Di seguito il testo dell’intervento del Presidente.

Signor Rabbino Capo, Presidente Di Segni, Presidente Dureghello, nell’esprimere la più profonda e sincera gratitudine per questo incontro, non posso certamente celare il portato di emozione che la visita a un luogo così significativo suscita interpellando la mia coscienza tanto da indurmi pressoché naturalmente al silenzio più che alla parola.
L’ingresso al Tempio Maggiore, la commossa sosta davanti alla lapide, che ricorda il piccolo Stefano, ucciso a soli 2 anni in un vile attentato terroristico il 9 ottobre del 1982, mi hanno profondamente scosso e la memoria di questo triste evento si ravviva ancora più oggi, a così breve distanza dal Giorno della Memoria. In quell’occasione rievocheremo, anche nelle sedi istituzionali, l’immane tragedia della Shoah, la notte più buia della Storia, nella quale una folle e mostruosa ideologia concepì un programma di annientamento dell’uomo senza precedenti. 

Il 27 gennaio faremo memoria, come ogni anno, dell’Olocausto, di quell’evento che Paul Celan, forse tra i più grandi poeti del Novecento, ebreo e rumeno, non nominò mai pur parlandone in molte delle sue liriche, “l’accaduto” – lo definiva – ciò che inesorabilmente è precipitato nella Storia in un determinato tempo, un tempo che, senza alcuna spiegazione razionale, una certa generazione è stata costretta a vivere”. “Ognuno – scriveva Celan – resta legato alle proprie date, colpito dall’accento acuto della Storia, piuttosto che cullato dal circonflesso dell’eterno”. Il male che quella generazione ha vissuto nelle sue forme più acute si è fatto memoria, interrogando le coscienze di quanti sono vissuti dopo. Come ha ricordato il Presidente Mattarella lo scorso 27 gennaio del 2018, “la memoria di Auschwitz e di tutto quello che Auschwitz rappresenta e contiene ci pone di fronte al lato più oscuro del male e all’abisso del male, all’offuscamento delle coscienze e alla perdita totale del sentimento più elementare di pietà e di umanità”.
Al cospetto dell’immane tragedia dell’Olocausto, di fronte al mysterium iniquitatis, al mistero del male che progetto di sterminio del popolo ebraico raggiunse la sua più inaudita manifestazione è forse il silenzio la scelta più autentica? No, non è certo il silenzio lo spazio nel quale possiamo trovare rifugio e consolazione, non è il silenzio la risposta all’abisso del male. La memoria dei sopravvissuti ai campi di sterminio – e oggi ne abbiamo avuto una preziosa personale testimonianza – ecco, la loro testimonianza dolorosa nel raccontare l’indicibile, le umiliazioni, la violazione dei propri diritti, le sofferenze alle quali furono sottoposti, i soprusi che subirono, l’orrore che si manifestò davanti ai loro occhi, ecco, tutto questo ha avuto bisogno di parole per poter essere trasmesso alle generazioni successive e giungere come monito fino a noi, e continua ad aver bisogno delle parole. Come fu possibile che nell’Europa dei diritti, culla di una raffinata civiltà, nella quale il valore della persona umana era iscritto – direi – nel patrimonio indelebile di una cultura condivisa, si sperimentasse un ottundimento delle coscienze di tale portata? Forse una prima risposta a questo interrogativo, che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale interpella le nostre coscienze, si ritrova in un libro bellissimo di Stefan Zweig, il grande scrittore austriaco di origini ebraiche, “Il mondo di ieri”, ecco questo mondo non è solo la struggente rievocazione autobiografica dell’Austria Felix e più in generale della società europea cosmopolita e colta che si suicidò nel primo conflitto mondiale ma anche l’analisi lucida dello smarrimento degli antichi valori della nostra civiltà. Oscurati e travolti da un inesorabile smarrimento della ragione collettiva, per questo, ancora oggi, mentre assistiamo spesso impotenti e talvolta colpevolmente indifferenti al riaffiorare di forme latenti o esplicite di antisemitismo, dobbiamo trarre insegnamento dal passato, nella consapevolezza che i più grandi orrori sono sempre l’esito di una rassegnazione talvolta inconsapevole all’inevitabilità degli eventi, è una resa dei presidi morali che sorreggono e devono proteggere i nostri ordinamenti giuridici. 
In molti Paesi d’Europa, e purtroppo anche in Italia e nella stessa città di Roma, assistiamo con preoccupante frequenza a episodi di riprovevole violenza, certamente ancora isolati ma che costituiscono la spia di un progressivo affievolimento della sensibilità collettiva di fronte all’emersione di antiche e nuove forme di razzismo, talvolta proprio di stampo antisemita. Potrei purtroppo ricordare molti episodi di cronaca, come cori razzisti nelle manifestazioni sportive, o la testimonianza di provati cittadini che denunciano di essere vittime di odiose offese a causa della loro appartenenza religiosa. C’è stato un episodio, per altro, che coinvolto la città di Roma e che mia ha profondamente colpito per il suo valore simbolico: il 10 dicembre scorso nel Rione Monti – lo ricorderete – sono state trafugate molte delle cosiddette pietre d’inciampo, pietre simbolo della memoria realizzare dall’artista tedesco Demnig in ricordo delle vittime del nazismo. Ho appreso con soddisfazione che pochi giorni fa, correggetemi se erro, il 15 gennaio, quelle pietre sono state ricollocate laddove erano state divelte. Pur tuttavia resta il senso di amarezza per un episodio che, seppur isolato, è segnale del progressivo degrado della nostra convivenza civile al quale occorre opporre un argine. Nelle mie funzioni di Presidente del Consiglio, nell’esprimere la ferma condanna nei confronti di episodi così riprovevoli, desidero, e lo voglio fare proprio qui da questo luogo evocativo, ribadire l’impegno dell’Italia nella tutela e nella promozione della libertà religiosa e nella lotta a ogni forma di discriminazione e di intolleranza alla quale la stessa Presidenza italiana 2018 dell’Ocse ha dedicato particolare attenzione.
Ricordo, sotto questo profilo, che l’Italia fin dal 1999 è membro della International Holocaust Remembrance Alliance, nata nel 1998 su impulso dell’allora Primo Ministro svedese Persson, come task force nel campo dell’istruzione con riguardo alla memoria, ricerca sull’Olocausto che viene trasformata nel 2000 in organismo intergovernativo. Anche nell’ambito dell’Unione europea, è stato anche ricordato, non sono mancate recenti iniziative volte a contrastare fenomeni di razzismo in particolare nei confronti delle comunità ebraiche.
Lo scorso 6 dicembre su iniziativa della Presidenza di turno austriaca è stata adottata una dichiarazione sulla lotta contro l’antisemitismo e lo sviluppo di un approccio comune in tema di sicurezza per proteggere con più efficacia le Comunità e le istituzioni ebraiche in tutta Europa e questa dichiarazione è stata anche menzionata nelle conclusioni del Consiglio europeo dello scorso 13 e 14 dicembre. Questo Governo farà la sua parte anche sul fronte interno.
Desidero in questa sede rinnovare i legami di particolare amicizia con la Comunità ebraica presente da sempre in Italia. Al patrimonio condiviso di valori e di destino che la qualificano come una delle più importanti componenti identitarie della nostra Nazione si affianca il contributo che gli italiani di origine ebraica singolarmente hanno offerto in diversi ambiti dalla letteratura, alla scienza, all’arte. Il riconoscimento dell’apporto della Comunità ebraica alla causa della Nazione mi permette di estendere questa considerazione ad un orizzonte più vasto. Credo che un modo forse ancor più autentico per onorare la memoria ed evitare di ricadere nell’errore del passato sia quello di ricordare il contributo straordinario offerto dal pensiero ebraico alla cultura universale e in particolare alla cultura europea. Il patrimonio culturale ebraico ha contribuito a implementare quella che – ricordo un bellissimo romanzo di Romain Gary – possiamo definire “Educazione europea”. In questo senso è possibile affermare che ogni forma di antisemitismo, quello di ieri e quello di oggi, è una sorta di suicidio dell’uomo europeo, che disprezzando, rifiutando l’ebreo, disprezza e rifiuta se stesso, nega una componente fondamentale della sua identità. L’uomo europeo, infatti, non sarebbe quello che è senza l’apporto del pensiero e della cultura che promana dalla religione del Libro, la quale ha irradiato e innervato tutta la cultura nella quale siamo immersi, di cui siamo impregnati. Letteratura, arte, musica, ogni campo nel quale il talento umano si è espresso realizzando spesso ineguagliabili capolavori ha trovato fecondo terreno di maturazione nell’ebraismo ed è forse proprio l’ignoranza che può spingere ad atteggiamenti di intolleranza che altrimenti non si spiegherebbero. Possiamo dire che gli intellettuali ebrei, cittadini delle diverse nazioni d’Europa, hanno offerto uno straordinario contributo di civiltà che soprattutto in alcuni momenti della storia si è manifestato in forme non comuni. Penso alla grande letteratura tedesca, mitteleuropea che dalla fine del XIX° secolo agli inizi del XX° secolo è stata fortemente debitrice nei confronti degli scrittori, dei poeti, dei filosofi di origine ebraica. Allo stesso tempo ricordo anche i grandi nomi della letteratura israeliana, Amos Oz, scomparso di recente, Grossman, Kaniuk, Potok hanno a loro volta dato voce alla vita degli ebrei europei così contribuendo ad alimentare quella trama di destini condivisi che lega l’Europa all’ebraismo.
Anzi, dobbiamo riconoscere che l’umanesimo europeo negli ultimi due secoli è stato sostenuto e alimentato in particolare proprio dalla cultura ebraica. Penso alle riflessioni che un raffinato intellettuale Martin Buber ha affidato a un suo famoso scritto “Il cammino dell’uomo”, che è nello stesso tempo un testo di spiritualità ebraica e un saggio sulla natura dell’essere umano.
“La nostra autentica missione in questo mondo in cui siamo posti – scrive Buber – non può esser in alcun modo quella di voltare le spalle alle cose e agli esseri che incontriamo e che attirano il nostro cuore. Al contrario – continua – è proprio quella di entrare in contatto attraverso la santificazione del legame che ci unisce a loro con ciò che in essi si manifesta.
Cari amici della Comunità ebraica di Roma, cari amici della Comunità ebraica d’Italia, grazie per questo invito, grazie per la vostra gentile – direi – calorosa accoglienza.
Ringrazio voi e attraverso voi ringrazio tutte le Comunità ebraiche che si sono succedute nel corso del tempo dislocate in tutti i luoghi geografici per il prezioso e inestimabile contributo che avete offerto all’umanesimo e che hanno reso ancor più ricco l’intero patrimonio dell’umanità.

 

One Response to IL DISCORSO INTEGRALE DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO CONTE ALLA COMUNITÀ EBRAICA ROMANA

  1. ennio carobolante ha detto:

    Mina cantava “Parole, parole, parole, soltanto parole”
    Speriamo non siano solo parole al vento, il vento c’è già

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