Venezia Suchot 5774 (1)Articolo pubblicato sul settimanale Oggi 21.8.2014
Un’esperienza di vita vissuta da una socia ADI
Ariel Shmona Edith Besozzi
inserita in un contesto di informazione in cui si cerca di presentare il conflitto mediorientale con obiettività.
Nonostante alcune imprecisioni nel riportare dati tecnici e militari va apprezzato l’impegno del settimanale Oggi nel presentare a un ampio pubblico un’informazione non tendenziosa e all’autrice la qualità della testimonianza unica nel suo genere. Auguriamo la continuità in questa direzione dei media di costume e attualità di ampia tiratura.

Sono nata e cresciuta in una famiglia per nulla religiosa, fin da piccolissima mi è stato detto che il rapporto con D_o era qualcosa di personale e che avrei dovuto valutare io, decidere come e se credere.

I nonni paterni erano piuttosto religiosi, soprattutto il nonno ma in una maniera molto intima e privata, non era un uomo particolarmente loquace ed è sempre stato difficile per me parlare con lui.

I nonni materni invece erano comunisti e da loro ho imparato la storia. Mio nonno era stato partigiano, catturato e deportato in Germania, mia nonna, allora bambina, ricordava con precisione il fascismo ed i bombardamenti. Mi hanno trasmesso, attraverso i loro racconti la loro “fede”; per questo motivo, fin da piccola, ho pensato fosse indispensabile lottare contro le cose che ritenevo ingiuste, inique. Inizialmente si trattava di reazioni piuttosto istintive che mi portavano a prendere sempre le parti dei più deboli o degli emarginati, crescendo è divenuto un impegno politico concreto che si è modulato attraverso la partecipazione alle proteste studentesche, poi all’attività sindacale fino a divenire parte integrante della mia vita.

Non ho mai avuto paura di prendere parola, di far valere le mie ragioni o di difendere quelli che credevo avessero bisogno d’essere difesi. Mi sono mossa dentro alcune categorie rispetto alle quali credevo si potessero trovare indicazioni e risposte alla sensazione che provavo d’essere immersa nelle ingiustizie e nelle iniquità.ù
Ho attraversato il lavoro in fabbrica con una sofferenza profonda che mi veniva soprattutto dal fatto di non poter condividere con le mie compagne di lavoro nessun pensiero, nessuna istanza. Mi sono trovata emarginata ed umiliata perché frequentavo le serali, derisa perché credevo che attraverso lo studio sarei riuscita ad uscire dalla fabbrica, cosa che puntualmente è accaduta. Nonostante ricevessi molta più solidarietà e stima dalle mie datrici di lavoro ho continuato a pensare a loro come nemiche ed a difendere le mie aguzzine con la mia abilità dialettica e lo studio dei contratti e delle leggi.

Proseguendo negli studi mi sono confrontata con donne sapienti capaci di destrutturare il mio pensiero attraverso la presa di consapevolezza d’essere donna; processo non indolore poiché,chi non era abbastanza interessante per loro, non veniva neppure presa in considerazione.
Lavorando e studiando mi sono trovata cooptata all’interno del sindacato rosso d’italia, portata come un trofeo: giovane donna, ho avuto tutti i ruoli che pensavo di desiderare. Credevo sinceramente di poter fare qualcosa di positivo per le persone con cui lavoravo, lo studio delle norme, della contrattazione, dei bilanci delle aziende, la costante lettura di giornali e libri mi ha mostrato le infinite possibilità di cambiare radicalmente l’ordine delle cose. Non sarebbe stato affatto difficile contrapporsi al capitale e far valere le ragioni del lavoro se solo si fosse creduto davvero che il lavoro è qualcosa di fondante per l’individuo.

Il lavoro, l’opera umana, è la più grande ricchezza che ognuno di noi possiede ed è ovviamente la più grande ricchezza dell’umanità tutta. “Prerogativa dell’uomo nato libero e fornito di genio creativo”. “Il lavoro è una grande cosa perché onora chi lo fa” ( Talmud babilonese, Nedarim 49b).
Credevo e ancora credo fermamente che questo sia vero, solo che ho capito che proprio le organizzazioni della così detta sinistra italiana (partiti, sindacati, associazioni di vario genere) non solo non lo credono, decisamente fanno il possibile per screditare questa idea.
Ci sono voluti alcuni anni di militanza intensa ed assoluta, diverse ulcere ed una quantità enorme di accesissime discussioni ma alla fine ho capito che quelle “strutture” non centravano nulla con gli ideali di giustizia, equità, libertà collettiva ed individuale cui mi rifacevo.

Non è stato semplice rinunciare alla visibilità ed al potere, ma ancora meno semplice è stato ritrovarmi a fare i conti con il mio desiderio di essere politica.
Dovevo cercare altrove, più profondamente dentro di me, dentro la mia storia personale, famigliare… soprattutto mi trovavo senza fede, senza dio o ,dovrei dire, senza idoli…
Nel corso di quegli anni e di quelle esperienze non ho mai scordato d’essere ebrea, non ho mai scordato l’importanza d’Israele per me, troppi e troppo frequenti e stupidi gli attacchi per poter dimenticare.
Nel 2008 sono andata in Israele, trascinandomi dentro ancora qualche idolo: Berlusconi è colpevole di tutti i mali d’italia (compreso il fatto che ho la celllulite), gli USA sono il male assoluto, è alternativo andare a sentire il concerto al centro sociale, i militari sono tutti assassini guerrafondai, a Genova le proteste erano legittime, forse gli scrittori pacifisti israeliani hanno ragione, poverini i migranti dobbiamo a accoglierli tutti…

In Israele ho visto che la creatività può essere condivisa e collettiva, che il genio viene premiato e reso disponibile per il bene comune, che i militari sono ragazzi allegri ed informali, leali e generosi, che la libertà femminile non passa attraverso una falsa emancipazione all’interno di una élite intellettuale ma si dichiara nella dimensione autentica di cittadinanza piena delle donne israeliane.
Ho visto che se si vuole creare una nazione bisogna lavorare duramente e crederci fino in fondo.
Ho imparato che è possibile amare la vita e avere molti figli nonostante la possibilità d’essere continuamente attaccati; che si può essere assolutamente laici senza tradire la propria spiritualità e religiosità, perché è importante assumere la responsabilità di sé della propria vita, di quella della propria comunità e spesso del mondo.
Ho abbandonato gli idoli ed ho trovato l’esito vivo di un socialismo reale, unico caso al mondo su base totalmente volontaria. Ho conosciuto una società che non smette di interrogare se stessa, che non smette di chiedersi conto delle proprie azioni. Ho trovato una nazione giovanissima ed antichissima ad un tempo ed ho capito, per esempio, che questa parola, “nazione” (Il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica) non contiene in sé alcun male.
Piuttosto mi sembra che in questo momento un certo internazionalismo stia facendo gli stessi danni che nello scorso secolo sono stati fatti da alcuni nazionalismi.

Il percorso politico è sempre molto personale ed è indispensabile che resti tale nei suoi tratti fondanti perché proprio dalla fedeltà a se stessi è possibile trarre la forza per comprendere quali sono i propri idoli e decidere di rinunciare.
Nel momento in cui ho dovuto assumere la consapevolezza che la situazione in cui versa l’italia è responsabilità di tutti quelli che, soltanto per incapacità, non sono riusciti a realizzare se stessi, i propri talenti e hanno lasciato che nella frustrazione e nell’invidia crescesse la legittimazione alla propria inazione, ho dovuto riconoscere le mie personalissime responsabilità per non essermi allontanata prima dalla così detta sinistra per non avere avuto il coraggio prima di denunciare i facili urlatori populisti che sulla stessa incapacità di assumere le responsabilità su se stessi dei molti accoliti stanno raccogliendo un facile quanto rischioso consenso.

Oggi dopo essermi allontanata faticosamente ed a tratti dolorosamente da tanti dei miei antichi idoli guardo alle persone che definendosi di sinistra si scagliano contro Israele riconoscendo ancora una volta i tratti di chi piuttosto che conoscere e studiare preferisce assumere parole d’ordine e luoghi comuni, preferisce essere militante piuttosto che essere libero pensatore, preferisce credere ai complotti piuttosto che assumere su di sé la responsabilità di cambiare le cose.
Hanno un vestito diverso dagli antisemiti del secolo scorso, ma il cuore è sempre lo stesso.
Sono felice di dichiarare apertamente d’essere sionista, conosco il significato di questa parola, ne conosco la natura e ne conosco l’azione. Il ritorno a Sion fa parte dell’etica alla quale mi riferisco, la tensione ideale alla libertà che si riconosce nelle regole necessaire perché sia sempre collettiva prima che personale, la nostalgia di una pace profonda che trae forza dall’impegno alla vita, sempre, che si determina ogni volta che la paura mi coglie e nello stesso tempo mi abbandona perché so di poter tornare. Tornare a Gerusalemme, tornare a me stessa, tornare alla mia storia, tornare alle mie continue assenze da lei. Ciò che mi sostiene è la concretezza della terra, ciò cui anelo è la libertà dell’attraversamento del deserto.

Sono sionista non so se sono di destra o di sinistra ma “francamente me ne infischio”.

Ariel Shmona Edith Besozzi

 

3 Responses to Sono Sionista

  1. ennio scrive:

    condivido quanto indicato nell’articolo, vedo una parte della mia vita in quanto scritto nell’articolo. Vorrei poter usare la Legge del Ritorno anche se ormai vecchio e approvo il sionismo

  2. Stefano scrive:

    Le scelte sono due: si è sionisti e si riconosce a un popolo il diritto di vivere nella terra che era dei suoi antenati, nella terra dove è nata la madre della maggioranza degli abitanti e tre quarti degli abitanti. Oppure si è antisionisti e si vuole restituire questa terra agli arabi che l’avevano rubata, per allargare di un settecentesimo il loro territorio.

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