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Che senso ha ricordare? Il ricordo della Shoah non deve essere la riesumazione liturgica o museale di un fossile, né, tantomeno, il momento annuale per un’endovena estetica e melensa di passioni tristi. Infine, cosa purtroppo spesso asserita quasi come se fosse dogma ma mai abbastanza spiegata e portata a comprensione, la Shoah è un unicum rispetto ad altre tragedie umane, pur immani, per la compresenza radicale di una serie di variabili che si verificarono solo in quella tremenda occorrenza storica. Come è noto, l’unico altro genocidio in cui quasi tutte le variabili furono presenti fu quello armeno, perpetrato dai turchi e dai tedeschi loro sodali. Per intenderci con un esempio, per i bambini cristiani armeni – che pure furono in gran numero sterminati – vi furono alcuni spiragli (comunque sciagurati) di salvezza: la schiavitù, la “turchizzazione” e l’islamizzazione. Per i bambini ebrei, la colpa era quella di essere nati, e dunque furono subito soppressi.

La Shoah non si presta quindi a un’ermeneutica generalizzante, ma richiede di sostare e analizzare i fattori particolari e la sua specifica storia ed essenza. Se tutto è fascismo e nazismo, nulla è fascismo o nazismo. E’ per questo che le generalizzazioni in proposito falsano il pensiero e richiedono sorvegliata serietà. Ed è sempre per questo motivo che molto bisogna guardarsi da coloro che scagliano facilmente, nell’agone polemico, il marchio di nazista o fascista come arma per colpire, delegittimare e ferire avversari ostici, ancorché legittimi.

L’attualità della lezione della Shoah si dipana su due piani ben precisi: quello dell’antisemitismo, specifico e imprescindibile per tutti, e quello, interrelato e generale, del declino e della crisi della vita democratica. L’antisemitismo, dall’antichità al jihad glocale (lemma orrendo), è un male che non ci abbandonerà e che si sta oggi rinvigorendo. Tuttavia, esso può essere, di generazione in generazione, contenuto, decostruito e sconfessato, ed è questo l’impegno richiesto. Non si è compresa la Shoah e l’antisemitismo, se si nega ostinatamente che la sua forma moderna sia l’antisionismo e che l’islam politico ne sia radicalmente intriso, in un coacervo di elementi concettuali nazisti. I paesi europei che negano questo nella vita istituzionale, politica e culturale si stanno ri-aprendo a tale immondo contagio.

Buona parte del dibattito filosofico e politico che ha portato in Occidente -e solo in Occidente- al riconoscimento e alla tutela dei diritti individuali, civili e politici -di cui è cardine il godimento della libertà privata personale (bene non negoziabile e da difendersi costi quel che costi!) dei moderni a fronte di quella collettiva e pubblica degli antichi (o della Umma)- fu una discussione attorno alla “questione ebraica”, all’antisemitismo e, poi, al post-Shoah. Il decadimento della vita democratica a demagogia portò al totalitarismo linguistico (sia sotto i fascismi sia sotto i comunismi) e a virulento antisemitismo. Viene da chiedersi se le nostre massificate democrazie occidentali, scientemente sottoposte a un inquietante e non disciplinato cambio demografico a lungo termine, nell’era globale dei social network, non possano essere altro che demagogiche. Se sì, quali scenari? Quali pericoli? Quali ripari e vaccini, sia giuridici sia filosofici?

Il totalitarismo linguistico è purtroppo già in atto, e non da parte dei rigurgiti di certe grette e retrive parti politiche (che sono un effetto destinato a crescere in futuro), bensì -e qui sta il dramma epocale- da parte delle forze democratiche, riformiste, integranti e mediane – inclusa, purtroppo, da alcuni anni, certa cultura cattolica, asservitasi al mainstream e divenuta irenista e pop. Questo totalitarismo linguistico, che rende incomprensibile il reale, qualunquista lo spirito, indifesa la nostra società e legittimabili (per taluni) le già citate forze retrive, si estrinseca appieno nella dilagante dittatura post-moderna del politically-correct, omologante dispoticamente ma debolmente, non meno pericolosa però di altri disagi e confusioni dell’intelletto. Il cosmopolitismo pacifista, negante l’identità e la storia particolare e specifica, rischia cioè di essere lesivo, distruttivo e luttuoso (e antisemita) tanto quanto l’identitarismo radicale.

E, non è un caso, che l’antisemitismo -travestito da antisionismo-, alberghi oggi proprio in siffatte derive morali e intellettuali, spesso ammiccanti, per amor di terzomondismo e per sistematica ideologica erosione della cultura occidentale, all’Islam politico, antisemita nel suo Dna.

Giuseppe Laras, Il Foglio, 27/01/2017

 

2 Responses to Dall’antichità al jihad, l’antisemitismo è un male che non ci abbandona

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