Alhambra_DecreeIL DISEGNO DI LEGGE DEL GOVERNO RAJOY
Cinquecento anni dopo: il ritorno degli ebrei in Spagna
La misura vista come nuova porta di accesso all’Unione europea, ai suoi diritti e vantaggi

08/03/2014
ARTICOLO DI
Silvia Ragusa

linkiesta.it

Foto: L’editto di Granada di espulsione degli ebrei dalla Spagna.

«Nessuno si aspetta l’Inquisizione spagnola», dicevano i Monty Python nel loro famoso sketch. Nessuno però si aspettava nemmeno che alla Spagna, a lungo andare, venisse un rimorso di coscienza. Ed è che la storia, quella con la «s» maiuscola, potrebbe presto cambiare. Cinquecento anni dopo gli ebrei del ramo iberico, i sefarditi, sono in procinto di ritornare a casa. O meglio, i loro discendenti avranno la possibilità di acquisire la nazionalità in maniera automatica, «vivano dove vivano». Finora era necessario risiedere in Spagna per almeno due anni, prima di ottenere la cittadinanza. Adesso invece il governo di Mariano Rajoy ha approvato un disegno di legge, già annunciato nel novembre 2012, per richiamare gli ebrei nel Paese. Si aspetta solo il placet del Parlamento, ma con la maggioranza che ha in Aula il partito popolare, la legge può considerarsi già approvata.
I dettagli ci sono tutti: serve un certificato rilasciato dal proprio rabbino, cognome sefardita o lingua (ladino) o cultura sefardita, l’approvazione della Federazione spagnola della comunità giudaica, l’inclusione del richiedente nelle liste di famiglie sefardite o un vincolo di parentela con una persona già riconosciuta come ebrea sefardita. Il gioco è fatto: arriva la cittadinanza. Anzi la doppia, perché grazie alla modifica dell’articolo 23 del Codice Civile, gli ebrei potranno acquisire la nuova nazionalità senza rinunciare alla precedente.

In un solo mese la Federazione spagnola della comunità giudaica, che ha il compito di gestire la faccenda, pare abbia già ricevuto seimila richieste. Anche quella di un deputato non ben identificato al Congresso degli Stati Uniti. È difficile calcolare il numero di quanti potrebbero rispondere all’invito del governo iberico: secondo i media israeliani sarebbero circa 3,5 milioni di persone. Pochi giorni fa su internet è comparsa un lista di 5.200 cognomi sefarditi, e i consolati spagnoli di Tel Aviv e Gerusalemme sono stati presi d’assalto. Il quotidiano Haaretz, con tanto di vignetta satirica, si è chiesto se la Spagna è davvero pronta a ricevere milioni di ebrei «arrabbiati» mentre Yediot Aharonoth titolava con piglio di rivincita «Improvvisamente , siamo tutti spagnoli».
D’altronde un tempo, nel XV secolo, la comunità giudaica spagnola era una delle più grandi al mondo, il 10 per cento della popolazione nel Paese. Poi nel 1492 i re cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia imposero l’ultimatum: o la conversione al cristianesimo o l’espulsione. La diaspora fu inevitabile. Alcuni andarono in America Latina, molti in Nord Africa o nell’Impero Ottomano: di fatto circa il 90 per cento dei 100 mila ebrei che vive oggi in Turchia ha origini sefardite.
«Mi sembra una misura da pubbliche relazioni, immagino che non sarà così facile come dicono, altrimenti sarebbe una follia», ha detto Shai Ben Ami, israeliano di origine sefardita all’agenzia di stampa spagnola Efe. «Molti dicono adesso che quello che vuole la Spagna è migliorare l’economia attraendo gli ebrei, ma mi sembra una visione semplicistica, oltre che antisemita».
In effetti la cacciata degli ebrei ebbe un effetto disastroso per l’economia iberica: molti erano ricchi commercianti tessili, gioiellieri, banchieri. Il dubbio allora nasce da sé. Non sarà che la Spagna, stretta dalla morsa della crisi, li richiama adesso per dare una spinta alle deboli finanze di Madrid? Se l’è chiesto anche Maria Josepa Estanyol i Fuentes, docente di Filologia semitica all’Università di Barcellona, non senza dubitare della probabilità che i discendenti vogliano davvero mettere radici nel Paese.
«Non so cosa vuole il governo, ma la considero pura propaganda» taglia corto al telefono. La storica ride divertita, poi sospira. «È una mossa pubblicitaria, dare la cittadinanza non è fattibile». Il punto è, come spiega l’esperta linguista, che individuare la veridicità di un cognome sefardita è più complicato di quel che si possa immaginare. E porta esempi a riguardo di cognomi inseriti nella presunta lista pubblicata dal Ministero spagnolo: molti sono falsi, altri non ci sono. «Parlare di Sefarad è già sbagliato. Perché all’epoca non c’era uno Stato spagnolo unico, ma diversi regni. E Sefarad era il nome che davano agli ebrei andalusi e della Castiglia. Mai ad esempio, agli ebrei della Catalogna».
La storia semantica è lunga e ingarbugliata, ma quel che vien fuori dalle parole della linguista riassume il problema: «È un grosso pasticcio. I telefoni vanno in tilt e alle comunità ebraiche non fa affatto piacere. Ho parlato con ebrei progressisti, riformisti e ortodossi e tutti pensano che sia una faccenda troppo difficile da gestire (dietro ci sarebbero mesi e mesi di ricerche) e che il governo non abbia idea della portata della questione».

Le chiamate poi non arrivano tanto da Israele. D’altronde la Spagna non è proprio l’Eldorado e gli israeliani da qualche anno cercano una seconda nazionalità europea solo per potersi muovere liberamente, lavorare, studiare e godere dei benefici da cittadini europei. La nuova misura invece potrebbe essere una porta d’accesso all’Unione europea soprattutto per sudamericani e turchi. Sono loro a mandare in tilt le linee della segreteria della Confederazione degli ebrei spagnoli che, confessa Maria Josepa Estanyol i Funtes, «a volte scollegano il telefono per disperazione».
Qualunque sia il motivo della scelta fatta al governo, diversi musulmani hanno già protestato contro il disegno «ingiusto» del premier Mariano Rajoy. Anche gli arabi furono espulsi dalla Spagna, nel1609, durante il regno di Felipe III. Ma nessuno ha mai chiesto loro di ritornare. «Lo Stato spagnolo (…) dovrebbe riconoscere lo stesso diritto al resto degli espulsi, i mori; al contrario la sua decisione sarebbe selettiva, per non dire razzista», ha detto Bayib Loubaris, presidente dell’Associazione per la memoria degli Andalusíes (come in Marocco si chiamarono i discendenti dei musulmani). Ma coi problemi di Ceuta e Melilla dietro l’angolo, non è certo cosa facile.

Silvia Ragusa

 

 

One Response to Cinquecento anni dopo: il ritorno degli ebrei in Spagna

  1. gianfranco scrive:

    Spero solo che l’iniziativa del Governo Spagnolo possa servire affinché un bel giorno anche gli altri Stati Europei decidano, non avendo paura di alcuna ritorsione, di ammettere nella Comunità Europea lo Stato di Israele, d’altronde nelle competizioni sportive è già così!

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