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Ariel Shimona Edith Besozzi
9 Mar 2015

Di quale tipo di società è figlia un’università (London University marzo 2015) che decide di boicottare le persone, la ricerca e l’impegno? Un’università che decide di fare prevalere l’incapacità ad assumersi la responsabilità dei propri fallimenti e dei propri insuccessi, un’università che è generatrice e generata da una società in cui la confusione tra impegno e disimpegno, gioia e noia sono una costante.

Regna una confusione profonda, sembra sia impossibile, intollerabile, inaccettabile l’impegno. Non qualsiasi impegno, se si tratta di un impegno retribuito o riconosciuto come socialmente qualificante allora va benissimo ma se si tratta di un impegno che presuppone solidarietà e reciprocità allora diventa troppo pesante, insostenibile.
Sembra che, qualunque cosa coinvolga l’assunzione di responsabilità individuale nei confronti della vita, sia la propria o quella altrui, qualunque tipo di responsabilità coinvolga il rispetto di alcune regole, direi meglio il controllo dei propri istinti, sia da escludere a priori.
Assistiamo quindi ad un fenomeno inquietante, moltissime persone sono “impegnate” a lavorare anche per dodici ora al giorno, in una continua rincorsa del prestigio e del denaro, cose degnissime in sé poiché, per me, le abilità professionali personali devono essere messe a frutto e, per le proprie competenze, è legittimo aspettarsi un riconoscimento economico adeguato, ma a fronte di questa determinazione e questa decisione, assistiamo alla necessità di portare a tutto il resto della vita il proprio totale e assoluto disimpegno e deresponsabilizzazione. Ed allora non è più possibile pensare di impegnarsi in una relazione matrimoniale che comporti l’obbligo alla fedeltà ed alla lealtà, al rispetto; non è più possibile pensare di rinunciare alla palestra per giocare con i propri figli e nello stesso identico modo non è possibile pensare che ciò che accade nel mondo, nelle strade, nelle piazze, nei negozi, nelle scuole, nelle università, nei mercati sia qualcosa che ci riguarda personalmente ed interamente. Improvvisamente è come se tutti fossero presi da una necessità al disimpegno e al relativismo, tutto questo con una completa ed assoluta legittimazione sociale. Se sei al lavoro otto o più ore per cinque o più giorni alla settimana, non ci si può aspettare che tu sia anche impegnato nello svolgere una vita famigliare, sociale, politica… così si dice.
Probabilmente è per questo motivo che in questi anni si è assistito progressivamente ad una demonizzazione della parola “politica” riempiendo questa di un contenuto che non le appartiene per nulla, si è confusa la politica con le persone che fanno parte dei partiti e che occupano ruoli di governo. Poi, dopo che per molti anni a questi non si è domandato altro che di fare e pensare tutto ciò che non si voleva fare né tanto meno pensare, all’improvviso, si è scoperto che il disimpegno aveva preso anche loro, soprattutto loro, proprio nello svolgimento delle loro funzioni.
Ciò che però non si è fatto e si continua a non fare è chiedersi cosa si è fatto, cosa ognuno di noi ha fatto e sta facendo, perché questo accadesse o non accadesse. Ciò che continua tristemente a colpire questo continente, è questa auto legittimazione al disimpegno perché “insomma non si può sempre lavorare e pensare, ci si deve anche divertire!”.
Quello che però vorrei dire a tutte quelle persone che dicono di non avere tempo per capire, per decidere, per intervenire, per sapere, per conoscere è che l’impegno può essere divertente, l’impegno, la scelta di spendere se stessi per costruire una famiglia, un rapporto con i propri figli e con i propri genitori, per vivere relazioni concrete, forti, realmente solidali, è una fatica che da gioia.
Essere impegnati non vuole dire necessariamente essere brutti, grigi ed arrabbiati, essere impegnati può anche voler dire ridere, essere colorate e fortissime! Essere persone impegnate che non lasciano accadere le cose, che hanno il coraggio di studiare per poter esprimere un’opinione, per conoscere una situazione ed affrontarla, organizzare le proprie giornate non solo in funzione della produzione e del prestigio ma anche in funzione della costruzione di una società più solidale, gioiosa ed equilibrata non è qualcosa di pesante, è qualcosa di leggero perché nutre la vita che è in noi ed attorno a noi, ci da sostegno.
A chi crede che rispettare delle regole, fare attenzione a ciò che si mangia, alzarsi la mattina presto per pregare, cercare di rispettare gli altri provando a comprenderli anche quando sono tanto diversi da noi, fare della curiosità una norma viva e praticabile per rendere il mondo migliore di come l’abbiamo trovato.
A voi tutti, abbandonate il peso del vostro relativismo deresponsabilizzante ed abbracciate con gioia la possibilità d’essere persone, non sole in mezzo a molte altre, ma parte di un corpo, membra vive e vitali, concedetevi di sostenervi reciprocamente e non tollerate che venga boicottata la vita.

Ariel Shimona Edith Besozzi

 

7 Responses to LA GIOIA E L’IMPEGNO

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