Israele ha bloccato con succcesso flottiglie marina e aerea.                         

Commento di Ugo Volli.
Testata:Moked

Ne hanno parlato tutti pochissimo, ma vale certamente la pena di dedicare una riflessione alle due vittorie importanti ottenute da Israele la settimana scorsa: il blocco della flottiglia che cercava di rompere il blocco navale imposto sul mare davanti a Gaza per limitare il rifornimento di armamenti ad Hamas, che sarebbero poi serviti a sparare sul territorio israeliano; il flop della “flottiglia aerea” che mirava a portare su voli di linea centinaia di manifestanti antisraeliani a invadere l’aeroporto internazionale di Tel Aviv, significativamente ribattezzato dai manifestanti “di Lydda” dal nome inglese della città accanto a cui esso sorge,  scambiandolo per “palestinese”, mentre se ne parla già come villaggio ebraico nei libri biblici di Esra (2.33) e Nehemia (11:35) .
Bisogna notare che entrambe le iniziative avevano il senso di negare la sovranità statuale israeliana o di costringere l’esercito a riaffermarla con la forza e dunque comunque di logorarla. Israele è invece riuscito a evitare questa “alternativa del diavolo”, come si chiamano negli scacchi trappole del genere, e a impedire l’azione offensiva grazie alla collaborazione internazionale: la Grecia, Cipro e perfino la Turchia in un caso, nell’altro diverse linee aeree internazionali hanno ritenuto di non appoggiare violazioni della legalità e provocazioni sia pure “disarmate”. Nel diritto internazionale questo è ovvio: se dei croati esagitati volessero invadere Fiumicino o Ancona per rivendicare il carattere slavo di Trieste, sarebbe ovvio che il loro governo li fermasse, impedendo loro di commettere reati e di avvelenare le relazioni internazionali. Per Israele ciò non è così scontato, i normali privilegi degli stati (per dirne una: decidere quale sia la propria capitale)  spesso gli sono negati o contestati ma questa volta è accaduto. Il che testimonia fra l’altro che non è vero che il governo Netanyahu sia così isolato e inabile come pretende certa stampa.
La domanda che ci si può porre è se non si sarebbe potuto fare lo stesso l’anno scorso, quando l'”alternativa del diavolo” organizzata dalla prima flottiglia è purtroppo riuscita benissimo nel suo compito di danneggiare la reputazione di Israele. La risposta è che effettivamente si tentò, ma invano, perché allora la Turchia non collaborò nel lavoro di polizia internazionale, anzi. Questa volta le cose sono andate in maniera diversa, probabilmente perché il quadro politico internazionale è diverso, la rivolta in Siria e l’incriminazione di Hezbollah per l’omicidio del premier libanese Hariri hanno buttato sabbia nel motore dell'”asse” Iran-Turchia-Libia-Libano-Gaza. Ma è contato anche senza dubbio proprio il precedente della flottiglia dell’anno scorso e la difesa decisa ma controllata dei suoi confini che Israele ha fatto fra maggio e giugno, contro le analoghe invasioni terrestri organizzate dal regime siriano e Hezbollah.
E’ un problema generale: nella politica internazionale contano i fatti, non le rivendicazioni astratte di diritti, e il primo fatto è l’autodifesa. Ha scritto qualcuno che stati e società non spariscono mai, a meno che si suicidino. Questo è particolarmente vero per Israele, che è assediato da prima della sua nascita da stati e movimenti che provano sistematicamente a distruggerlo trovando il suo punto debole: prima con le guerre convenzionali, poi col terrorismo aereo e con quello suicida portato nel cuore delle città: tutti fortemente ridimensionati, se non abbandonati, quando hanno trovato una difesa adeguata. Ora da qualche anno il gioco è la delegittimazione, la guerra giuridica e dell’opinione pubblica, per cui il sistema politico occidentale è il terreno privilegiato e i mezzi di comunicazione e gli opinion leader i principali strumenti di combattimento.  E’ possibile e naturalmente sperabile che il fallimento delle flottiglie marittima e aerea e dei tentativi di invasione dei confini convinca prima o poi i palestinesi ad abbandonare anche questa forma di lotta e magari anche a riprendere seriamente una strategia di pace con Israele abbandonata del tutto, dopo il breve momento di Oslo, una decina d’anni fa.
Bisogna aggiungere a questo proposito un’ultima riflessione: chi, anche nel mondo ebraico, solidarizza con le flottiglie e delegittima i “coloni” prima di qualunque accordo di pace, rende più difficile il compito dell’autodifesa di Israele, ma aumenta anche le difficoltà e le sofferenze della popolazione palestinese, perché conferma l’illusione della sua leadership di poter eliminare lo stato ebraico con l’appoggio dell’opinione pubblica internazionale. I “pacifisti” che sostengono queste iniziative, lo sappiano o no, in realtà lavorano per il prolungamento della guerra; perché in loro, come in Fatah e Hamas, l’odio per Israele prevale anche sull’ovvio interesse palestinese per una convivenza pacifica.

 

One Response to Due vittorie.

  1. Licia Bertani scrive:

    Sono d’accordo con Ugo Volli: mi sembra un’analisi perfetta di quanto sta avvenendo e, forse sono cattiva, ma sono contenta che la Freedom Flotilla 2 sia fallita, non so portavano armi ad Hamas, ma tanto odio per Israele sì. Possibile che certe persone non riescano ad essere equilibrate e riconoscere le ragioni degli uni, ma anche quelle degli altri. Vivo con angoscia la sorte di Gilad Shalit, sua unica colpa è stata di essere un soldato di leva, rapito poi nel territorio Israeliano: questo non fa riflettere i signori delle flotille? Scusate il mio sfogo. Shabbat Shalom Licia Bertani

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