Testata: Informazione Corretta Data: 10 aprile 2012 Autore: Vitaliano Bacchi

Pubblichiamo il commento di Vitaliano Bacchi dal titolo ” Gli ebrei e la matematica” al pezzo di Claudio Giunta dal titolo ” Ma che cosa è utile imparare”, uscito sul Sole 24 Ore del 01/04/2012.

Vitaliano Bacchi

L’interesse di questo articolo del giovane prof. Giunta (“Ma che cosa è utile imparare”– domenicale 1 aprile Il sole 24 ore) consiste nella esatta postulazione, argomentata sulla base della intervista col giovane scienziato informatico emigrato in Islanda per poter lavorare scientificamente nell’ambito della produzione di videogiochi, del disastro della programmazione didattica dell’università italiana.

L’articolo descrive con l’efficacia plastica propria dei linguaggi informali la crisi, l’inutilità e  il danno della istruzione universitaria italiana, rendendo ipso facto ragione epistemica preziosa del dibattito parlamentare attuale sulla abrogazione del valore legale dei titoli di studio universitari, dibattito che riproduce nella sua motivazione docimologica le teoria di Ivan Illich (Descolarizzare la società, 1953) saggio nel quale, sessanta anni fa, era stata esattamente individuata la disastrosa diseconomia psicopedagogica della sessione interpersonale umana scolastica ordinaria.

Illich intuì (meglio dire: capì, perchè era un intellettuale di formazione ebraica, forma mentis dalla quale deve escludersi comunque l’intuizione e la rinuncia al piano metafisico) che la didattica televisiva non umana (allora non era ancora in uso il computer) era incomparabilmente superiore a quella facciale interpersonale umana, quantomeno per l’assenza dell’elemento emozionale invece inevitabile nella sessione didattica scolastica. Somministrazione blanda di peyote, scriverà qualche anno più tardi Podvall, a ragazzi discalculistici ha determinato sbalorditive capacità di calcolo, inimmaginabili per quei soggetti ed in base al loro precedente curriculum. Perchè? Perchè cessava la paura, il fattore inibitorio più potente nella crisi dell’apprendimento: la paura, il metus magistri, l’essenza stessa della didattica autoritaria e della scuola fascista cioè italiana.

E’ Illich il primo teorico della superiorità didattica dell’e-learnig ed in genere computazionale rispetto quella interpersonale. L’articolo di Giunta coglie questo aspetto di pletora  e ridondanza regressiva della didattica universitaria italiana: la matematica che ho studiato all’università, confessa il giovane scienziato interlocutore di Giunta, non solo non mi è mai servita, ma mi ha danneggiato nella ricerca. Un modo semplice e lineare per ribadire la critica radicale ai linguaggi matematici ed alla inutilità di gran parte dei modelli di studio imposti nel corso universitario, quale enunciata in questi anni da matematici come Wolfram, Rota, Brouwer, Bruno Amore, Butterwoth e altri, critica convergente nella idea che la difficoltà di apprendimento della matematica si iscriva nella inadeguatezza del suo linguaggio, non nella difficoltà logica dell’apprendimento.

Che il novanta per cento della matematica non serva a nient’altro che ai capricci ludici di insulsi professori universitari ed ai loro manualoni inutili, lo ha scritto Ricossa in economia, lo ha scritto Wolfram in informatica, lo ha scritto Brouwer in matematica (enunciando il principio “mathesis mathematica resolvitur” che risolve la matematica nel suo processo di apprendimento)  e si ha una prova di questa stagionalizzazione dei linguaggi formulari algebrici con il ricorso nel campo dei sistemi intelligenti a simulazioni computazionali iconiche, revulsive del simbolismo alfanumerico  sia in economia (Pietro Terna) che nel processo giudiziario (delitto Chiara Poggi, assoluzione di Alberto Stasi imputato dell’omicidio su basi simulatorie computazionali iconiche). In ambito giudiziario la riduzione della simulazione computazionale per probationem ha i suoi più accesi avversari in giuristi di forte impianto metafisico e razionalista (avv. Bacchi), con la sua difesa del primato logico probatorio della assiomatica lineare (e quindi razionale) rispetto il cartone animato della simulazione iconica, ma la crisi dei linguaggi alfanumerici è evidente ed il Re è diventato nudo su questo linguaggio inibitorio dell’intelligenza: nel contenzioso giudiziario civile e amministrativo (non penale) il processo che accerta la ragione del discalculismo oggetto di causa petendi nel giudizio, nove volte su dieci individua nei learning-slip del docente la causa del default pedagogico e non nella misura della soglia logica del discente.

Ci è quindi piaciuto l’articolo di Giunta, perchè ha colto il segno nel nostro senso, nel senso della razionalizzazione: non si appartiene al mondo intellettuale ebraico se non si privilegia la razionalità rispetto l’empirismo, se non si condivide l’assioma che si diventa intelligenti di un fatto conoscendone le regole di evento (la ragione, quindi) non il colore dell’involucro e questo è il carattere ricorsivo e costante della intelligenza ebraica. Che non ha radici etniche o razziali o antropologiche, ma formali, giuridiche, razionali: in nessun campo del sapere si registra una schiacciante superiorità di un autore rispetto a tutto il resto della tradizione, quanto in quello giuridico, dove il razionalista judenwiener Hans kelsen può agevolmente dividere il capo evolutivo della scienza del diritto in un prima e dopo la sua opera e la sua reinerechtslehre, in parole più semplici la teoria razionale della legge.

Felix Klein, il grande matematico tedesco, notava che la tecnica di calcolo dei suoi studenti ariani era diversa da quella degli scolari di famiglia ebraica, che nella Germania fra le due guerre pullulavano nelle scuole tedesche: il giovane ariano risolveva il problema in “wirschaftgeist” con una economia di procedura intuitiva e mirante a evitare “passi” di calcolo cumulabili, quello ebraico, sempre e comunque, formalizzava la procedura secondo le regole costanti del modello oggetto di calcolo. Non prescindeva mai dalla legge, dalla forma, dalla ragione modulare di calcolo, anche se ricorrervi tardava la soluzione.

Controllate pure il retroterra di tutta la intelligenza giudaica nei suo interpreti scientifici più importanti e rappresentativi e vedrete che il modello è sempre lo stesso. Scoprirete anche, ipso facto, la ragione della “intelligenza superiore” degli ebrei che, ammesso che esista, ha radice in una Regola, non in una biologia mystica, nella idea positiva di Legge, non in quella ridicola di razza.

La legge è frutto del lavoro dello scienziato, non della superiorità della razza: Wir mussen wissen, wir werden wissen.

 

One Response to Gli Ebrei e la matematica.

  1. veronica scrive:

    Quest’articolo è bellisssimo!
    Mi piace un sacco…piacerebbe certamente anche ad Einstein!

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