Testata: Informazione Corretta Data: 06 gennaio 2013  Autore: Ugo Volli.

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli.          

 
Tesserino dell’Ordine dei giornalisti
Cari amici,
dato che oggi è l’Epifania (che tutte le feste si porta via, almeno per i cattolici), ho deciso di regalare ai nostri amici giornalisti un breviario di buone intenzioni che ho trovato in rete (http://www.israelnationalnews.com/Articles/Article.aspx/12693#.UOie5neyl-w). Sarei felicissimo che lo seguissero, e anche se questo mi lascerebbe povero di materiali per le cartoline, non mi dispiacerebbe affatto. Purtroppo però so bene che le buone intenzioni natalizie sono effimere come le ultime sigarette del Zeno di Svevo. E non ignoro neppure che molti di quelli che abusano la verità sul Medio Oriente lo fanno con l’idea di fare del bene, pensano in cuor loro, magari senza neanche confessarselo, di dare il loro contributo con qualche aggiustatina ai fatti l'”eroica lotta del popolo palestinese” contro gli eterni “rapaci ebrei”. Comunque ecco l’elenco delle buone intenzioni che suggerisco ai nostri amici giornalisti:
“1. Basta dichiarazioni inesatte su Gaza. Gaza non è occupata, non è un “campo di prigionia”[…]. I palestinesi di Gaza occupano una posizione superiore alla media nel mondo arabo rispetto a tutti gli indicatori: assistenza sanitaria, vaccinazioni, educazione, nutrizione, longevità, e mortalità infantile. Israele ha ritirato da Gaza ogni soldato, civile e perfino ogni salma sepolta nel 2005, il blocco navale israeliano di Gaza è legale e Israele non controlla tutti i confini di Gaza – la striscia ha un confine con l’Egitto, controllato dall’l’Egitto. Hamas governa la Striscia di Gaza e la responsabilità per le sofferenze da parte dei suoi abitanti è in primo luogo di questa l’organizzazione terroristica.
2. Smettiamola di chiamare Mahmoud Abbas un “moderato”. Il successore di Yasser Arafat come presidente dell’Autorità palestinese e leader di Fatah, è stato descritto quasi sempre come un “moderato”. Ciò nonostante il fatto che Abbas, Arafat e alcuni colleghi abbiano fondato Fatah nel 1959 per “liberare” Israele, non la Cisgiordania (allora occupata dalla Giordania) o la Striscia di Gaza (allora sotto il controllo egiziano), che egli continui a incitare il suo popolo contro Israele, che si rifiuta di negoziare anche con Israele, e che abbia pubblicato la sua tesi di dottorato in un libro intitolato “The Other Side: la relazione segreta tra il nazismo e il Movimento sionista”, in cui nega la dimensione della Shoà e sostiene “una relazione segreta tra il nazismo e il movimento sionista”
La sua televisione e altri media continuano a lodare assassini terroristi come “eroi” e a descrivere le città israeliane come parte della “Palestina”. In che senso si può definire moderato un personaggio del genere?
3. Chiamare i terroristi “terroristi”, non “militanti”. Il terrorismo, com’è definito dal Codice delle leggi degli Stati Uniti, Titolo 22, Capitolo 38, Paragrafo 2656 f (d) […] è “violenza  premeditata di matrice politica perpetrata contro obiettivi non combattenti da gruppi sub-nazionali o agenti clandestini […] L’uso calcolato della violenza illegale o la minaccia di violenza illegale ha lo scopo di inculcare paura, di costringere o intimidire i governi e le società nel perseguimento di obiettivi che sono generalmente politici, religiosi o ideologici”. “Militante”, d’altra parte, non è un concetto definito dalla legge americana e normalmente è usato dal giornalismo come un aggettivo: sindacalista militante, militante ecologista, vegetariano militante. La parola suggerisce l’attività di sostenere una causa, ma non violenza illegale. Gli agricoltori coltivano i campi, gli avvocati fanno cause,  i terroristi commettono atti di terrorismo – non militano per una causa.
4. Riferire con precisione sulla barriera di sicurezza. La barriera di sicurezza è un modo non violento per ridurre il terrorismo ed è stata estremamente efficace per salvare vite umane – sia di ebrei che di non ebrei. E’ stata costruita in risposta alla seconda “intifada” e ha ridotto significativamente gli attacchi terroristici provenienti dalla Cisgiordania.  Non “circonda completamente Betlemme”, non è una “Cortina di ferro” né “un muro”,  Inoltre, ci sono moltissime barriere di sicurezza e separazione di tutto il mondo che non ricevono critiche – o coperture – di sorta.
5. Segnalare che sono gli arabi palestinesi – non Israele – che si rifiutano di negoziare la pace. Mentre Israele ha più volte invitato i leader palestinesi a tornare al tavolo dei negoziati per i colloqui di pace, questi hanno insistito sul fatto che non lo faranno a meno che Israele soddisfi prima le loro condizioni. Anche dopo che Israele nel 2009 ha annunciato una moratoria di 10 mesi sulle nuove costruzioni negli insediamenti, Mahmoud Abbas evitato colloqui fino a poche settimane prima della scadenza della moratoria. E quando ha fatto scadere la moratoria, ha di nuovo respinto i negoziati.
6. Far conoscere l’incitamento costante all’odio verso gli ebrei e Israele nei media palestinesi, nelle scuole e nei luoghi pubblici. I principali media non sono riusciti nel corso degli anni a riportare accuratamente, in modo coerente e con la debita attenzione la retorica dilagante e genocida contro Israele e il popolo ebraico. La calunnia del sangue, la falsa accusa di omicidio degli ebrei sui bambini, è un tema preferito dei media arabi, utilizzati come tema per  programmi televisivi e filmati. Palestinian Media Watch ha documentato numerosi casi di disumanizzazione e diffamazione degli ebrei e degli israeliani da parte dell’Autorità palestinese. E  questo incitamento ha alcun effetto? Secondo Abdelghani Merah, il fratello di chi ha perpetrato il massacro di Tolosa all’inizio dello scorso anno,  è stato perchè esposto all ‘”odio, al razzismo e all’antisemitismo … da un’età molto giovane. ”
7. Dare notizie sui profughi ebrei dai paesi arabi. I media riferiscono frequentemente di profughi palestinesi, ma degli 850 mila ebrei che vivevano nei paesi arabi e che sono stati espropriati e costretti ad abbandonare le loro case tra il 1947 e il 1972, quasi nulla è detto. Antiche comunità ebraiche esistevano nei paesi arabi da millenni fino a quando la Lega Araba definì tutti gli ebrei come nemici dello Stato nel 1947. Di qui sono venute la violenza di Stato, gli arresti arbitrari, le espulsioni forzate. I governi arabi hanno confiscato miliardi di dollari di proprietà ebraica. La superficie totale del terreno sequestrato a questi ebrei è cinque volte più grande dello stato di Israele. Mentre vi sono immagini e testimonianze che illustrano estesamente la storia dei profughi ebrei dai paesi arabi, mentre i grandi media non hanno mai voluto raccontare quanto è accaduto.
8. Abbandonare la falsa idea che il conflitto israelo-palestinese sarebbe al centro di tutti i problemi del Medio Oriente. Le frasi “il conflitto in Medio Oriente” e “il processo di pace in Medio Oriente”, applicato al conflitto israelo-palestinese, sono sempre stati più esagerazioni che sinonimi. La guerra Iran-Iraq e la guerra civile algerina sono esempi di spargimento di sangue inter-arabo che supera di gran lunga il conflitto israelo-palestinese. Altri includono le guerre civili libanesi 1975-1990, con centinaia di migliaia di vittime e l’annientamento in Siria dei Fratelli musulmani ad Hama nel 1982, con circa da 10,000-40,000 morti. Oggi infuria una sanguinosa guerra civile in Siria con oltre 60.000 morti e decine di migliaia di feriti. Naturalmente, la “primavera araba” dimostra chiaramente che turbolenze in Medio Oriente non hanno spesso nulla a che fare con Israele.
9. Dare notizie della sofferenza reale delle donne, degli omosessuali, dei religiosi e delle minoranze etniche nei paesi arabi e musulmani. I diritti delle donne sono gravemente limitati nei paesi arabi, dove i cosiddetti “delitti d’onore” sono ancora comuni e in gran parte impuniti. I gay iraniani, se catturati, rischiano l’esecuzione capitale;  in Arabia Saudita, nella migliore delle ipotesi, la fustigazione o l’imprigionamento. A Gaza, gli atti omosessuali sono illegali e punibili fino a dieci anni di prigione. I cristiani palestinesi, come altre minoranze etniche e religiose in Medio Oriente, sono il bersaglio di maltrattamenti, molestie e, in alcuni casi, l’oppressione violenta per mano dei loro vicini musulmani.
10. Far sapere che sia la carta di Hamas che lo statuto costitutivo di Fatah richiedono la distruzione di Israele. La Carta di Hamas impone la Jihad contro Israele e respinge qualsiasi soluzione politica. “Israele continuerà ad esistere solo finché l’Islam potrà abolirlo”,  una citazione introduttiva del documento. Essa afferma inoltre che la  battaglia genocida di Hamas contro gli ebrei si estende oltre Israele. La costituzione del movimento Fatah chiede la “completa liberazione della Palestina, e lo sradicamento economico, politico, militare e culturale del sionismo” con la violenza, e respinge allo stesso modo soluzioni politiche.
11.  Basta insinuare che la democrazia di Israele è in pericolo. In questo momento, il regime siriano sta uccidendo i suoi stessi cittadini. Il Libano è gestito da un gruppo terroristico, Hezbollah. La Giordania è una monarchia assoluta che ha recentemente revocato la cittadinanza di migliaia di residenti di origine palestinese. Gaza è gestita da Hamas, un gruppo terrorista che non ha tenuto elezioni in questi sette anni e la Cisgiordania è gestita da una cleptocrazia corrotta il cui mandato è scaduto pure anni fa e che continua a ricoprire  illegalmente le sue cariche. Questi governi sono veramente   oppressivi e i loro cittadini soffrono per  questo, ma la politica interna di Israele attrae la parte del leone di controllo dei media e, di solito, tutte le critiche.
12. Concentrarsi meno su Israele. Se i media non fossero ossessionati dalla demonizzazione di Israele, immaginare quanti spazi giornalistici e tempi di trasmissione potrebbero essere liberati per la copertura… dell’occupazione cinese del Tibet, della prigionia continua dei cristiani in Iran, dei mortali attacchi turchi contro i curdi, della brutalità della polizia in tutto il Medio Oriente arabo, della situazione della Liberia, Angola, Congo, Costa d’Avorio e di altri rifugiati, per non parlare delle scoperte in tutto il mondo in medicina, agricoltura, comunicazioni, microtecnologia e in altri campi (spesso opera di israeliani).
13. Seguire il codice etico dell’Associazione dei Giornalisti Professionisti. Dal preambolo: “I membri della Society of Professional Journalists credeono che l’informazione pubblica è il precursore della giustizia e il fondamento della democrazia. Il dovere del giornalista è quello di promuovere quei fini di ricerca della verità, fornendo un resoconto equo e completo di eventi e problemi.”
Ecco, questi sono i buoni propositi che suggeriamo ai giornalisti per fare meglio il loro lavoro sul Medio Oriente. Qualcuno, oltre ai soliti pochissimi, lo vorrà seguire? Chissà, non resta che sperare nei doni della Befana.
 

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