TOP SECRET
DI ANDREA PALLADINO
21 agosto 2014

espresso.repubblica.it

Occhi chiusi sul fiume di armi destinate alle cellule dell’Olp. In cambio niente attentati. E’ il patto tra servizi segreti, Dc e Yasser Arafat. Un quadro già emerso in un processo menomato dai veti politici. Fino a ora: i documenti decisivi stanno per essere desecretati.

Una doppia politica. Un lodo – firmato da Aldo Moro – che garantiva tutti. Niente attentati, ma occhi chiusi sul fiume di armi da far passare nel nostro paese, destinate alle cellule internazionali palestinesi sparse in tutta Europa. Accordi per tre decenni coperti dal segreto di Stato, l’omissis tutto politico. Un sigillo che neanche la magistratura può violare.

Ancora per poco. Perché i dossier sui rapporti tra la nostra intelligence e l’Olp di Yasser Arafat che hanno marcato la politica estera italiana tra gli anni ’70 e ’80 stanno per diventare pubblici. Ed è la prima volta nella storia repubblicana. Scade il 28 agosto il termine ultimo del segreto invocato nel 1984 dall’ufficiale del Sismi Stefano Giovannone – confermato da Bettino Craxi il 5 settembre dello stesso anno e ribadito da Silvio Berlusconi per due volte tra il 2009 e il 2010 – di fronte alla domanda del pm romano Giancarlo Armati, che indagava sulla scomparsa in Libano dei giornalisti Gabriella De Palo e Italo Toni.

Che rapporti avevate con i palestinesi? Era questa la questione chiave per capire non solo che fine avessero fatto i due reporter arrivati a Beirut nell’agosto del 1980, ma soprattutto i motivi del sistematico depistaggio attuato dall’intelligence italiana per coprire gli autori del rapimento e della successiva esecuzione. Ovvero la fazione più dura dei palestinesi, quella di George Habbash, detto al-Ḥakīm, il dottore.

Per le famiglie dei due giornalisti, che hanno lanciato una petizione per togliere il segreto di Stato e pubblicare on line tutti i documenti disponibili , i prossimi giorni saranno cruciali. Potrebbero essere il punto finale di una battaglia che dura da 34 anni. La verità sostanziale è nota e certificata dalla carte processuali, che hanno portato alla condanna di un brigadiere dei carabinieri addetto all’ufficio cifra dell’ambasciata italiana a Beirut (gli altri indagati, Giovannone e Santovito, alti ufficiali dei servizi, nel frattempo sono deceduti).

Gabriella De Palo, giovane freelance – collaboratrice di Paese Sera e dell’Astrolabio – e Italo De Toni, giornalista di esperienza di Diari con la passione sfrenata per il jazz, erano partiti per Beirut con idee precise. La capitale libanese godeva in quegli anni della fama di città più pericolosa del Medio Oriente, forse del mondo. Crocevia di spie, terroristi di ogni matrice, trafficanti di armi e di droga, faccendieri arrivati da ogni dove, gente pronta a sfruttare le opportunità di una guerra civile infinita, in una città divisa in due, tra i cristiani maroniti del partito falangista di Bashir Gemayel e le fazioni filo palestinesi. Toni e De Palo avevano contatti buoni, presi in Italia prima della partenza, direttamente con l’Olp di Arafat.

Cosa cercavano? Tante le ipotesi. Di certo non si accontentavano del semplice racconto di una città in guerra. Gabriella De Palo seguiva ormai da mesi il filo del traffico di armi. La sua agenda e i suoi quaderni erano pieni di annotazioni precise, nomi di società legate alla nostra difesa. Partono tre settimane esatte dopo l’attentato alla stazione di Bologna, quando in Italia si viveva la stagione delle bombe e dei misteri di Stato. Un anno prima a Ortona i carabinieri avevano fermato un gruppo di terroristi, una cellula composta dall’esponente dell’Autonomia Daniele Pifano, dal militante del Fplp di George Habbash (Fronte popolare per la liberazione della Palestina) Saleh Abu Anzeh, da Giuseppe Nieri e Giorgio Baumgartner, con un lanciamissili. Solo più tardi si scoprirà che quell’arma micidiale apparteneva all’Olp, e che l’Italia era solo un punto di transito, come spiegarono gli stessi palestinesi del Fplp in una lettera inviata al Tribunale di Chieti, competente per il caso.

La prova dei rapporti inconfessabili tra l’intelligence militare italiana e l’organizzazione palestinese è arrivata – per il pm Armati che indagò sul caso – dal muro di silenzi e depistaggi alzato immediatamente dopo la scomparsa di De Palo e Toni. Scrive il magistrato nella sua richiesta di rinvio a giudizio per George Habbash, Stefano Giovannone (ufficiale del Sismi a capo degli uffici di Beirut) e Damiano Balestra (brigadiere dei carabinieri addetto all’ufficio cifra dell’ambasciata italiana in Libano): “L’istruttoria finora compiuta avrebbe certamente consentito di fare piena luce sulla complessa vicenda della scomparsa all’estero dei due giornalisti”. Ma troppi sono stati gli ostacoli che hanno bloccato la procura di Roma: “In primo luogo l’atteggiamento completamente negativo delle autorità libanesi; in secondo luogo le difficoltà frapposte dalle autorità elvetiche (coinvolte per il caso del depistaggio sulla strage di Bologna attuata da Elio Ciolini, ndr); in terzo luogo la conferma da parte dell’autorità di governo del segreto di Stato opposto dal Giovannone, (…) che ha avuto l’effetto non voluto di coprire anche le ragioni della condotta dell’ufficiale del Sismi nei confronti dell’Olp”.

Per il pm Armati la condotta dei nostri servizi nella vicenda “presenta aspetti oscuri certamente estranei ai suoi fini istituzionali”. Con un coinvolgimento – ipotizzato dalla procura – dello stesso direttore del servizio, il generale Giuseppe Santovito. Il primo novembre del 1980 – due mesi dopo la scomparsa dei giornalisti – il capo del Sismi incontrò Arafat. Il leader dell’Olp chiese alla nostra intelligence di “stendere un velo pietoso sulla vicenda”. Circostanza che lo stesso Santovito ammise davanti al pm Armati. Da quel momento – si legge nelle carte del processo – l’ambasciatore italiano D’Andrea, intenzionato a chiarire quello che era accaduto, si trovò davanti il classico muro di gomma, metafora che il nostro paese stava imparando a conoscere molto bene. Gli ufficiali del Sismi iniziarono a monitorare le indagini condotte dall’ambasciata, convincendo il brigadiere Balestra – poi condannato in via definitiva – a passare all’intelligence i messaggi scambiati con la Farnesina. Stefano Giovannone, a quel punto, intervenne direttamente con la famiglia, chiedendo il silenzio stampa, accusando i Falangisti di Beirut, giocando sulla speranza dei parenti dei giornalisti di poter risolvere il rapimento.

Nonostante i depistaggi, la Procura di Roma riuscì a ricostruire almeno il contesto della scomparsa, attribuendone la responsabilità ai palestinesi: “I due erano stati uccisi dal gruppo di Habbash, subito o quasi”, spiega il magistrato romano citando una nota dell’ambasciata italiana a Beirut. Il mistero nasce sui motivi del rapimento e dell’omicidio, con un’ipotesi inquietante: “Forse i palestinesi avevano ricevuto qualche indicazione errata”, era l’indicazione arrivata dalle forze di sicurezza libanesi. Una trappola, un mandante esterno. Italiano? Chissà.

Il 28 agosto scadono i trent’anni previsti dalla recente riforma sui servizi come limite massimo per il segreto di Stato. Già il 10 marzo del 2010 – attraverso l’intervento del Copasir presieduto da Francesco Rutelli – le famiglie dei due giornalisti avevano ottenuto un primo accesso a 1.161 documenti classificati. Mancavano all’appello un’ottantina di fascicoli, per i quali fu confermato il segreto di Stato da Silvio Berlusconi. Fabio De Palo, fratello minore di Gabriella, oggi giudice civile a Roma, ha catalogato con cura le migliaia di pagine consultate (che ha potuto copiare solo dopo un ricorso al Tar). All’Espresso spiega che dal 29 agosto è pronto a chiedere l’accesso alle carte mancati al premier Matteo Renzi, che – secondo le norme attuali – non potrà più autorizzare gli omissis.

“Gli interessi economici prevedevano lucrosi affari nella vendita delle armi – spiegano in un appello i familiari di Gabriella De Palo e Italo Toni – a quei paesi nei confronti dei quali vigevano embarghi economico militari”. Una politica che Paolo Emilio Taviani sintetizzò nella formula “della moglie americana e dell’amante libica”. Sintesi di quel lodo “Moro” che l’ufficiale del Sismi Stefano Giovannone (uomo di stretta fiducia del leader Dc) attuò con meticolosità, e che Vincenzo Parisi citò in parlamento “per spiegare il movente di tante stragi ancora oggi inspiegabili e coperte da inquietanti aloni di mistero”, come ricordano i familiari dei due giornalisti uccisi nel 1980. “Ci aspettiamo di riavere i resti degli scomparsi e la riapertura di un processo” che era stato interrotto, bloccato dal segreto di Stato confermato da Bettino Craxi, trent’anni fa. Verità e giustizia, al posto dell’eterno muro di gomma italiano.

 

3 Responses to I rapporti incoffessabili tra palestinesi e Sismi

  1. Moshè Dayan scrive:

    Nomi rispettati diverranno nomi di complici del terrorismo islamico.

  2. Stefano scrive:

    Con la dissegretazione finalmente la verità verrà a galla, ma sarà troppo tardi, la magistratura prezzolata a esempio ha già provveduto ad archiviare l’inchiesta sui palestinesi per l strage di Bologna.

    • Moshè Dayan scrive:

      Dal punto di vista giudiziale, forse i palestinesi riusciranno a uscirne assolti. dal punto di vista storico no.

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