[b]L'analisi di Fiamma Nirenstein e la cronaca di Francesco Battistini

Testata:Il Giornale – Corriere della Sera
Autore: Fiamma Nirenstein – Francesco Battistini
Titolo: «Il ' no ' della Livni a Netanyahu – Netanyahu vede la Livni. ' Il dialogo va avanti '»

Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 23/02/2009, l'analisi di Fiamma Nirenstein e la cronaca di Francesco Battistini sulla proposta fatta da Benyamin Netanyahu a Tzipi Livni di formare un governo di unità nazionale e sulle motivazioni del suo rifiuto. Ecco gli articoli:[/b]

Netanyahu propone un governo di unità. Livni rifiuta.
L'analisi di Fiamma Nirenstein e la cronaca di Francesco Battistini

Testata:Il Giornale – Corriere della Sera
Autore: Fiamma Nirenstein – Francesco Battistini
Titolo: «Il ' no ' della Livni a Netanyahu – Netanyahu vede la Livni. ' Il dialogo va avanti '»

Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 23/02/2009, l'analisi di Fiamma Nirenstein e la cronaca di Francesco Battistini sulla proposta fatta da Benyamin Netanyahu a Tzipi Livni di formare un governo di unità nazionale e sulle motivazioni del suo rifiuto. Ecco gli articoli:

Il GIORNALE – Fiamma Nirenstein : " Il ' no ' della Livni a Netanyahu "

Incontro all’Hotel Inbal nel pomeriggio gerosolimitano, una specie di convegno sull’uscio di casa, niente pompa e circostanze come quando si va al King David. La situazione infatti è fluida, incerta. Bibi Netanyahu, incaricato da Shimon Peres di formare il governo, ha offerto a Tzipi Livni (che di seggi ne ha 28, mentre lui 27, ma anche la possibilità accertata di formare un governo di destra) piena partnership, stesso numero di ministeri fondamentali. E lei, durissima, ha spiegato ai giornalisti fuori della porta che, se Kadima venisse bloccata sulla strada della pace da un governo con Netanyahu, che senso avrebbe farne parte? Meglio restare all’opposizione, ripete, del resto ve lo avevo già annunciato. E fa vedere le lettere e i telegrammi di centinaia di membri del partito, sindaci, leader, che le chiedono di andare all’opposizione. Dunque, tutto concluso? Non si può ancora dire. Guardiamo bene lo sfondo. Netanyahu non ha nessun desiderio di formare un governo di destra. Nel '96, quando era primo ministro, ha già pagato prezzi altissimi ai settler che non lo lascerebbero fare il minimo sgombero, alle famiglie delle vittime del terrorismo che chiedono senza tregua severità e sicurezza, si ricorda bene che quando era al governo a detronizzarlo furono le trappole interne e le proteste di piazza della destra che lo odiava per aver ceduto Hevron ad Arafat e per avere firmato con lui accordi a Wye Plantation. Si ricorda anche che quando Sharon decise per lo sgombero di Gaza, è stata la destra a trattarlo da traditore e vigliacco fino alla scissione del Likud, senza pietà. Bibi sa che, come diceva Sharon, “ma she roim mi khan lo roim mi sham”, quello che si vede da qua non si vede da là e che anche se l’Iran ha completato il programma di costruzione della bomba, Hezbollah spara dal Libano, Hamas giura la distruzione di Israele, pure il terreno della trattativa non può essere chiuso. Ieri sembrava tutto contento di apparire insieme a Joe Lieberman, senatore americano democratico, e di affermare insieme che il governo israeliano ha gli stessi intenti di pace di quello di Obama. Bibi sospetta fortemente che la Livni non voglia entrare nella sua ombra, e che non ce la farà a convincerla, ma fino all’ultimo farà qualsiasi proposta perché sia Tzipi a portarne la responsabilità e la stampa e la tv cominciano ad appoggiarlo: Tzipi, non esagerare col tuo ego, tenta, la situazione è grave, porta il tuo contributo di esperienza internazionale e di rapporto con i palestinesi a Netanyahu, il Paese ne ha bisogno, scrivono gli editorialisti. E che cosa pensa la Livni? Anche ieri Tzipi ha ripetuto il suo mantra. Se entriamo in un governo con Bibi, dice, addio alle prospettive di continuazione dei colloqui con Abu Ala iniziati al tempo della preparazione di Annapolis. Certo, allora Hamas non era ancora così forte, forse parlare di due stati per due popoli invece che di due stati per tre popoli, incluso quello di Gaza, appariva più realistico. Ma io mi sono impegnata nella Road Map, sulla via di Annapolis, e ora che è arrivato in zona un mediatore come George Mitchell a nome di un presidente determinato alla pace come Obama, non voglio perdere l’occasione di fare la mia parte in questa nuova fase e di fare passi avanti nel processo di pace. Così pensa Tzipi Livni, convinta che Netanyahu non verrà mai con lei sul terreno di Annapolis, dato che definisce la fase attuale dello scontro soprattutto in base al pericolo iraniano e che con i palestinesi vuole rapporti soprattutto economici finché non abbiano costruito strutture affidabili di governo democratico. Una disputa definitva e insuperabile? Bibi farà di tutto per rassicurare Kadima. E in queste ore, molti degli uomini più importanti di Kadima, come Shaul Mofaz, ex capo di Stato maggiore e ministro della difesa, Dalia Ytzick, presidente della Knesset, Haim Ramon, anima di sinistra del partito, spingono tutti insieme a entrare in casa Netanyahu senza paura e senza troppi sogni in testa. Sono tempi duri ripetono, samo in pericolo, chi spiegherà alla gente perché non ci stiamo quando Bibi ci offrirà di contare moltissimo e quindi anche di stabilire in parte la linea politica? Dunque, chiedono in coro a Livni, vuoi che si dica che hai sacrificato tutto al tuo desiderio di vedere il prossimo governo crollare presto, così da diventare il prossimo primo ministro? Tzipi, ci pensa in queste ore.

CORRIERE della SERA – Francesco Battistini : " Netanyahu vede la Livni. ' Il dialogo va avanti ' "

GERUSALEMME — Primo: rassicurare l'amico americano, che teme un governo troppo di destra. «Voglio cooperare con l'amministrazione Obama e ottenere pace, sicurezza e prosperità per noi e per i nostri vicini ». Secondo: avvertire gli amici israeliani, ovvero i partiti del-l'ultradestra, ma anche l'avversaria Tzipi Livni. «Un governo d'unità è ancora possibile. A condizione che non mi giungano diktat da nessuna parte». La fatica di Benjamin «Bibi» Netanyahu è appena cominciata, la formazione d'un governo è sempre più complicata. Il leader del Likud ha ricevuto un mandato da Shimon Peres, il presidente, ed è quello d'imbarcare la formale vincitrice delle elezioni. Lui, arrivato secondo ma forte d'un appoggio più largo, dice di crederci: «Comincio da Tzipi e dal Kadima. Poi ci provo con Ehud Barak e coi laburisti. Tutte le opzioni sono possibili». La Livni, la più votata ma di fatto senza una maggioranza, ci crede molto meno: «Tradiremmo la fiducia dei nostri elettori — non fa che ripetere —, se entrassimo in un esecutivo in cui non facessimo da guida».
L'impasse è di quelli classici, nel proporzionalismo israeliano. La signora del Kadima va al faccia a faccia con Netanyahu. Quasi tre ore di colloqui, ma le posizioni restano le stesse. Poco prima ha convocato i capi del partito e riesce a rintuzzare l'opposizione interna, quella dell'altra signora (Dalia Itzik, presidente del Parlamento) e del rivale Shaul Mofaz, che non vogliono finire all'opposizione. L'offerta di Bibi è allettante — partnership piena, numero uguale di ministeri, due poltrone a scelta fra Interni, Esteri e Finanze, diritto di veto sugli alleati —, ma Tzipi vuole che il Likud vada avanti e si schianti da solo, in una litigiosa coalizione appesantita dalla destra di Lieberman e dei partiti religiosi. Per cercare una sponda americana, e mettere in imbarazzo l'avversario, la Livni riesuma il rispetto degli accordi di Annapolis: la soluzione dei due Stati, che peraltro ha sempre difeso, ma anche il ritiro da parte della Cisgiordania e lo smantellamento delle colonie, che negli ultimi quindici mesi da ministra ha perseguito a corrente alternata. Giochi di palazzo, che rinviano le soluzioni. Fra una settimana il mondo si riunisce in Egitto per discutere di Gaza e, se si va così, gli attori principali saranno un governo israeliano dimissionario e, dall'altra parte, una rappresentanza palestinese che non rappresenta più molto.

 

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