di Hod Hasharon l'israeliano colpito e ucciso nella sua auto domenica mattina durante una ondata di lanci di Qassam palestinesi su Sderot. Era venuto nella città a riparare computer. Padre di una bambina di 2 anni, attendeva un secondo figlio. Le Brigate Ezzedin al-Qassam (Hamas) hanno rivendicato i lanci di domenica mattina sui civili israeliani sostenendo che si tratta di "legittimo diritto del popolo palestinese".
28/05/2007 Il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni insiste perché Israele si riservi il diritto di agire contro Hamas anche in caso questa dichiari una presunta "tregua". Secondo la Livni "una situazione di tregua che non fermasse il riarmo di Hamas sarebbe molto pericolosa".
28/05/2007 Numerosi "parchi industriali" in Cisgiordania per creare posti di lavoro palestinesi: Israele e Autorità Palestinese cooperano nell'individuare queste zone di sviluppo. Sono già in atto progetti nell'agricoltura e nel tessile nella regione di Jenin e di Shaar Efraim, vicino a Tulkarem. Il Giappone dovrebbe associarsi a una nuova iniziativa per la lavorazione di prodotti agricoli nei pressi di Gerico.
28/05/2007 Il governo libanese ha prorogato di 72 ore l'ultimatum lanciato alle fazioni palestinesi per raggiungere "un compromesso politico" con il gruppetto filo-al Qaeda Fatah Al-Islam. Secondo il giornale Asharq al-Awsat, l'esercito esige che si arrendano i terroristi che nei giorni scorsi hanno ucciso soldati libanesi.
28/05/2007 Le Forze di Difesa israeliane non decidono le proprie azioni anti-terrorismo nella striscia di Gaza in relazione al numero di Qassam lanciati su Israele, bensì in base a considerazioni tattiche e operative secondo un "piano continuativo" contro i lanciatori di Qassam, le infrastrutture di Hamas, la catena di produzione dei missili e i trasferimenti di fondi. Lo ha chiarito domenica il ministro della difesa nella riunione del consiglio dei ministri, aggiungendo che durante la settimana sono state attaccate 14 postazioni terroristiche con 59 morti, di cui 46 terroristi Hamas, 4 della Jihad Islamica e 9 civili.
28/05/2007 Shaker al-Abassi, presunto capo del gruppo terrorista palestinese filo-Al Qaeda Fatah Al-Islam che da una settimana combatte l'esercito libanese nel nord del Libano, in un video diffuso dalla tv Al Jazira ha dichiarato che il suo gruppo "continuerà la lotta contro americani ed ebrei".

Ragionpolitica.it

Soldati d'Israele
di Gabriele Cazzulini – 29 maggio 2007

Israele. Il senso della morte resta la vita. Bisbigliando sottovoce, per quanto pietrificante, la semplicità di questo granitico messaggio può essere compresa soltanto nell'esperienza. Ogni corda con cui legare in logiche lambiccate i nastri sciolti della vita è meglio lasciarla alle pagine dei libri. Cosa c'è di meglio per comprendere la vita se non la morte? Cosa c'è di meglio per comprendere la morte se non coloro che hanno in mano i fili della vita e della morte? I soldati. L'immagine dell'esercito di Israele è stata abbruttita ad arte nella maschera dell'orda barbarica che conquista, saccheggia, violenta e distrugge inermi popolazioni di vecchi e fanciulli. I soldati di Israele sono l'esercito invasore del popolo occupante – diventando perciò doppiamente colpevoli. Da questo scenario grondante di finto sangue scorre il sangue vero, quello versato dai soldati in carne ed ossa. C'è quasi stupore nel modo in cui un non-ebreo come me, per quanto tenti di documentarsi su Israele, scopra in modo completamente casuale il senso della vita per un ebreo quando ne ha appena scoperto il senso della morte. E tutto ciò avviene in relazione a quell'armata di orchi che è l'esercito israeliano. Non c'è bisogno di precisare che la cartapesta dell'ideologia si sfalda davanti alla solidità della vita e della morte – e proprio in questo bacio tra opposti c'è un unico senso possibile.

Alex Singer aveva compiuto 25 anni il giorno della sua morte, il 15 settembre 1987. La sua giovane vita imboccò la via maestra nel momento in cui Alex decise di emigrare da New York in Israele accettando di prestare la leva militare obbligatoria. L'apparente rinuncia ad una fulgida carriera accademica, ad una vita distesa nelle comodità, segnò invece l'accoglimento di una vita poggiata sulla risposta ad una elementare quanto tremenda domanda: che cosa è giusto fare? Per cercare la risposta Alex studiò l'ebraico e l'arabo, viaggiando per l'Europa e il Medioriente. Alla fine, per lui, era giusto trasferirsi in Israele e combattere per la sua difesa. L'ha fatto. Ma era anche giusto morire – e così accadde nel corso di un'imboscata sul confine col Libano. La vita di Alex è tutta raccolta negli album da disegno e nelle lettere su cui la sua matita disegnava il volto del mondo. Schizzi di paesaggi colorati accanto a complessi disegni che s'incastrano l'uno dentro l'altro creando sequenze che trascinano l'occhio alla scoperta dell'interiorità della vita quotidiana.

Benji Hillman è morto lo scorso 20 luglio. Anche lui morto in Libano, anche lui nato fuori da Israele, in Inghilterra. Si era sposato tre settimane prima, riuscendo a trascorrere solo un fine settimana insieme alla sua sposa nella loro nuova casa. La sua famiglia sta raccogliendo due milioni di dollari per edificare un ostello in cui ospitare soldati senza famiglia o senza casa, spargendo quel sentimento di attaccamento e protezione familiare che continua ad animare il ricordo di Benji. Da una famiglia spezzata nasce una nuova famiglia. E' stupefacente quanto sia istantaneo il ribaltamento della vita in morte e della morte in nuova vita. Non è metafisica da quattro soldi. E' il rivestimento di un'esistenza esposta a cinquant'anni di guerre interrotte da brevi tregue. Solo incrociando vita e morte la guerra diventa vivibile. La guerra stessa diventa un fatto abituale che non squarcia la vita perché ne rappresenta una dolorosa ma necessaria integrazione. Vita, morte, guerra, pace: non ci sono più coppie artefatte, tutto si mescola. Politica, economia, tecnologia, arte – è tutto impastato.

Questa comunione determina una sostanziale continuità tra le differenti sfere di vita, perché la minaccia che opprime Israele è sempre la stessa, in ogni momento, sia per un soldato che per un civile. Con questa angolatura svanisce l'illusione ottica dei soldati che invadono e saccheggiano. Resta la realtà di Alex e Benji, resta la loro vita oltre la morte.

Gabriele Cazzulini

cazzulini@ragionpolitica.it

Israele: alla conquista della tecnologia nel deserto

Primo al mondo come numero di scienziati in proporzione agli abitanti, l’immagine di Israele consegnataci dagli indicatori macroeconomici parla di un paese dinamico, il cui Prodotto Interno Lordo si attesta a 144 miliardi di dollari per il 2006, con prospettive di crescita per l’anno corrente. Il Pil pro capite è di circa 26.000 dollari, mentre il tasso di crescita è del 5% con un aumento costante negli ultimi anni, frenato solo parzialmente dalle periodiche crisi politico militari che il paese attraversa. A fronte di una popolazione di 7 milioni di abitanti, la disoccupazione rimane poco sotto l’8%, l’inflazione è al 2%, per un debito pubblico in percentuale sul Pil intorno dell’89%, peraltro in costante calo negli ultimi anni.

Gianluigi Lopes

Equilibri.net (29 maggio 2007)

Economia di guerra

Anche le guerre hanno i loro costi, Israele è impegnata dalla sua nascita nel conflitto “arabo – israeliano” anche in termini di spesa. Le varie guerre non sono altro che l’acuirsi di un unico costosissimo conflitto: la sola escalation militare libanese dell’estate 2006, è costata una cifra pari al 5% del Pil. Per non parlare della cosiddetta economia di guerra che vede lo stato costantemente impegnato nel mantenimento di un ampio apparato militare, a cui vanno aggiunti i costi dell’occupazione dei Territori.

Liberalizzazioni e privatizzazioni

I governi di destra degli ultimi anni si sono attivati nel promuovere la liberalizzazione dell’economia, nel fissare obiettivi realistici per le politiche perseguite, soprattutto in ambito fiscale, e nel riavviare il programma di privatizzazione, rimasto fermo in una fase di stallo. I progressi fatti nel controllo della spesa pubblica hanno favorito la stabilizzazione dell’economia e la riforma del mercato finanziario ha indotto una maggiore diversificazione delle opzioni di finanziamento per le imprese. Oggi il Pil è composto per oltre il 70% dal terziario, dove l’hi-tech occupa la parte preponderante, il secondo settore –poco sotto il 30% del Pil- è composto da un’industria sempre più a rimorchio del terziario avanzato: telecomunicazioni, aviazione, fibre ottiche, macchinari ospedalieri, sono i comparti nei quali si impiegano gli sforzi maggiori, oltre a settori tradizionali come il chimico e a quelli fortemente settorializzati come il commercio e il taglio dei diamanti. Anche l’edilizia riveste un ruolo importante, specie nell’economia delle politiche di ampliamento dei grandi centri urbani, e di urbanizzazione degli insediamenti nei Territori occupati nel ’67 che, oggi, a distanza di quaranta anni, annoverano vere e proprie città.

Agricoltura, un modello su scala globale

Discorso a parte meriterebbe l’agricoltura, oggi si assesta intorno al 3% del Pil, ma è stata il motore di sviluppo economico e modello sociale fin dalla nascita dello Stato. I coloni ebrei hanno saputo sviluppare una tecnologia irrigua che ha moltiplicato la produttività di ogni litro d'acqua imponendo la propria agricoltura come modello insuperato di efficienza di irrigazione, discorso analogo vale per il comparto dei fertilizzanti. Una generazione di agronomi e di ingegneri ha consolidato il primato tecnologico, consentendo di sopperire al calo delle vendite di prodotti agricoli, con la vendita crescente di impianti sempre più sofisticati. Il know how accumulato, pone il paese in una posizione privilegiata rispetto alla sfida della desertificazione, e più in generale alle emergenze idriche sempre più frequenti a livello mondiale. Ultimo progetto avveniristico figlio di questa cultura è la desalinizzazione, d’intesa con il governo giordano, del Mar Morto per renderne utilizzabile l’acqua per fini agricoli.

Investimenti esteri e andamento della moneta

Gli investimenti esteri, pubblici o privati che siano (su tutti Stati Uniti e organizzazioni ebraiche), rappresentano da sempre un punto fermo dell’economia del paese. La crescita degli investimenti diretti esteri in Israele negli ultimi anni è stata determinata da molteplici fattori, tra cui l’avvio del processo di privatizzazione di importanti settori dell’economia e la progressiva globalizzazione del mercato israeliano, in particolare attraverso la conclusione di accordi di libero scambio con gli Stati Uniti e l’Unione Europea.Ma, soprattutto, è stato il boom della new economy legata all’hi-tech, il motore trainante di crescita degli investimenti esteri: basti pensare che quasi tutte le maggiori imprese statunitensi nel campo delle alte tecnologie hanno compiuto investimenti diretti in Israele e costituito nel paese centri di ricerca. Lo shekel dal canto suo, continua ad essere sensibile agli sviluppi della scena politica, delle oscillazioni dei prezzi del petrolio, e delle condizioni di sicurezza; tali fattori, insieme all’evoluzione della politica fiscale e alla probabilità di ulteriori riforme del sistema di tassazione, hanno di solito un impatto soltanto di breve termine sulla valuta, guerre permettendo. Oggi per compare un dollaro, occorrono meno di quattro shekel, per un euro più di 5.

L’economia della conoscenza

Primo al mondo per numero di scienziati ed ingegneri rispetto alla popolazione (150 ogni diecimila abitanti), il paese occupa il secondo posto nel campo dell’alta tecnologia, dopo gli Stati Uniti e si colloca prima dello stesso Giappone. Una serie di concause spiegano questo primato, non da ultima una società multietnica colta e poliglotta. È storica, ad esempio, l'ondata di “cervelli” russi installatisi nel paese fra il 1989 e il 1995, qualcosa come 750mila persone, fra le quali 11mila ricercatori ed ingegneri, pari all'epoca all'1,5% della popolazione.

La nuova colonizzazione israeliana sarà quindi tutta rivolta al prodotto immateriale, parlerà il linguaggio internazionale del web e della ricerca. I fattori che hanno consentito questa trasformazione, sono innanzitutto il sistema decentralizzato di una politica scientifica che opera all'insegna della precompetitività, capace di coordinare le priorità, sia a livello di progetti di ricerca fondamentale, sia in tema di strategie industriali. In secondo luogo, la spesa che il paese riserva alla ricerca e sviluppo è di circa il 3% del prodotto interno lordo. Due aspetti che sottolineano il passaggio, avvenuto nel giro di pochi decenni, da un'economia essenzialmente agricola ad una industriale e oggi caratterizzata da tecnologie d'avanguardia.

L’ultima sfida: la “Silicon Valley” nel deserto del Negev

Altro programma di grande innovazione oggetto di discussioni nel paese, è quello di creare a Beersheba, nel cuore del deserto del Negev dove sorge l'Università Ben Gurion, una sorta di “Silicon Valley”. Si auspica lo sviluppo del deserto, quello del Negev, che è pari al 60% del territorio israeliano ed ospita attualmente meno del 10% della popolazione. Il grande progetto fortemente voluto da Avishai Braverman, presidente della prestigiosa Ben Gurion University – una università nel deserto del Negev con oltre 25.000 studenti -, è di realizzare nella zona di Beersheba e dintorni quello che avvenne con l'università di Stanford in California o ancora, in Israele, con l'alta scuola del Technion ad Haifa. Vale a dire, riuscire a convincere le grandi industrie a stabilire insediamenti produttivi, supportati da adeguate strutture di ricerca, in quest’area. Già esistono incentivi governativi, circa il 30% di riduzioni fiscali per nuovi investimenti. Ed esempi vincenti in proposito non mancano in Israele.

Contraddizioni nel modello di sviluppo israeliano

A fronte di progetti impensabili per la maggior parte dei paesi, e di un’economia rampante, non mancano le contraddizioni nella rincorsa del modello neo liberista. Negli ultimi anni si sta assistendo allo smantellamento dello stato sociale fondato dai laburisti che avevano ininterrottamente guidato il paese dalla nascita al ’77, e poi ancora negli anni ottanta e novanta. Secondo alcuni, tra i quali lo stesso Braverman, uno dei problemi principali con cui il paese si troverà sempre più a fare i conti, sta nella crescita preoccupante della disuguaglianza con una tendenza in costante crescita. La compagine dei meno abbienti è composta in testa dagli arabo israeliani (i cittadini israeliani di origine araba che hanno accettato la cittadinanza fin dal 1948), seguiti dai drusi e dai cristiani che insieme agli arabi compongono oltre il 20% della popolazione. A seguire le comunità ebraiche d’origine africana e poi gli ebrei sefarditi tradizionalmente esclusi dalle elite burocratiche e politiche ad appannaggio degli ebrei askenaziti. Con un turismo che dopo l’impennata del Giubileo del 2000, sta vivendo una crisi che va di pari passo alle escalation belliche, il paese si trova dinnanzi sempre gli stessi ostacoli verso una normalizzazione tangibile. Altro nodo gordiano è la questione dei Territori. Qualsiasi soluzione negoziale non può prescindere da una rilettura dei rapporti economici tra Israele e i vicini arabi, con i Palestinesi in testa. Il tacito accordo che aveva retto –precariamente– fino allo scoppio della prima Intifada nel 1987 era: territori in cambio di lavoro, dove la manovalanza palestinese a basso costo lavorava nelle fabbriche israeliane anche dei coloni stessi. Questo modello, per tutta una serie di motivi, oggi è totalmente superato.

Conclusioni

Alcuni analisti, nella prospettiva di una “irlandesizzazione del conflitto” , hanno paventato un rapporto economico tra Israele e i territori (Gaza a parte che in questo momento non ha un’economia), dello stesso tipo di quello che intercorre tra Stati Uniti e Messico. Secondo questa visione, la prossima sfida starebbe nel creare un’area di libero scambio oltre la linea verde: una sorta di Nafta (North American Free Trade Agreement) per il Medio Oriente con un’area di libero scambio esentasse per merci e prodotti, tra Israele e i Territori, da allargare ai vicini arabi. A fronte di un Pil che è di circa 20 volte più grande tra Israele e quello della Palestina, quello pro capite oltre sei volte, non sono pochi i dubbi su questa chiave di lettura che non tiene in giusta considerazione troppi fattori, magari non squisitamente economici ma assolutamente vitali. Fra tutti la mobilità dei palestinesi nei e tra i Territori e per Israele. Quella che è considerata l’unica vera democrazia del Medio Oriente, riamane una democrazia a doppio binario, vale a dire reale ed effettiva solo per i cittadini israeliani con un’esclusione degli occupati arabi. Lo stesso meccanismo si è riprodotto in economia con un grande divario tra gli israeliani e i vicini arabi, e come abbiamo visto, non sono poche le discrepanze socio economiche, che pare siano destinate ad aumentare, anche all’interno dei cittadini israeliani stessi.

Giordania: le relazioni diplomatiche ed economiche con Israele e Autorità Palestinese

A partire dal World Economic Forum, tenutosi di recente sulle rive del Mar Morto in Giordania, si è sviluppata un’importante attività diplomatica da parte del re Abdallah II di Giordania, in merito al conflitto arabo-israeliano. Dopo aver incontrato il vicepresidente Usa, al quale ha ribadito la necessità di una pace immediata, ha avuto colloqui con il presidente israeliano Olmert e cercato di incontrare il presidente dell’Autorità Palestinese (AP) Abu Mazen.

Domenico Guglielmi

Equilibri.net (30 maggio 2007)

Dopo una prima fase iniziale di incontri, il re ha fatto visita anche al Congresso americano, dove ha ribadito che solo gli Usa hanno la concreta possibilità di rendere definitiva la pace tra Israele e Palestina. Abdallah II ha ufficialmente messo a conoscenza l’Amministrazione Usa della proposta di pace araba (concordata tra 22 Stati ad un recente incontro della Lega Araba), definendola un occasione unica per Israele. Il piano prevede il riconoscimento dei paesi arabi di Israele, in cambio della restituzione dei Territori Occupati dopo il 1967, con il conseguenze riconoscimento di uno Stato Palestinese. Il re Abdullah II sta spingendo direttamente anche nei confronti dei vertici politici delle due parti. Nel recente colloquio con il premier israeliano Olmert, c’è stata un’apertura diplomatica da parte di quest’ultimo sulla possibilità di portare avanti un negoziato diplomatico basato su una “pace in cambio dei territori occupati”. Il re ha messo in evidenza la drammatica situazione di sofferenza dei palestinesi, con 3/5 della popolazione disoccupata, alla fame e frustrata, sempre più pronti ad azioni violente. Il re spera che il presidente palestinese riesca a disinnescare la lotta tra Hamas e Fatah a Gaza, e sta invitando i paesi arabi a tenere colloqui diretti con Israele. Tuttavia il premier Olmert, nonostante le aperture alla proposta araba, parla di una controproposta israeliana, ancora non ben delineata nei termini. Allo stesso Olmert, il re, ha ricordato che se Israele continuerà ed espandere i suoi insediamenti nei Territori Occupati, ogni speranza di pace si allontanerebbe, sottolineando con forza che questo è il momento storico più adatto per stabilire un tempo limite per la pace.

La diplomazia giordana e l’abbandono dell’Autorità Palestinese

La nuova crisi che si è aperta tra Autorità Palestinese e Israele, ha fatto saltare il viaggio del re Abdallah a Ramallah per incontrare il premier palestinese Mahmoud Abbas. L’incontro al vertice avrebbe dovuto trattare la proposta di Amman di recupero della sua influenza nella West Bank, come nuova iniziativa per la pace. La scoperta da parte dell'opinione pubblica di tale viaggio, che sarebbe dovuto rimanere segreto, ha generato furiose reazioni da parte dei palestinesi giordani (circa 3 milioni, il 50% della popolazione giordana), intimoriti dal fatto che questa manovra di Amman nasca con l’intento di trasferire i palestinesi giordani nella West Bank. Di fronte alla crescita di questo malumore, il primo ministro giordano è andato in visita ad un campo profughi vicino Amman, assicurando i palestinesi di Giordania, che a breve sarà concesso loro il diritto di residenza, con l’acquisizione di tutti i diritti di cittadini (proprietà di terre e immobili). Dopo le assicurazioni, la leadership dei palestinesi giordani è andata oltre e ha chiesto al presidente palestinese di forzare al mano proprio con il re affinché questi conceda il diritto di residenza ai palestinesi di Giordania. Una richiesta che genera non pochi imbarazzi. Il Presidente palestinese non può abbandonare la più grande comunità palestinese all’estero e allo stesso tempo non può contraddire la sua politica in seno alla Lega Araba di obbligare Israele a permettere il ritorno dei palestinesi in patria (diritto sostenuto in ogni accordo di pace con Israele).

Così ufficialmente il presidente Mahmoud Abbas ha chiesto al re giordano di sconfessare queste voci e soprattutto di negare l’esistenza di una accordo con i vertici politici israeliani per portare avanti questo progetto. Il re, spinto dall’intelligence, non ha risposto alle richieste del Presidente palestinese preferendo l’annullamento del viaggio previsto a Ramallah. Da tale situazione emerge una complicazione formale (non nella sostanza) dei rapporti diplomatici con Israele (che attua una politica interna di concessione dei diritti di residenza ai palestinesi) e quindi una crisi nei rapporti con i tre milioni di palestinesi in Giordania (che hanno timore di doversi trasferire) e soprattutto una rottura difficile da risanare con il Presidente palestinese, che teme che con l’accettazione dello status quo dei palestinesi in Giordania, si possa arrivare alla definitiva rinuncia della West Bank e fare il gioco di Israele.

Come uscire da questa empasse diplomatica? La Giordania non sembra avere alternative. Le pressioni americane e israeliane verso un isolamento dell’Autorità Palestinese, sembrano essere troppo forti affinché Amman possa resistere. Il rischio è quello di una rottura definitiva con il governo palestinese. La Giordania in seno alla Lega Araba non è più in grado di svolgere una politica diplomatica di equilibro tra Israele e AP. Ma questa potrebbe non essere una voce fuori dal coro tra i 22 stati arabi. La stessa Lega ha proposto ad Israele, oltre che il riconoscimento di uno Stato Palestinese con capitale Gerusalemme Est, una “giusta soluzione per i rifugiati”. Ma tutto dipende da quest’ultima affermazione. Cosa si intende per “giusta soluzione per i rifugiati”? Perché nel caso in cui intendesse riconoscimento dei diritti di residenza, contraddirebbe la posizione che vuole il riconoscimento di uno Stato Palestinese (infatti il mancato rientro dei profughi andrebbe contro la necessità della nascita di uno Stato), nel caso questo invece significasse un rientro graduale, con il conseguente ritiro israeliano dai Territori, le prospettive per la nascita di uno Stato Palestinese sarebbe concreta. Lo scenario più probabile è quello del riconoscimento dei diritti di residenza dei palestinesi in Giordania, una maggiore isolamento dell’ Autorità Palestinese e mano libera ad Israele per espandere i propri insediamenti. Le sensazioni sono che la Giordania e la Lega Araba, nonostante la posizione ufficiale, potrebbero già da tempo aver negoziato con Israele la “rinuncia ad uno Stato Palestinese”, con le conseguenze, che questa diplomazia genererebbe.

La dipendenza economica da Israele e gli aiuti ai palestinesi

Le relazioni economiche con Israele e Giordania, rendono più chiaro anche il quadro diplomatico appena fatto. Un accordo di strategica importanza ad esempio è quello stabilito al margine del World Economic Forum dove la Giordania ha sottoscritto un accordo con Israele (con la partecipazione anche della UE) per la costruzione di automobili elettriche, nell’ambito di una vasta politica di collaborazione nel campo delle energie alternative. Altro settore di vitale importanza per la Giordania è quello dell’acqua. Il controllo delle risorse idriche della regione è in mano ad Israele, che controlla la valle ormai da nord a sud, dal Golan (non permette l’accesso della Siria alla valle), fino alla West Bank dove con ultime azioni di forza, ha isolato circa 2 milioni di palestinesi dalle rive del Mar Morto e ha definitivamente tolto qualsiasi controllo di risorse idriche per i palestinese, controllandone così l’agricoltura. Oltre al controllo regionale, Israele è anche leader mondiale delle tecnologie legate all’acqua e alla bioagricoltura, proponendosi così alla Giordania come partner al quale non si può prescindere. La collaborazione è ampia anche in campo industriale.Tra i vari “accordi di confine”, prosegue l’espansione delle Zone Industriali Qualificate (ZIQ), dopo la nascita della prima di El Hassan nel 1998. Le aree esenti da tasse prevedono finanziamenti bilaterali e opportunità di investimenti per terzi. Negli anni queste zone hanno portato un importante afflusso di know-how tecnologico per Amman. Questo primo parco ha portato alla creazioni di ulteriori zone, soprattutto nella parte meridionale della Valle del Giordano, estese ormai in tutta la zona di confine.

Per quanto riguarda i rapporti commerciali e gli investimenti tra la Giordania e l’Autorità Palestinese, questi sono regolati da un accordo del marzo del 2006 che prevede un rapporto privilegiato per quanto riguarda le tariffe per beni e prodotti scambiate tra West Bank, Striscia di Gaza e Giordania, un rafforzamento delle relazioni economiche e commerciali e la facilitazione del passaggio di uomini tra i due confini. L’accordo prevede anche iniziative miranti a ricercare le opportunità di investimenti sostenibili tra i due paesi. Nel campo dei trasporti gli accordi sono andati nella direzione di aprire nuovi valichi per il passaggio delle merci, soprattutto per facilitare il trasporto del cemento giordano verso Gaza e West Bank. In ambito agricolo ci sono stati accordi sulla frutta fresca e sulle verdure, e sulla possibilità di ampliare la lista dei prodotti agricoli da scambiare. Tra l’altro la Giordania accetta di dare priorità ad acquistare olio d’oliva dall’Autorità Palestinese, ad un prezzo competitivo, per coprire il fabbisogno del mercato interno Giordano. Se da una lato con Israele i progetti sono di alta tecnologia, con l’ Autorità Palestinese sono legati essenzialmente allo scambio di prodotti agricoli, che con lo sviluppo delle biotecnologie alimentari, e con la possibilità di migliorare i raccolti (tecniche provenienti essenzialmente da Israele), diventano meno appetibili per Amman. Nonostante l’isolamento di Hamas, la Banca Giordana e la Jordanian Gulf Local Bank, finanziano progetti commerciali e industriali dell’ Autorità Palestinese con profitti che vanno dal 10% al 22%, in base alla moneta con cui è elargito il prestito.

Conclusioni

La Banca Giordana prevede che per il 2007 il PIL cresca del 6%. A garanzia di tale crescita la diplomazia giordana ha tutto l’interesse nel mantenere lo status quo nella regione e in tale direzione è l’iniziativa diplomatica del sovrano, destinata a concludersi senza cambiamenti sostanziali nella situazione attuale. Ormai abbandonata l’idea di espandere la sua influenza nella West Bank, l’obiettivo è quello di tutelare i suoi stretti interessi nella zona, legati essenzialmente ai “buoni rapporti” con Israele, che passano soprattutto attraverso il non ritorno dei palestinesi giordani in patria. La questione dell’acqua, i nuovi accordi economici, gli scambi commerciali con Israele, e l’afflusso di know how tecnologico, sono i requisiti necessari per la crescita del paese. Di contro la rottura con Abu Mazen non ha conseguenze dirette. A breve, il rifiuto di Israele della proposta di pace avanzata dal re, renderà ancora più improbabile la pace nella regione. Il risultato di questa fase di trattative è un maggiore isolamento, anche in seno alla Lega Araba, dell’Autorità Palestinese.

Israele, uomo mette al tappeto leopardo entrato in casa

martedì, 29 maggio 2007 1.41

GERUSALEMME (Reuters) РUn israeliano ha ingaggiato un corpo a corpo con un leopardo mettendolo al tappeto dopo che l'animale ̬ entrato nella camera da letto, cercando di mangiarsi il gatto di casa.

"E' saltato sul leopardo e lo ha sbattuto al suolo, poi la moglie ci ha chiamati per portar via l'animale", ha detto Amram Zabari, un ranger accorso a soccorrere i due.

Arthur De Mosh, 45enne guida turistica in un college nei pressi del kibbutz di Sde Boker nella parte meridionale di Israele, è stato svegliato nel cuore della notte dai rumori provocati dal leopardo che stava attaccando il gatto. L'uomo è riuscito a liberare l'animale domestico dalle grinfie del leopardo.

Ronnie King, veterinario del posto ha detto alla tv israeliana Channel 10 che il leopardo aveva dei problemi legati alla malnutrizione.

Secondo gli esperti soltanto una decina di leopardi vivono liberi in Israele.

L'animale catturato ora verrà trasferito in una riserva naturale.

 

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