Viaggio nel più importante centro di controllo per la sicurezza: “Puntiamo a isolare gli estremisti”

AP
05/02/2017 La Stampa
GIORDANO STABILE
INVIATO A NABLUS

Dalle pendici del Monte Gerizim si vede tutta Nablus. Il maggiore Elitsur Trabelsi mostra la grande area urbana, quasi mezzo milione di abitanti, dal suo binocolo. «Nota qualcosa?». La risposta la dà lui stesso: «Non ci sono più posti di blocco». È uno dei motivi di orgoglio di Trabelsi e della Brigata Shomon, piantata nel cuore di una delle aree palestinesi più difficili e conflittuali. La Seconda Intifada era stata un inferno. Quella «dei coltelli» era cominciata proprio qui, con l’uccisione di Eitam e Naama Henkin, vicino all’insediamento di Itamar, il primo ottobre 2015. Ma da allora, la strategia delle forze anti-terrorismo israeliane è cambiata.  

«Quando vedo Berlino, Parigi, altre città europee piene di blocchi di cemento mi viene un colpo – spiega Trabelsi -. É una vittoria dei terroristi. L’esperienza ci ha insegnato che meno barriere si creano, più si lascia la popolazione libera di muoversi, più si fa pendere la bilancia dalla parte di quelli che vogliono vivere in pace, e si isolano gli estremisti». La sindrome dell’assedio è la prima cosa che le forze anti-terrorismo vogliono combattere. Dalla strada che scende dall’insediamento di Har Bracha si sbuca a una rotonda che collega ai sobborghi meridionali di Nablus. Grossi cartelli rossi indicano l’ingresso nell’Area A, cioè quella sotto controllo palestinese.

 

É uno dei «punti caldi», dove si è verificato più di un attacco. Non ci sono barriere. Solo paletti gialli, molto robusti, a proteggere la fermata dell’autobus. Trabelsi mostra un video sul cellulare. Un furgoncino che dirige a tutta velocità verso la fermata e rimbalza sui paletti. «Attacco sventato». L’altro cambiamento è nell’addestramento degli uomini. «Dobbiamo capire che la stragrande maggioranze dei palestinesi vuole lavorare, pensare alla famiglia. Ora tutti i soldati seguono corsi per imparare a individuare da piccoli segnali il potenziale terrorista, nervosismo, abbigliamento».

 

L’altro cambio di strategia è nel lavoro di intelligence. «Siamo di fronte a cellule molto meno strutturate in superficie, ma con dietro reti complesse. Per l’attacco alla famiglia Henkin pensavamo che il gruppo fosse di tre individui. Poi abbiamo scoperto 40 complici». Il controllo del territorio serve alla lotta «in superficie», l’Intelligence, a quella «in profondità». Soprattutto sul web. Perché la nuova ondata di attacchi trova ispirazione soprattutto in rete. E qui è in corso una gara fra gruppi estremisti, compreso l’Isis, per attirare nelle proprie file palestinesi radicalizzati.

 

Al più importante centro di comando dell’Intelligence militare si arriva scendendo per la famigerata Route 60, teatro di molti attacchi. «Abbiamo neutralizzato numerose cellule dell’Isis», conferma un maggiore alla base della Divisione Ayosh, vicino a Ramallah. La sua unità informatica batte i social media, controlla e-mail, in una corsa continua a prevenire attentati. «Gli aspiranti seguaci del Califfato cercano contatti all’esterno, con la leadership dell’Isis – spiega l’ufficiale –. E questo ci aiuta a individuarli. Ma il fenomeno mostra quanto lo Stato islamico sia determinato a soppiantare altri gruppi estremisti, come Hamas, e a radicarsi nei Territori».

 

All’Isis, l’Intelligence imputa di sicuro l’attacco a Tel Aviv del 1° gennaio 2016, e quello al mercato Sarona di giugno. Un altro fenomeno che ha colto in contropiede l’anti-terrorismo israeliano è il proliferare delle fabbriche artigianali di armi. «A un cento punto – conferma l’ufficiale – il costo di una pistola era sceso a 300, 400 shekel, cento dollari. Nel 2015 non siamo riusciti a individuare neanche una fabbrica clandestina. L’anno scorso ne abbiamo scoperte 43. E i prezzi delle armi hanno ricominciato a risalire». I centri di produzioni sono soprattutto nascosti nei retro di officine meccaniche, fabbri. Ma possono essere anche in case private. Soprattutto per quanto riguarda la produzione di esplosivi.

 

Alla base di Tel Hashomer c’è il laboratorio che si occupa di studiare le bombe artigianali, e tutti i possibili componenti. Ne elenca qualcuno il colonello Tuval Eron: «Acetone per togliere lo smalto delle unghie, cloro, soda caustica, farina di semola, acqua ossigenata, liquido anti-gelo». Tutta roba che si trova in casa o al supermercato. Ma che, per esempio, «serve a produrre esplosivi come il Tatp, o l’Egdn, quasi tre volte più potenti del tritolo, usato anche nell’attentato all’aeroporto di Bruxelles». Per dimostrazione, il colonnello fa detonare mezzo grammo di Egdn in un cucchiaino. Una bella fiammata. E nelle valige a Bruxelles ce n’erano «40 chili». Il laboratorio serve anche a testare i cani, le macchine usate da esercito, polizia, negli aeroporti, per individuare nuovi esplosivi: «É una gara che non finisce mai e noi dobbiamo essere più furbi e svelti di loro».

lastampa.it

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Set your Twitter account name in your settings to use the TwitterBar Section.