Recentemente l’attore americano, in visita in Israele per promuovere un film, è stato condotto dalla ONG Breaking the Silence a Hebron. Qui, dopo essersi guardato intorno e avere ricevuto il dovuto indottrinamento, l’interprete di American Gigolò ha rilasciato la sua dichiarazione politica:

“E’ esattamente come era il vecchio Sud negli Stati Uniti. I neri sapevano dove dovevano andare…era reso esplicito. Non attraversavi il confine se non volevi essere linciato o che ti fracassassero la testa”.

Ben detto. Hebron come il vecchio Sud americano dell’apartheid. Chi siano i “negri” mediorientali è presto detto. Vengono subito in mente evocazioni cinematografiche, da La Calda Notte dell’Ispettore Tibbs a Missisipi Burning. Gruppi di oltranzisti ebrei incappucciati armati di Torah e fucili a caccia del palestinese di turno, al posto dei suprematisti bianchi del Ku Klux Klan con le loro croci in fiamme. Sarebbe un canovaccio interessante per una possibile pellicola futura. Ma la realtà è diversa dalla fiction.

Gere non è stato informato dagli attivisti di Breaking the Silence su come stanno le cose veramente e non si è minimamente curato di informarsi in merito. Se lo avesse fatto avrebbe appreso che Hebron, dopo Gerusalemme, è il più importante luogo sacro per gli ebrei. A Hebron la comunità ebraica ha continuato a vivere per secoli, anche dopo l’occupazione araba del VII secolo. Naturalmente, sotto l’occupazione araba, con lo status di “dhimmi”. Tuttavia, già nel sedicesimo secolo ai dhimmi ebrei veniva interdetto dagli occupanti arabi (allora il termine “colonizzatori” non era d’uso) l’ingresso alla Grotta dei Patriarchi. Si trattava dell’antipasto per il futuro pogrom del 1929, quando cinquantacinque ebrei vennero linciati dalla folla araba. Seguì la cacciata degli altri e la confisca delle loro proprietà.  Quando poi la Giordania invase la Giudea e la Samaria nel 1948 e si annesse abusivamente il territorio, fino al 1967, quando Israele lo riconquistò, di ebrei non ce ne era più nemmeno uno.

Ma queste sono storie vecchie. Della discriminazione araba nei confronti degli infedeli, fondata sulla concezione suprematista della superiorità musulmana, Richard Gere deve avere sentito parlare poco. Come deve avere sentito parlare poco degli Accordi di Oslo e soprattutto del Wye River Memorandum del 1998. In virtù di questo accordo integrativo, ai palestinesi venne concessa la piena responsabilità sull’80% di Hebron mentre agli ebrei venne lasciato il restante 20%.

A tutt’oggi agli ebrei non è permesso entrare nell’Area H1 interamente palestinese, né nella parte dell’Area H2 dove una parte dei palestinesi risiedono. In altre parole, agli ebrei residenti a Hebron non è permesso l’accesso al 97% dell’area urbana, mentre ai palestinesi l’accesso non è consentito relativamente a una strada nell’Area H2, al-Shaduda Street, che congiunge tra di loro due quartieri ebraici.

Al-Shaduda Street è diventata per i solerti promotori della propaganda palestinese, un simbolo dell’”oppressione” israeliana a Hebron. Un simbolo dell’”apartheid israeliano”. I gonzi come Richard Gere, privi di qualsiasi elementare conoscenza della realtà, abboccano istantaneamente, soprattutto se sono paladini dei “diritti umani”.

Ma su una cosa ha ragione Gere, sull’apartheid e sul linciaggio. L’apartheid istituito dai palestinesi nei confronti degli ebrei è ferreo. Se un ebreo entrasse per sbaglio nell’Area H1 e venisse scoperto, la probabilità di uscirne vivo sarebbe pari allo zero. Non si dà il caso opposto. Ma tutto questo, gli attivisti di Breaking the Silence, l’omertosa ONG propalestinese che ha portato il suo celebre ospite americano in giro per Hebron si è guardata bene dal comunicarlo. Se lo avesse fatto, infatti, tutta la messinscena si sarebbe rivelata per quello che è, e l’attore americano si sarebbe accorto di trovarsi su di un set allestito appositamente in suo onore.

Niram Ferretti, L’Informale, 2/04/2017

 

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