Emanuel Baroz

29 gennaio 2017

Il Giorno dell’Astio. Cinque risposte alle osservazioni di chi detesta il Giorno della Memoria

Da quando esiste il Giorno della Memoria, c’è chi sente l’urgenza di comunicare al mondo che «sì, va be’, però… Ma quell’altro fatto è più importante».

Non parlo di negazionisti e complottisti. Quella è materia per la psichiatria. Parlo di chi si sente vagamente infastidito da questa ricorrenza, chi reagisce leggermente stizzito a iniziative, programmi e articoli e chi non può fare a meno di dar voce alla propria contrarietà con ogni genere di osservazioni tendenziose.

Da quando esiste, poi, un megafono social che regala un pubblico a ogni pensiero estemporaneo e a ogni urlo sconnesso, il 27 gennaio è diventato il Giorno dell’Astio. La memoria è sommersa e soffocata da un continuo brusio di fondo che prende forma definita in una domanda ricorrente, una domanda appesantita da un sottotesto di ostilità e sospetto nei confronti delle vittime: «perché dovremmo ricordare quelli là? Che cos’hanno di speciale?»

Mi piace cullarmi nell’illusione che quando qualcuno fa una domanda è anche in cerca di una risposta. Per questo ho raccolto le osservazioni che più spesso, nel corso degli anni, ho sentito o letto. E ho risposto:

OSSERVAZIONE N. 1:

«Ma se nella Seconda Guerra Mondiale sono morte 60 milioni di persone, perché dobbiamo ricordare quei 6 milioni di ebrei?»

RISPOSTA N. 1:

La Seconda Guerra Mondiale e la Shoah sono stati due eventi concomitanti, ma non sono la stessa cosa: i 6 milioni di vittime della Shoah non sono vittime di guerra (soldati morti in battaglia, civili morti sotto i bombardamenti e in generale persone morte per le conseguenze della guerra); si tratta di 6 milioni di persone schedate, deportate e assassinate unicamente per la loro origine. Due terzi degli ebrei europei, oltre nove decimi degli ebrei polacchi.

Inoltre, quei 6 milioni su 60 costituiscono il 10%; quella che ad alcuni pare una percentuale esigua, è un numero enormemente sproporzionato, considerando che la popolazione ebraica mondiale non raggiungeva neanche l’1%.

OSSERVAZIONE N. 2:

«Perché gli ebrei? Evidentemente avevano fatto qualcosa di male».

RISPOSTA N. 2:

Il fatto che in tanti sorga questa domanda costituisce la più grande e duratura vittoria del nazismo sulla ragione.

Perché gli ebrei? Perché 50 anni di propaganda razzista-cospirazionista di stampo populista e pseudoscientifico, dopo un millennio di discriminazioni e persecuzioni di stampo religioso, li avevano resi il nemico pubblico numero uno.

Perché chi si aggrappava al potere in un impero al tramonto (la Russia zarista) o chi vendeva sogni di grandezza a un popolo sprofondato nel baratro economico e nel caos politico (quello della Germania tra le due guerre) sapeva bene che la caccia al nemico è la più potente arma di distrazione di massa.

Perché il diverso tra noi – che si tratti di una minoranza pienamente assimilata e integrata, fedele al proprio Paese (gli ebrei tedeschi) o di masse palesemente differenziate dalla cultura dominante (gli ebrei dell’Europa orientale) – è il sospetto ideale, il candidato perfetto al ruolo di nemico. Il nemico interno. Ruolo ancor più facile da attribuirgli se siamo abituati a odiarlo già da mille anni, col permesso della Chiesa.

OSSERVAZIONE N. 3:

«Ma se è un problema generale, perché si deve parlare degli ebrei? Perché dimenticare gli altri? E perché sempre quella vecchia storia? Perché non le cose più attuali?»

RISPOSTA N. 3:

Risponderei con una domanda: che fastidio vi dà se si parla degli ebrei? Se si conosce sempre di più dei cosiddetti “olocausti dimenticati” (come vengono ricordati continuamente nei titoli di giornali e siti ostili alla memoria della Shoah) è perché l’istituzione del Giorno della Memoria ha innescato una catena di iniziative, ricerche, scoperte, convegni, pubblicazioni, creazioni e narrazioni su tutto il contesto in cui è avvenuta la Shoah.

Se oggi ricordiamo, studiamo e facciamo conoscere con diversi mezzi lo sterminio di rom e sinti, l’Omocausto e il cosiddetto programma di eutanasia è perché abbiamo cominciato a ricordare, studiare e far conoscere lo sterminio degli ebrei. E se oggi abbiamo qualche mezzo in più e un po’ di preparazione per riconoscere i germi del totalitarismo, e magari per intervenire in tempo, è perché ci siamo concentrati sul periodo più nero della nostra storia. Abbiamo aperto il vespaio che non volevate aprire e abbiamo trovato le vespe che dite di voler trovare. Allora, di nuovo: che fastidio vi dà se si parla degli ebrei?

OSSERVAZIONE N. 4:

«Rifiuto il Giorno della Memoria perché gli ebrei [israeliani] oggi fanno ai palestinesi [arabi] quello che ieri i nazisti facevano agli ebrei» (spesso accompagnata da una falsa citazione vigliaccamente attribuita a Primo Levi).

RISPOSTA N. 4:

Se anche questo fosse vero (e non lo è), si dovrebbe tener presente che il ricordo della Shoah non riguarda solo Israele. Il ricordo della Shoah riguarda ciò che è avvenuto alla metà del secolo scorso nel cuore dell’Europa. Riguarda l’abisso nel quale è sprofondata l’umanità. Riguarda la facilità di manipolazione delle masse. Riguarda la perdita della coscienza individuale nell’ubriacatura collettiva. Riguarda la distinzione tra il Bene e il Male. Riguarda tutti, in ogni luogo e in ogni epoca.

Ma perché il paragone col conflitto arabo-israeliano non ha alcun senso? Perché quello che la Germania nazista (con la volonterosa collaborazione dei fascisti di mezza Europa) ha pianificato e messo in atto – se ancora non è chiaro – era un preciso progetto di sterminio ai danni di diverse minoranze, prima fra tutte quella ebraica.

Mentre quello che esiste in Medio Oriente è un conflitto. Un conflitto in corso da 90 anni che ha attraversato tre fasi con vicende alterne, rovesciamenti di potere, guerre tra eserciti nazionali, guerriglia, terrorismo, bombardamenti, rappresaglie, spionaggio, operazioni speciali e vittime militari e civili da entrambe le parti. Chi fa paragoni tra i due fenomeni è talmente cieco da non riuscire a vedere la differenza tra un conflitto e un genocidio. E chi afferma di rifiutare la memoria della Shoah perché schierato da un’altra parte, come se si trattasse di tifoserie, è talmente ipocrita da non voler ammettere che il suo rifiuto proviene da una profonda e radicata avversione per le vittime della Shoah.

TENTATIVO DI INSISTERE SULL’OSSERVAZIONE N. 4:

«Sì, la so la differenza tra conflitto e genocidio. E anche in Palestina è in atto un genocidio!»

RISPOSTA AL TENTATIVO DI INSISTERE SULL’OSSERVAZIONE N. 4:

La popolazione ebraica mondiale, oggi, non è ancora tornata ai numeri precedenti alla Shoah, quando la sua percentuale sulla popolazione totale della Terra era il doppio di quella odierna. E in Europa orientale un’intera cultura, la popolazione ebraica di lingua yiddish, è stata cancellata per sempre dalla storia umana nel giro di sei anni. La popolazione araba palestinese tra Israele e Palestina è quadruplicata dal 1948 a oggi. E possiamo esserne lieti, ma sarebbe uno strano esempio di genocidio.

OSSERVAZIONE N. 5:

«Ma queste cose non possono accadere di nuovo».

RISPOSTA N. 5:

Possono. Sono accadute prima e sono accadute dopo. Già nel 1946, appena un anno dopo la sconfitta del nazismo, in Polonia, negli stessi luoghi della Shoah, nuovi massacri colpiscono le stesse vittime. Vent’anni dopo, una nuova campagna antisemita costringe gran parte dei sopravvissuti e dei loro figli a lasciare il Paese. Altri luoghi e altri tempi, più vicini a noi, hanno visto altre vittime. Se anche non accade su così larga scala o con la stessa meticolosa e burocratica precisione, non significa che non possa accadere.

Se queste risposte non vi soddisfano e il Giorno della Memoria continua a infastidirvi, ne avete il diritto. Forse le vostre osservazioni sono altre: non prendono di mira la necessità di ricordare ma ne contestano i modi, su cui si può discutere e si discute. Forse siete solo allergici alla retorica e alle celebrazioni svuotate di senso, e su questo si può lavorare.

Ma se volete continuare a trasformare il 27 gennaio nel Giorno dell’Astio, se avete sempre i commenti pronti per ricordarci che non dobbiamo ricordare «quelli là» (o «i sionisti», come li chiamate per non suonare razzisti), allora prendetevi un altro giorno, un giorno tutto per voi.

Prendetevi il 28 gennaio. Fatene il “Giorno della Dimenticanza”, il “Giorno del Rifiuto della Memoria”, il “Giorno dell’io sto dalla parte degli altri”, il “Giorno del «sì, va be’, però… Ma quell’altro fatto è più importante»”. Fatene quello che vi pare.

Ma restate in silenzio il 27 e lasciateci ricordare, mentre proviamo indefinitamente a comprendere ciò che non può essere compreso.

Lo facciamo anche per voi.

focusonisrael.org

Cronache Terrestri

Emanuel Baroz, 29 gennaio 2017

 

One Response to Alcune osservazioni sulla Giornata della Memoria

  1. ennio scrive:

    Replicare e diffondere maggiormente. Prima occasione per il 10/2 giorno del ricordo delle foibe, stesso metodo e stesse motivazioni su scala ridotta e solo italiana in Istria, Fiume, ecc. compiuta dai liberatori. Per alcuni i nazi erano liberatori e pure i Titini e gli Ustascia.

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