Testata: Informazione Corretta Data: 09 ottobre 2012  Autore: Giovanni Quer.

Amnesty,

Gilad Shalit, la famiglia Fogel

Dal gennaio 2011 Amnesty International ha emesso circa 80 comunicati e rapporti sui Territori Palestinesi Occupati. Di questi, solo 6 sono dedicati alle violazioni dei diritti umani da parte di Hamas a Gaza e dell’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania e solo 5 sono dedicati alla condanna dei palestinesi per violazioni dei diritti umani degli israeliani. Gli altri condannano Israele per operazioni militari, detenzione amministrativa, interrogatori ai minori ecc. L’analisi dei comunicati di condanna contro le violazioni dei palestinesi contro gli israeliani dimostra come la pretesa di imparzialità, e quindi l’equidistante condanna delle due parti, serva solo per sminuire la gravità dell’attacco palestinese che quasi viene giustificato dalle violenze israeliane. Le espressioni e le immagini fanno il resto per annientare ogni traccia di compassione verso le vittime israeliane. La lettura dei comunicati di condanna delle violazioni di Hamas e dell’ANP fa invece emergere un quadro più preoccupante: il grave silenzio sule cause delle violazioni dei diritti umani, ossia la persecuzione religiosa e contro le minoranze sessuali.

Le condanne contro gli attacchi agli israeliani.

Il 14 marzo 2011, Amnesty emette un comunicato di condanna per “l’uccisione di famiglia di coloni”, che sarebbe il massacro dei Fogel a Itamar. Il comunicato riporta una foto: due barbuti signori con una kippah, i visi incarogniti e le mani ben salde sui fucili. Il resto del comunicato condanna “le rappresaglie dei coloni sui palestinesi” e chiede “alle autorità israeliane di fermare le violenze dei coloni sugli abitanti dei villaggi palestinesi circostanti”. Il 24 marzo 2011, dopo l’attentato alla fermata dell’autobus vicina ai Binianey ha-Uma (Jerusalem International Convention Center), Amnesty emette un comunicato in cui condanna l’attentato, seguito “all’intensificarsi dei raid israeliani su Gaza”. Solo dopo aver condannato il radi israeliano di quello giorno, per cui sono morti 4 civili palestinesi, si fa menzione ai due morti dell’attentato alla fermata dell’autobus, di due stranieri, di cui uno professore di biblistica all’Università di Gerusalemme. Il 24 giugno e il 18 ottobre 2011, Amnesty emette due comunicati sulla liberazione di Gilad Shalit. “Condanniamo la detenzione di Gilad Shalit, tenuto prigioniero come merce di scambio per liberare detenuti palestinesi, a molti dei quali è impedito il contatto con le famiglie”. Amnesty chiede altresì alle  autorità di Gaza di attenersi ai doveri imposti dal diritti internazionale umanitario e di trattare umanamente il prigioniero; mentre nel secondo comunicato esprime solidarietà alla famiglia Shalit e alle famiglie palestinesi vicine in quel giorno per la liberazione dei loro cari. L’attenzione alla scelta delle parole e le particolareggiate descrizioni delle sofferenze palestinesi corrispondono invece a descrizioni superficiali e leggere delle sofferenze israeliane. “L’uccisione di una famiglia di coloni” contro “la morte di 4 civili palestinesi in un raid”. La scelta lessicale nasconde un giudizio morale contro gli israeliani che si rafforza nella struttura testuale tutta orientata alla giustificazione delle violenze palestinesi. Il caso Shalit è emblematico dello stravolgimento dell’ordine morale. Chiedere a Hamas di rispettare il diritto umanitario e garantire il trattamento umano di Shalit non solo non ha senso poiché la “detenzione” di Shalit è illegale, essendo un rapimento per riscatto, ma ha anche l’effetto di legittimarla, così come il paragone tra il sollievo dei genitori di Shalit e il sollievo delle famiglie dei terroristi palestinesi.

Le condanne delle violenze di Hamas e dell’ANP.

 Il 18 gennaio 2012, Mahmoud Abu Rahma, attivista dell’ONG “Al Mezan Centre for Human Rights”, viene accoltellato per aver  criticato l’amministrazione di Hamas, accusando l’organizzazione terroristica di esser responsabile della miseria di Gaza per attacchi contro Israele. Amnesty si limita a “chiedere indagini imparziali”. In seguito, denuncia un attacco alla comunità sciita di Gaza, la cui esistenza è negata da Hamas, senza “condanna”. Il 5 aprile 2012 un comunicato denuncia la condanna a morte di Mohammed Baraka nel “Territorio Occupato di Gaza”. Oltre alla dubbia dizione “territorio occupato” si evince solo dopo molte righe che la condanna a morte conclude un processo per collaborazionismo con gli israeliani. Il comunicato si concentra tuttavia sulla pena di morte, chiedendo la “conversione della pena” e non la denuncia del regime di terrore. Allo stesso modo, il 28 maggio 2012 si comunica che 4 uomini sono condannati a morte per impiccagione, e sempre solo alla fine del comunicato si evince che l’accusa era di collaborazionismo con gli israeliani. Ancora non si condanna il regime di terrore, bensì si chiede la conversione della pena. Il 18 luglio l’ultimo comunicato sull’esecuzione di tre uomini per collaborazionismo, che dimostrano “il fallimento del sistema di giustizia che non riesce a garantire un processo equo e rigoroso”.

Il pervertimento dei principi dei diritti umani.

Le continue equiparazioni di un regime di terrore con un sistema democratico che pur ha delle falle nel garantire i diritti fondamentali dei sospetti terroristi, la mescolanza semantica di fatti e sentimenti pervertono l’ordine dei diritti umani e dei principi fondamentali sommandosi a una poca dimestichezza col diritto internazionale. “L’uccisione della famiglia di coloni” è un assassinio motivato da un odio etnico. La “detenzione di Gilad Shalit” è una prigionia a seguito di un sequestro di persona. La “bomba alla fermata dell’autobus a Gerusalemme” è un attentato terroristico. Ma forse è più lampante e tragico il pervertimento dei principi dei diritti umani con riferimento alle “condanne a morte per impiccagione”, che sono esecuzioni sommarie di oppositori politici, cristiani, omosessuali. La persecuzione degli oppositori politici, delle minoranze religiose e sessuali, così come l’odio razziale non sono forse tra le prime ragioni di lotta nell’affermazione dei diritti umani? Come gli altri regimi della regione, anche Amnesty International preferisce far attenzione a Israele, disinteressandosi al benessere e ai diritti umani dei palestinesi.

 

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