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	<title>ADI - Amici di Israele</title>
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		<title>Londra, nessuna commemorazione per gli atleti israeliani assassinati a Monaco &#8217;72.</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 17:26:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>veronica</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/ol1.png" rel="lightbox[31170]"></a>Testata: Corriere della Sera Data: 17 maggio 2012 Pagina: 38 Autore: Pierluigi Battista Titolo: «Rifiutarsi di ricordare Monaco &#8217;72. All&#8217;Olimpiade di Londra vince la paura».</p> <p>In nome dell&#8217;islamicamente corretto. Commento di Pierluigi Battista.</p> <p>Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 17/05/2012, a pag. 38, l&#8217;articolo di Pierluigi Battista dal titolo &#8220;Rifiutarsi di ricordare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/ol1.png" rel="lightbox[31170]"><img class="alignleft size-full wp-image-31172" src="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/ol1.png" alt="" width="266" height="234" /></a>Testata</strong>: Corriere della Sera <strong>Data</strong>: 17 maggio 2012 <strong>Pagina</strong>: 38 <strong>Autore</strong>: Pierluigi Battista <strong>Titolo</strong>: «Rifiutarsi di ricordare Monaco &#8217;72. All&#8217;Olimpiade di Londra vince la paura».</p>
<p><span><strong>In nome dell&#8217;islamicamente corretto. Commento di Pierluigi Battista.</strong></span></p>
<p><strong>Riportiamo dal <span style="text-decoration: underline">CORRIERE della SERA</span> di oggi, 17/05/2012, a pag. 38, l&#8217;articolo di Pierluigi Battista dal titolo &#8220;Rifiutarsi di ricordare Monaco &#8217;72. All&#8217;Olimpiade di Londra vince la paura&#8221;.</strong></p>
<p><strong> A sinistra, le vittime di Monaco &#8217;72.<span id="more-31170"></span></strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p>È evidente il motivo per cui il Cio si rifiuta di ricordare con un minuto di silenzio a Londra il massacro olimpico di Monaco &#8217;72: la paura. Il terrore di boicottaggi e rappresaglie solo per un minimo gesto di omaggio agli atleti israeliani uccisi quarant&#8217;anni fa da un commando di terroristi palestinesi. La preoccupazione di urtare la suscettibilità di chi non vuole riconoscere lo Stato di Israele e dunque non pensa che i morti ammazzati di Israele, uccisi in Germania nel mezzo di una competizione olimpica, debbano essere onorati. La paura, il terrore. Nessun&#8217;altra spiegazione plausibile. Un minuto di silenzio, non cerimonie mastodontiche e costose. Un minuto di silenzio e di raccoglimento per i due atleti israeliani che vennero ammazzati nel villaggio olimpico e per gli altri nove che, presi in ostaggio, persero la vita (assieme a un poliziotto tedesco e al commando di sequestratori) alla fine di un disastroso blitz condotto dalle forze speciali della Germania occidentale. Una strage. Una carneficina ad altissimo valore simbolico perché, per la prima volta dopo l&#8217;Olocausto, 11 ebrei vennero trucidati in terra tedesca. Il massacro fece molto scalpore, ma si decise lo stesso di andare avanti con i Giochi olimpici.<br />
Oggi, dopo quarant&#8217;anni, la richiesta di un minuto di silenzio avanzata dagli israeliani sembra una richiesta ragionevole, misurata, tutt&#8217;altro che provocatoria. Ma gli organizzatori delle Olimpiadi di Londra non hanno perso l&#8217;occasione per un altro gesto di viltà. Ai Giochi del Mediterraneo lo Stato di Israele viene escluso. Ora viene esclusa persino la possibilità di ricordare i morti di quarant&#8217;anni fa. Nessuna ragione convincente per questo sconcertante rifiuto. Non un argomento sostenibile. Soltanto la paura. Ma la paura, il cedimento preventivo ai diktat dei prepotenti, è la negazione stessa dello spirito olimpico, fondato sulla lealtà e sul riconoscimento del valore di tutti gli atleti di tutte le Nazioni. E si sancisce così il principio che alcuni morti non possono nemmeno essere nominati, che il Cio è ostaggio di chi addirittura sente il massacro di Monaco come una bandiera da sventolare. Una pagina orribile della storia. Uno sfregio alle Olimpiadi: le Olimpiadi della paura.</p>
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<p><a href="mailto:lettere@corriere.it">lettere@corriere.it</a></p>
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		<title>Indonesia, gli islamisti cancellano il concerto di Lady Gaga.</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 17:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>veronica</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Testata: Corriere della Sera Data: 16 maggio 2012 Pagina: 19 Autore: Monica Ricci Sargentini Titolo: «Proteste islamiche, Giakarta vietata a Lady Gaga»</p> <p>La cantante è definita &#8216;adoratrice di Satana&#8217; e sarebbe troppo &#8216;sexy ed erotica&#8217;</p> <p>Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 16/05/2012, a pag. 19, l&#8217;articolo di Monica Ricci Sargentini dal titolo &#8220;Proteste islamiche, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Testata</strong>: Corriere della Sera <strong>Data</strong>: 16 maggio 2012 <strong>Pagina</strong>: 19 <strong>Autore</strong>: Monica Ricci Sargentini <strong>Titolo</strong>: «Proteste islamiche, Giakarta vietata a Lady Gaga»</p>
<p><span><strong>La cantante è definita &#8216;adoratrice di Satana&#8217; e sarebbe troppo &#8216;sexy ed erotica&#8217;</strong></span></p>
<p><strong>Riportiamo dal <span style="text-decoration: underline">CORRIERE della SERA</span> di oggi, 16/05/2012, a pag. 19, l&#8217;articolo di Monica Ricci Sargentini dal titolo &#8220;Proteste islamiche, Giakarta vietata a Lady Gaga&#8221;. Questa è l&#8217;ultima in ordine di tempo dall&#8217;Indonesia. In attesa della prossima.</strong></p>
<p><strong><img src="http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQrPEqqRJGzyHHa-NITh-eZzLts9BxNrjfA5skutwr4pY9O5iP1gQ" alt="" width="189" height="267" /> Lady Gaga<span id="more-31168"></span></strong></p>
<p>«Troppo sexy ed erotica». Il concerto di Lady Gaga in Indonesia non si farà. Ieri la polizia ha vietato lo show per paura delle proteste dei gruppi musulmani più radicali che avevano minacciato di mobilitare 30 mila fedeli per impedire alla «cantante che adora Satana» di scendere dall&#8217;aereo. «Siamo molto contenti che la polizia abbia vietato l&#8217;ingresso a quella distruttrice della fede», ha dichiarato all&#8217;<em>Afp</em> Habib Salim Alatas, presidente del Fronte dei difensori dell&#8217;Islam (Fpi) che ha anche lanciato una sorta di invettiva contro l&#8217;artista: «Pentiti Lady Gaga, pentiti. Dovresti metterti l&#8217;abaya (una lunga veste nera che copre tutto il corpo <em>n.d.r.</em>), il velo e smetterla con le tue canzoni nocive». La tappa del 3 giugno nello stadio Gelora Bung Karno di Giakarta doveva essere la più imponente del suo tour asiatico. I 52 mila biglietti per il «Born this way ball», dal titolo del suo ultimo e fortunato album, erano andati letteralmente a ruba. Segno che nel più popoloso Paese musulmano al mondo (245 milioni di abitanti) Lady Gaga ha comunque moltissimi fan disposti a spendere cifre proibitive (da 40 a 190 euro) per vederla cantare. Ieri l&#8217;Indonesia moderna sfogava la sua rabbia sui social network. Su Twitter l&#8217;hashtag #IndonesiaSavesGaga è arrivato al terzo post tra i trend del Paese. «Dovrebbero vietare l&#8217;Fpi — scrivono alcuni —. È una vergogna nazionale». «Sono molto delusa — dice un&#8217;altra fan — siamo abbastanza maturi da separare i nostri valori morali dall&#8217;arte e dalla cultura». Ma i gruppi islamici radicali, che in Indonesia godono di appoggi influenti, non potevano tollerare una cantante più volte accusata di blasfemia che fa campagna per i diritti degli omosessuali, s&#8217;abbiglia con brandelli di plastica o bistecche sanguinolente. La loro campagna per la moralizzazione del Paese (tradizionalmente secolare) contro la modernità portata dal boom economico ne avrebbe di certo risentito. Negli ultimi anni i «difensori dell&#8217;Islam» hanno istituito «ronde islamiche» contro karaoke bar e rivendite di alcolici, attaccato gli uffici dell&#8217;edizione indonesiana di «Playboy», costretto alla chiusura un festival del cinema gay e approvato una legge contro la pornografia che, in verità, punisce le donne. Un mese fa, poi, è stata ventilata l&#8217;ipotesi di vietare le minigonne perché pornografiche. Lo speaker del Parlamento Marzuki Alie ha dichiarato: «Recentemente ci sono stati molti stupri perché le donne non sono vestite in modo appropriato. Voi sapete come sono gli uomini. Un abbigliamento provocante gli fa compiere delle cose». A Giakarta in molte sono scese in piazza con cartelli che recitavano: «Non diteci come dobbiamo vestirci. Dite loro che non devono stuprare». Parole che Lady Gaga avrebbe di certo sottoscritto.</p>
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		<title>E gli ebrei rifiutarono il ricatto antisionista</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 15:48:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maurizio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/togliatti.jpg" rel="lightbox[31161]"></a> <p>Articolo di Paolo Mieli pubblicato su Corriere della Sera, il 15/05/12</p> <p>Fonte: <a href="http://www.radicali.it/rassegna-stampa/ebrei-rifiutarono-ricatto-antisionista">radicali.it</a></p> <p>Furono, quelli, giorni effettivamente di grande imbarazzo per quei pochi, pochissimi, intellettuali e dirigenti del Pci che, pur tra dubbi e cautele, vollero schierarsi dalla parte di Israele. Il direttore del quotidiano filocomunista «Paese Sera», Fausto Coen, fu costretto a dimettersi dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1><a href="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/togliatti.jpg" rel="lightbox[31161]"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-31164" src="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/togliatti-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></h1>
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<p>Articolo di <strong>Paolo Mieli</strong> pubblicato su Corriere della Sera, il 15/05/12</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.radicali.it/rassegna-stampa/ebrei-rifiutarono-ricatto-antisionista">radicali.it</a></p>
<p>Furono, quelli, giorni effettivamente di grande imbarazzo per quei pochi, pochissimi, intellettuali e dirigenti del Pci che, pur tra dubbi e cautele, vollero schierarsi dalla parte di Israele. Il direttore del quotidiano filocomunista «Paese Sera», Fausto Coen, fu costretto a dimettersi dopo che il capo della sezione esteri dell&#8217;«Unità», Alberto Jacoviello, era andato a rimproverare il «giornale fratello» per la linea eccessivamente benevola nei confronti di Israele e, in un&#8217;esplosione d&#8217;ira, aveva distrutto le matrici pronte per le, rotative. Jacoviello godeva del pieno sostegno dell&#8217;allora direttore dell&#8217;«Unità» Gian Carlo Pajetta, che si era schierato senza esitazioni dalla parte dell&#8217;egiziano Nasser. E Pajetta divenne bersaglio di lettere oltremodo polemiche da parte di ebrei. Scrisse Mario Pontecorvo: «Io non credo che lei nell&#8217;animo possa veramente appoggiare Nasser che, è noto, distribuisce il Mein Kampf tra i suoi ufficiali». <span id="more-31161"></span>Vittorio Da Rodi fu ancora più diretto: tra i soldati di Israele, «che tu oggi accusi di aggressione, vi sono coloro che combatterono in Italia per la liberazione della tua e mia patria dal fascismo, prima ancora che tu, Pajetta, potessi fare il partigiano». Gli autori di queste e moltissime altre missive, però, più che gli esponenti del Pci prendevano a bersaglio gli «ebrei comunisti», accusati dì essere simili ai loro correligionari de «La Nostra Bandiera», il foglio israelita che negli anni Trenta si era schierato con il regime fascista. Bersaglio privilegiato di questa offensiva fu il senatore comunista (ebreo) Umberto Terracini, definito dalla rivista «Shalom» «associato alla campagna antisemita dei suoi compagni di Polonia». Altro bersaglio fu Franco Fortini (ebreo solo da parte di padre, che nel 1940 aveva lasciato il cognome originario, Lattes, per prendere quello della madre) per aver dato alle stampe un libro, I cani del Sinai (De Donato), nel quale si accusavano le «dirigenze politiche israeliane» di essere «compartecipi» degli «interessi economico-militari americani e, subordinatamente, inglesi» in Medio Oriente. Ma l&#8217;uomo dello scandalo, se così si può dire, fu il senatore comunista Emilio Sereni, fratello di Enzo, grande esponente del sionismo italiano morto a Dachau nel 1944. Emilio (Mimino) Sereni disapprovò «certe affermazioni» dei leader arabi, ma esortò a non dimenticare «la responsabilità che Israele porta per aver discriminato e cacciato un milione e trecentomila arabi e per aver partecipato all&#8217;aggressione del 1956, quando sarebbe stata una scelta lungimirante la solidarietà con Nasser che nazionalizzava la compagnia di Suez». Anche a lui giunse una pioggia di lettere da parte di correligionari. Dario Navarra: «Vede senatore, certe volte il nome che si porta può essere un peso, soprattutto se è un nome bello, legato ad una tradizione, ad un&#8217;idea; forse è una delle tragedie della civiltà moderna quando i figli rinnegano i padri ed i fratelli si tradiscono a vicenda». Renato Salmoni (reduce da Buchenwald, tiene a precisare di non essere «un accanito sionista»): «Trovo che per una questione di opportunità e diciamo di buon gusto, lei farebbe meglio a tacere». Suo cugino, il succitato Mario Pontecorvo, accusò Sereni di «servilismo fazioso» nei confronti del Pci e si spinse a chiedere che venisse «espulso da ogni forma di manifestazione ebraica».La deflagrazione tra Israele e il Partito comunista italiano avvenne tra la fine di maggio e i primi giorni di giugno del 1967. A fare da detonatore per l&#8217;esplosione, fu la «guerra dei Sei giorni» con cui lo Stato ebraico reagì ad una minaccia di distruzione e sconfisse il fronte arabo, che rappresentava una popolazione venticinque volte superiore a quella israeliana. Già la sera del 28 maggio &#8211; pochi giorni prima del conflitto &#8211; si tenne a Roma, al portico d&#8217;Ottavia, una veglia per Israele nel corso della quale l&#8217;architetto Bruno Zevi, il quale fino a pochi anni prima si definiva «azionista-comunista», disse: «Io non desidero polemizzare con i comunisti più del dovuto, perché noi tutti sappiamo che i comunisti sono stati in molte occasioni a fianco della minoranza ebraica italiana, perché sappiamo che ogni volta che, nel passato, questo quartiere ha subito offese antisemite, i comunisti sono stati tra i primi a venire qui e a portarci l&#8217;aiuto della loro solidarietà». Poi, con un crescendo di voce, («senza rancore, senza astio ma con chiarezza», precisò), puntando l&#8217;indice verso le Botteghe Oscure, aggiunse: visto che, come dite, «c&#8217;è il pericolo che gli Stati Uniti sostengano Israele, perché, per evitare che tale pericolo si concretizzi, non premete sull&#8217;Unione Sovietica affinché sia l&#8217;Unione Sovietica ad aiutare Israele?» Domanda fintamente ingenua, dal momento che Zevi quella sera sa benissimo (e lo dice apertamente) che «l&#8217;Unione Sovietica, oltre a non aiutare Israele, istiga e arma i Paesi arabi che vogliono distruggerlo». E racconta di «molti comunisti che si trovano in uno stato drammatico di imbarazzo». A quel punto alcuni militanti del Pci chiedono di poter prendere la parola. Ma l&#8217;intellettuale ex azionista Aldo Garosci pone la condizione che essi strappino in pubblico la tessera del loro partito.</p>
<p>Questo genere di persone, scriveva ancora «Shalom», «devono solamente decidere se, in quanto uomini e in quanto ebrei, debbano appoggiare un gruppo ebraico minacciato di sterminio, oppure se valga per loro la pena, come comunisti, di accettare il sacrificio dei loro fratelli sull&#8217;altare dell&#8217;ideologia». E quando Arturo Schwarz, uno di questi israeliti difensori delle ragioni degli arabi, aveva avuto l&#8217;auto sfregiata da una svastica e da una scritta inneggiante ai palestinesi, «Shalom» aveva dedicato all&#8217;accaduto un articolo irridente fin dal titolo (Le piace Schwarz?) in cui si scriveva: «Forse qualcuno lo aveva preso per un ebreo vero».</p>
<p>A questi tormenti del 1967 sono dedicate le pagine centrali del libro di un brillante allievo di Salvatore Lupo, Matteo Di Figlia, Israele e la sinistra, pubblicato da Donzelli. Correttamente, però, il volume fa risalire la prima rottura tra ebrei e mondo comunista non già al 1967, bensì al 1952. Ed era stata una rottura dolorosa, dal momento che fino ad allora il rapporto tra socialisti, comunisti ed ebrei era stato molto stretto. Il 7 gennaio del 1946, quando partì da Vado Ligure la nave «Enzo Sereni» piena di israeliti che emigravano in Palestina, c&#8217;era un gruppo di ex partigiani rossi a vigilare sulle operazioni di imbarco. E nell&#8217;ottobre dello stesso 1946, dopo l&#8217;attentato dell&#8217;Irgun (organizzazione militare della destra sionista) all&#8217;ambasciata britannica di Roma, carabinieri e polizia sospettarono &#8211; è scritto in rapporti di due anni dopo &#8211; il coinvolgimento di persone del Pci «che mirerebbero a far tramontare definitivamente l&#8217;influenza inglese in quella regione». Anche 11 Partito socialista italiano, in particolare Pietro Nenni, fu in prima linea nel difendere le ragioni di Israele e a esaltare i kibbutz come un modello di socialismo. Molti ragazzi di sinistra, anche non ebrei, decisero di trascorrere un periodo in Israele a lavorare in qualche kibbutz. Il futuro leader di Potere operaio Toni Negri, all&#8217;epoca giovane socialista, scelse («inseguendo una gentile fanciulla») di trascorrere un anno in un kibbutz del Mapam e lì in Israele (ne ha scritto in Pipe-line. Lettere da Rebibbia, edito da Einaudi nel 1983 e riproposto da Derive Approdi nel 2009) gli parve di poter finalmente vivere «pratiche tanto elementari, quanto radicali di comunismo»: «C&#8217;era, mordeva il reale quest&#8217;utopia; era concreta», fu la sua impressione. Socialisti e comunisti sostennero sui loro giornali l&#8217;emigrazione ebraica (è stato ritrovato un manifesto del Pci raffigurante una nave che fa rotta verso la Palestina, in cui si invitano militanti e simpatizzanti a raccogliere fondi a favore degli ebrei) e, nel 1948, dopo la nascita di Israele, Umberto Terracini ne chiese immediatamente &#8211; a nome del Pci &#8211; il riconoscimento.</p>
<p>Nel mondo ebraico era nato nel1945, su iniziativa di Joel Barromi e, poi, Marcello Savaldi, il Centro giovanile italiano del movimento sionista pionieristico «Hechalutz», che non nascondeva le proprie simpatie per il comunismo. Nella mozione di un congresso di «Hechalutz» (1947), l&#8217;organizzazione dichiarava di unirsi «ai lavoratori italiani nello sdegno per l&#8217;eccidio del Primo maggio a Portella della Ginestra, riaffermando in questa occasione la solidarietà con i partiti progressisti d&#8217;Italia». In un articolo del loro giornale si poteva leggere: «Disgraziatamente per noi, impariamo a nostre spese che l&#8217;ebraismo della diaspora non conosce proletariato». E ancora: «Mancano quei tipi quadrati di operai delle grandi officine, minatori, muratori, che nascono con l&#8217;istinto della lotta di classe e della solidarietà operaia; gli operai dalle schiene piegate che lavorano e studiano, vogliono conoscere e si ribellano al mondo che li fa lavorare, non li abbiamo mai visti tra noi ebrei; l&#8217;ebreo ricco che vende tappeti in un negozio di lusso e l&#8217;ebreo povero che vende cartoline su una bancarella non sono così lontani». Di passo in passo «Hechalutz» giunse ad auspicare «che il nostro Primo maggio non si limiti a richiedere l&#8217;unità dei lavoratori ebrei, ma miri ad una unità sempre più stretta coi lavoratori arabi».</p>
<p>Ma venne, come dicevamo, i11952. In molti paesi dell&#8217;Est europeo, ricostruisce Di Figlia, si tennero «una serie di processi sommari a imputati ebrei, tra cui spiccò quello a Rudolf Slansky, ex leader del Partito comunista cecoslovacco, impiccato lo stesso anno». Poi fu il 1953, quando a Mosca furono arrestati i «camici bianchi», medici ebrei accusati di aver complottato contro Stalin, e solo la morte del dittatore evitò l&#8217;avvio di una persecuzione antisemita per la quale si stava creando un clima adatto. In quegli stessi mesi un misterioso attentato all&#8217;ambasciata sovietica a Tel Aviv provocò la momentanea rottura delle relazioni diplomatiche tra Urss e Israele. In Italia socialisti e comunisti si schierarono senza esitazione dalla parte dell&#8217;Urss: «Il processo contro la banda Slansky», scrisse «l&#8217;Unità», «ha dimostrato come i dirigenti dello Stato d&#8217;Israele avessero posto il loro Stato e le loro rappresentanze diplomatiche all&#8217;estero, in particolare in Europa orientale, al servizio dei servizi di spionaggio americani». Ma qualche ebreo, come Amos Luzzatto, che nel dopoguerra si era iscritto al Pci, cominciò ad avere dei dubbi e, pur restando a sinistra, lasciò il partito.</p>
<p>Non così Guido Valabrega, un israelita di Torino che nel 1950 si era trasferito in Israele in un kibbutz di Ruchama e da lì scriveva ai suoi familiari che la rottura dei rapporti diplomatici tra Urss e Israele era tutta da imputare al governo di Tel Aviv, «anticomunista quale non lo è nemmeno De Gasperi» (nell&#8217;agosto del &#8217;53 Valabrega fu espulso dal kibbutz e raccontò poi di esserne uscito «cantando l&#8217;Internazionale e l&#8217;inno sovietico»). E neanche «Hechalutz», che accusò l&#8217;ebraismo italiano di «strumentalizzare i processi d&#8217;oltrecortina in chiave anticomunista». Quando poi, dopo la morte di Stalin, i «camici bianchi» furono prosciolti, «Hechalutz» ironizzò: «Era così comodo poter puntare sull&#8217;Idra sovietica all&#8217;attacco, la campagna antisemita era così utile agli stessi ebrei occidentali per la loro politica che oggi, sotto la patina di una sostenuta soddisfazione, si sente il rimpianto per un&#8217;occasione che va in fumo». E tutto proseguì come prima. Nel 1955, in occasione dell&#8217;anniversario della rivoluzione d&#8217;Ottobre, il giornale di «Hechalutz» pubblicò un appello inneggiante alla patria del socialismo che si concludeva con queste parole: «W l&#8217;Urss! W lo Stato di Israele! W l&#8217;amicizia eterna tra Israele e l&#8217;Urss».</p>
<p>Poi però fu il 1956, con la guerra per il canale di Suez: l&#8217;Urss (impegnata a reprimere la rivoluzione ungherese) si schierò con decisione dalla parte di Nasser contro Israele. Il Pci prese le stesse posizioni. Anche se, ha notato Marco Paganoni in un bel libro, Dimenticare Amalek (La Giuntina), «l&#8217;Unità» all&#8217;epoca di, fendeva ancora lo Stato ebraico «scindendo recisamente le sue responsabilità da quelle di Francia e Gran Bretagna». Stavolta a sinistra si distinse il Partito repubblicano. Ugo La Malfa criticò l&#8217;intervento militare di Gran Bretagna e Francia, ma difese Israele contro Nasser. E in Parlamento l&#8217;ex ministro repubblicano della Difesa, Randolfo Pacciardi, puntò l&#8217;indice contro i comunisti: «Là, in Israele, avete un popolo che si è svenato per la sua libertà. In Egitto avete un dittatore che voleva consolidare la sua potenza proprio con le armi del- l&#8217;Unione Sovietica. E da ieri che quel dittatore andava predicando lo sterminio del popolo ebraico. Ma anche il popolo ebraico, se non siete diventati persino razzisti, ha diritto alla vita come tutti gli altri». Tra i comunisti la simpatia per Israele cominciò ad attenuarsi. Ha notato sempre Paganoni che già nel febbraio del &#8217;57 sull&#8217;«Unità» si cominciò a parlare di «mire espansionistiche» dello Stato israeliano. E, all&#8217;epoca del processo contro Adolf Eichmann (1961), «l&#8217;Unità» scelse di mettere in risalto le connivenze con il nazismo degli imprenditori tedeschi (Dietro i Lager di Adolf Eichmann stavano i trust dei Krupp e dei Farben, fu il titolo del 22 marzo 1961; L&#8217;eccidio in massa degli ebrei fu anche un affare economico, proseguiva l&#8217;8 aprile); stabilì poi un paragone tra l&#8217;operato di Eichmann e quello delle potenze occidentali in Africa e accusò il cancelliere tedesco dell&#8217;epoca, Konrad Adenauer, di aver favorito il reinserimento nei ranghi istituzionali di molti ex nazisti.</p>
<p>Così, quando si giunse alla «guerra dei Sei giorni», a difendere &#8211; da sinistra &#8211; Israele (repubblicani a parte) restò quasi solo il socialista Pietro Nenni, che si spinse ad accusare due importanti leader democristiani, Amintore Fanfani e Aldo Moro, di aver assunto, per via delle loro cautele in merito a ragioni e torti di quel conflitto, «posizioni tecniciste» che rispondevano a «un certo vuoto morale». Sull&#8217;«Avanti!» un esponente dell&#8217;ebraismo romano, Jacob Schwartz, lodò pubblicamente la «coerenza» mostrata da Nenni. Dalle colonne dell&#8217;«Unità» un leader allora in ascesa, Enrico Berlinguer, accusò Nenni di essere un epigono di «quel vecchio filone di interventismo sedicente di sinistra che ha finito sempre per colludere con quello reazionario». In quegli stessi giorni si consumò una divisione nel settimanale «L&#8217;Espresso», dove il direttore Eugenio Scalfari &#8211; pur con una grande attenzione all&#8217;uso delle parole &#8211; decise di prendere le distanze da Israele provocando una crisi con alcuni importanti collaboratori, tra cui Bruno Zevi e Leo Valiani. «Se gli anticomunisti sbagliano e sbagliano gli americani, è nostro obbligo dirlo con tanta maggiore fermezza in quanto si tratta non di errori degli avversari ma di errori nostri», scrisse Scalfari il 16 giugno del 1967 in una lettera personale a Valiani.</p>
<p>Stesso genere di argomentazione &#8211; ma a parti invertite &#8211; fu quello usato da Pier Paolo Pasolini che in una lettera su «Nuovi Argomenti» scrisse: «L&#8217;unico modo di essere veracemente amici dei popoli arabi in questo momento non è forse aiutarli a capire la politica folle di Nasser, che non dico la storia, ma il più elementare senso comune ha già giudicato e condannato? O quella dei comunisti è una sete insaziabile di autolesionismo? Un bisogno invincibile dì perdersi, imboccando sempre la strada più ovvia e disperata? Così che il vuoto che divide gli intellettuali marxisti dal Partito comunista debba farsi sempre più incolmabile?» Ma Pasolini sbagliava previsione. Quelli che lui definiva «intellettuali marxisti» &#8211; ad eccezione dei radicali ricostituiti sotto la guida di Marco Pannella &#8211; si schierarono pressoché all&#8217;unanimità su posizioni simili a quelle di Scalfari. Persino ebrei comunisti (come il già citato Valabrega e, a Roma, il consigliere comunale Piero Della Seta) sostennero, racconta Di Figlia, la validità della posizione filoaraba dell&#8217;Urss e di altri Paesi socialisti, affermando che Israele «aveva attaccato per risolvere una crisi economica ormai evidente». Tra le poche eccezioni, quelle pur sorvegliatissime del giurista Luciano Ascoli e di Umberto Terracini, entrambi convocati «privatamente» dai vertici del Pci per rendere conto delle loro posizioni.</p>
<p>Opportunamente Di Figlia tiene a precisare che è improprio ricondurre per intero al Pci questo contenzioso. Così come non si può «adottare l&#8217;unico canone interpretativo della cieca obbedienza a Mosca, abbastanza valido per gli anni Cinquanta, ma non per il periodo successivo». Il Pci «fu anti-israeliano mentre era impegnato in un farraginoso ma progressivo allontanamento dall&#8217;Urss, e molti gruppi nati dopo il &#8217;68 che espressero giudizi durissimi verso Israele, osteggiavano apertamente il Pci e il modello sovietico». La scelta di Israele di mantenere i territori occupati nel 1967 fu avversata anche da molti esponenti del Partito socialista. A questo proposito, scrive Di Figlia, «è rilevantissimo il caso del Psi negli anni della segreteria di Beffino Craxi: questi non permise il prevalere di una corrente massimalista, scommise tutto su una svolta socialdemocratica e finalmente libera da ogni retaggio marxista; nello stesso periodo il Psi accentuò la vocazione filopalestinese». Non ci fu, dunque, «un&#8217;automatica correlazione tra critica a Israele e ortodossia comunista, né tra quest&#8217;ultima e l&#8217;antisemitismo di sinistra, che, nato da posizioni antisioniste, non va letto come il cangiante lascito di quello nazifascista, di quello sovietico, o dell&#8217;antigiudaismo cattolico».</p>
<p>Ciò detto, dopo il 1967 i rapporti tra Israele e sinistra italiana &#8211; eccezion fatta per Pietro Nenni, Ugo La Malfa, dopo di lui Giovanni Spadolini, Giorgio La Malfa e l&#8217;intero gruppo dirigente repubblicano, intellettuali d&#8217;area inclusi &#8211; andarono sempre più peggiorando. Le linee dell&#8217;esposizione sono quelle già tracciate da Maurizio Molinari in La sinistra e gli ebrei in Italia (1967-1993) edito da Corbaccio. La sinistra quasi per intero sposò la causa palestinese. Quella extraparlamentare, all&#8217;epoca influente, appoggiò i fedayn più radicali. Giorgio Israel ha così raccontato una cena estiva con un gruppo di amici: «A un certo punto, tra una chiacchiera e l&#8217;altra, un &#8220;compagno&#8221; toscano prorompe in un&#8217;invettiva violentissima contro gli ebrei: capitalisti, sanguisughe, imperialisti, assassini del proletariato e chi più ne ha più ne metta. Reagisco indignato, definendo il suo linguaggio come fascista e razzista, cerco di trovare ampia solidarietà e &#8230; sorpresa, mi ritrovo nell&#8217;isolamento più assoluto. Nessuno mi difende, nemmeno i più cari amici». Ai tempi dell&#8217;attentato di Settembre nero all&#8217;Olimpiade di Monaco (1972)1a solidarietà per gli atleti israeliani trucidati fu assai trattenuta. Stefano Jesurum, all&#8217;epoca militante del. Movimento studentesco, riferisce nel libro Israele nonostante tutto (Longanesi) di essere corso quel giorno dalla sua «fami, glia» politica, ma di essere stato gelato con queste parole: «Su questi temi voi compagni ebrei è meglio che stiate zitti». Nel volgere di pochi anni non valse più, mai, neanche l&#8217;evidenza dei fatti. Israele aveva sempre torto. Sempre. Nel 1973, in occasione della guerra dello Yom Kippur, dopo l&#8217;attacco dell&#8217;Egitto «l&#8217;Unità» sostenne che il «vero aggressore» era Israele per il fatto che non aveva ancora «restituito i territori occupati nel &#8217;67». Anche se, con il passare del tempo, i dirigenti del Pci &#8211; in privato, però &#8211; cominciarono a prendere le distanze dai regimi arabi. In un libro di memorie (Con Arafat in Palestina. La sinistra italiana e la questione mediorientale, Editori Riuniti) l&#8217;allora responsabile della commissione esteri del Pci, Antonio Rubbi, ha raccontato che, negli anni Ottanta, dopo un viaggio in Libano, Siria e Iraq,<br />
Giancarlo Pajetta gli confidò di aver incontrato «una massa di imbroglioni e ipocriti». «Il Pajetta che ancora all&#8217;inizio degli anni Settanta parlava di &#8220;nazione araba&#8221; e di &#8220;socialismo arabo&#8221;», fu l&#8217;impressione di Rubbi, «semplicemente non esisteva più».</p>
<p>Certo, qualcosa iniziava a cambiare. Giorgina Arian Levi, nipote acquisita di Palmiro Togliatti (in quanto figlia di una sorella di Rita Montagnana, prima moglie del segretario del Pci) passa da posizioni decisamente filosovietiche e anti-israeliane alla denuncia, ne11977, della propaganda contro Israele in Unione Sovietica, propaganda che, scrive, «sorprende per l&#8217;assenza di concrete argomentazioni politiche e per lo sconfinamento dall&#8217;antisionismo all&#8217;antisemitismo». «La sedimentazione antisemita che risale alla Russia zarista», prosegue, «non è del tutto morta, anche sessant&#8217;anni dopo la gloriosa rivoluzione d&#8217;Ottobre».</p>
<p>Discorso a parte merita poi un&#8217;altra ribellione allo spirito dei tempi, alla quale Di Figlia dedica pagine molto interessanti. È quella del Partito radicale di Pannella. E di Gianfranco Spadaccia che, in un congresso, polemizza apertamente con quanti hanno la tentazione di sposare le iniziative filopalestinesi dell&#8217;ultrasinistra: «Vogliamo costruire una politica che abbia come bussola di orientamento&#8230; i diritti umani, la democrazia; basta battersi romanticamente per le lotte di liberazione che poi producono oppressioni più atroci». I radicali, osserva Di Figlia «non furono i neocon italiani, ma furono i primi a difendere le ragioni israeliane usando un tassello centrale della proposta neocon, cioè quello dei diritti umani». Su questa base, «il sostegno a Israele divenne un tratto distintivo del Pr negli anni di Pannella molto più di quanto non lo fosse stato in quelli di Mario Pannunzio». Bruno Zevi, in dissenso con la politica di Craxi tutta a favore di Arafat, prendeva la tessera del Partito radicale, di cui sarebbe divenuto presidente onorario. Ma il clima generale in Italia restava quello di cui si è detto prima. Per la sinistra, quasi tutta, gli israeliani dovevano sempre essere criticati e agli ebrei toccava il bizzarro (bizzarro?) compito di recitare in pubblico il «mea culpa» per quel che si decideva a Gerusalemme e a Tel Aviv.</p>
<p>Nel 1982, quando Israele invade il Libano, scatta immediata e unanime la condanna da parte dell&#8217;intera sinistra. Un gruppo nutrito di ebrei italiani si affretta a sottoscrivere un manifesto, Perché Israele si ritiri, che reca in testa la firma di Primo Levi. Dopo il massacro di palestinesi a Sabra e Chatila (da parte dei falangisti libanesi che agiscono indisturbati per l&#8217;omesso controllo degli israeliani), i toni nei confronti di Israele si fanno più violenti. Per una strana (strana?) proprietà transitiva tali «critiche» vengono estese a tutti gli ebrei. Un corteo sindacale depone una bara sui gradini del Tempio di Roma. Poco tempo dopo, un attentato alla stessa sinagoga della capitale provoca la morte di un bambino: Stefano Taché. Questo orribile delitto provoca un soprassalto: da quel momento cambia qualcosa di importante, di molto importante. Viene allo scoperto un sentimento &#8211; fino ad allora quasi nascosto &#8211; di «appartenenza» orgogliosa al popolo ebraico: Natalia Ginzburg, Furio Colombo, Anna Rossi Doria, Fiamma Nirenstein (che pure aveva firmato l&#8217;appello di cui si è appena detto, criticato da suo padre, Alberto Nirenstein), Mario Pirani, Anna Foa, Janiki Cingoli, Clara Sereni, Gabriele Eschenazi rifiutano una volta per tutte &#8211; quanto meno chi fino a poco prima si era prestato &#8211; di recitare la parte degli «ebrei buoni» chiamati sul palco quando c&#8217;è da accusare Gerusalemme.</p>
<p>Un ruolo fondamentale nell&#8217;accompagnare questa presa di coscienza lo svolge un intellettuale torinese, Angelo Pezzana (che stranamente nel libro di Matteo Di Figlia non è neanche citato). Ancor più importante, nel favorire questo risveglio di coscienza tra gli ebrei di sinistra, la rivista «Shalom» sotto la direzione di Luciano Tas. Dalle colonne di «Repubblica» Rosellina Balbi, con un coraggioso articolo, incita gli ebrei di sinistra a non sentirsi più in dovere di «discolparsi» per quel che ha fatto Israele. Piero Passino imprime al Pci una svolta nella politica estera che implica l&#8217;eliminazione del pregiudizio, una maggiore attenzione (di volta in volta) alle ragioni di Israele e ai torti del modo arabo: «Non si è posta sufficientemente in rilievo la centralità della questione della democrazia e dei diritti umani nei paesi mediorientali», riconosce, echeggiando le antiche posizioni del Partito radicale, in un&#8217;intervista ad Antonio Carioti che significativamente compare su «La Voce Repubblicana».</p>
<p>Il resto è storia recente, ben ripercorsa nelle pagine conclusive del libro di Matteo Di Figlia. Storia di anni in cui si è continuato, da sinistra, a criticare questo o quell&#8217;atto del governo israeliano, pur con toni duri, ma con una minore indulgenza a quel genere di antisionismo che per decenni aveva coperto vere e proprie forme di antisemitismo. Anche se il tic di chiedere ai «compagni ebrei» di essere in prima fila quando c&#8217;è da attaccare Israele è ben lungi dall&#8217;essere scomparso del tutto.</p>
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		<title>Gilad Shalit viene a Roma!</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 15:06:38 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: center;"><strong>Roma darà il benvenuto al suo cittadino onorario</strong></p>
<p><strong>GIOVEDI’ 17 Maggio 2012</strong><br />
<strong>alle ore 20.45 </strong></p>
<p><strong>PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO</strong></p>
<p><a href="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/Benvenuto-Gilad1.jpg" rel="lightbox[31155]"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-31159" title="Benvenuto Gilad" src="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/Benvenuto-Gilad1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></h4>
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		<title>Israele: piccolo, ma spettacolare.</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 16:51:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>veronica</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="655" height="368" src="http://www.youtube.com/embed/9nFNOcZNKl8?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Le code, il sangue e le scimmie.</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 16:38:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>veronica</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/untitled1.png" rel="lightbox[31133]"></a>Testata: Informazione Corretta Data: 14 maggio 2012 Autore: Ugo Volli</p> <p>Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli</p> <p>Ammettiamolo, fra entità politiche contrastanti un po&#8217; di propaganda contro l&#8217;avversario è inevitabile. I candidati americani alle elezioni se le dicono di tutti i colori, e le polemiche non mancano fra India e Pakistan, Corea del Nord e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong><strong><a href="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/untitled1.png" rel="lightbox[31133]"><img class="alignleft size-full wp-image-31134" src="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/untitled1.png" alt="" width="266" height="215" /></a>Testata</strong>: Informazione Corretta <strong>Data</strong>: 14 maggio 2012 <strong>Autore</strong>: Ugo Volli</p>
<p><strong>Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli</strong></p>
<p>Ammettiamolo, fra entità politiche contrastanti un po&#8217; di propaganda contro l&#8217;avversario è inevitabile. I candidati americani alle elezioni se le dicono di tutti i colori, e le polemiche non mancano fra India e Pakistan, Corea del Nord e Corea del Sud ecc., che si accusano a vicenda di essere imperialisti, guerrafondai, incoscienti avventuristi, eccetera eccetera. Io stesso, nel mio piccolo, non mi sforzo di essere tenero con le realtà che considero pericolose, dalla Turchia all&#8217;Onu, dai Fratelli Musulmani coi loro alleati più o meno stretti come Tariq Ramadan fino a Obama. Per <span id="more-31133"></span>dirla con una celebre battuta del cinema americano, è la politica, bellezza. E in politica capita di mentire (come per esempio fanno gli arabi sui diritti della terra in Giudea e Samaria o sull&#8217;acqua), di inventare eventi inesistenti (le varie giornate della Nakba, le flottiglie o quant&#8217;altro, di fare scandalo su cose normali, come il fatto che Israele arresti e tenga in galera quanto serve gli aspiranti terroristi anche quando li ha presi prima dell&#8217;azione e non possa dunque incriminarli). Sono tattiche che io condanno e cerco per quel che posso di smascherare, ma diciamo che in una lotta dura e prolungata come quella che i paesi arabi hanno scatenato contro Israele, ci stanno.</p>
<p>Però non tutto appartiene a questa categoria. Per esempio, che direste se i russi dicessero dei georgiani &#8211; o viceversa &#8211; che sono “diavoli con la coda”? Questa non è più politica, neanche eccitazione demagogica alla mobilitazione e all&#8217;odio, è un&#8217;altra cosa. Eppure guardate qui, una bella trasmissione televisiva di un paio di settimane or sono nella televisione ufficiale dell&#8217;Autorità palestinese, una bambina che recita una poesia, ed ecco che la poesia dice: i nostri nemici sionisti sono diavoli con la coda. (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=390MXDveIGY&amp;feature=player_embedded">http://www.youtube.com/watch?v=390MXDveIGY&amp;feature=player_embedded</a> ). Diavoli con la coda&#8230; Ma dai, qualcuno potrà dire, è quel linguaggio di immagini che si usa coi bambini. Appunto. Sulla mente dei bambini arabi, non solo di quelli dell&#8217;Autorità Palestinese, ma anche di quelli egiziani, siriani, tunisini, algerini&#8230; scorre ininterrottamente una colata di propaganda disumanizzante ed omicida, che serve a perpetrare la guerra e a preparare il genocidio. Per chi vuole averne un&#8217;idea, consiglio un&#8217;esplorazione del sito Palestinian Media Watch, (<a href="http://www.palwatch.org/">http://www.palwatch.org/</a> ) che si sforza di documentare pazientemente questa incessante propaganda.</p>
<p>Ma essere diavoli con la coda non è il peggio di cui si possa essere accusati. Per esempio c&#8217;è la calunnia del sangue, che viene direttamente dai peggiori inferni medievali: gli ebrei scannerebbero bambini cristiani &#8211; o in mancanza di meglio anche bambini islamici &#8211; per impastare come si deve il pane azzimo usato per la festa di Pasqua. E&#8217; un&#8217;immane sciocchezza, una criminale sciocchezza, perché in nome suo furono fatti pogrom a non finire, uccisi ebrei innocenti a migliaia (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Blood_libel">http://en.wikipedia.org/wiki/Blood_libel</a> ). Anche in Italia accade questo scempio nel &#8217;500 a Trento, con un processo farsa che torturò e uccise tutti gli ebrei residenti in città e la santificazione della presunta vittima “san Simonino”. E&#8217; merito di mia zia Gemma Volli aver riaperto il caso e ottenuto che la Chiesa eliminasse il culto dal suo calendario, riconoscendo l&#8217;abuso commesso. Sembrano cose del passato&#8230; eppure puntualmente As&#8217;ad Al-&#8217;Azouni, giornalista giordano “di origini palestinesi”, scrivendo su un blog di Gaza (alwatanvoice.com), afferma: &#8220;Non è un segreto che l&#8217;ostilità ebraica verso Gesù e dei cristiani è molto profonda [...] Non abbiamo dimenticato che [gli ebrei] hanno il comandamento di uccidere i bambini cristiani e usare il loro sangue per ​cuocere il pane azzimo per la festa di Pasqua; gli ebrei sono inoltre obbligati a bruciare e distruggere le icone della Chiesa cristiana[...] Se non vi sono cristiani disponibili gli ebrei possono usare sangue musulmano, dato che molti cristiani si sono convertiti all&#8217;Islam&#8221;. Tutta questa regolamentazione è naturalmente attribuita al Talmud. (<a href="http://www.israelhayom.com/site/newsletter_article.php?id=4248">http://www.israelhayom.com/site/newsletter_article.php?id=4248</a>)</p>
<p>Anche qui, mi pare, siamo oltre alla normale polemica, in un&#8217;area comunicativa che si può letteralmente definire demonizzazione. Come fare la pace con gente che ha il costume di bere il sangue dei tuoi bambini? Come non sterminarli, una volta che ti capitano sottomano? Come non cercare di ammazzarli in tutti i modi, magari entrando a casa loro di notte armati di colterli, e sgozzarli tutti inclusi i neonati, com&#8217;è accaduto a Itamar? Quando ci si interroga sulla pace in Medio Oriente, forse a queste cose bisognerebbe pensare. Inutile dirvi che i &#8220;pacifisti&#8221; nostrani non ne parlano, non le vedono, non intendono sentirne parlare. Come le tre scimmiette della storia, non vedo, non sento, non dico.</p>
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		<title>Meno checkpoint di Tzahal, ma la Corte Suprema rimane all&#8217;erta.</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 16:22:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>veronica</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Testata: Informazione Corretta Data: 12 maggio 2012 Autore: Giovanni Quer.</p> <p> </p> <p></p> Due recenti sentenze della Corte Suprema confermano la politica giudiziale di &#8220;quamquam inter arma persistunt leges&#8221; &#8211; ancorché in mezzo alle armi, le leggi persistono. Il complicato rapporto tra sicurezza e stato di diritto può portare alla negazione dei diritti fondamentali in virtù [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Testata</strong>: Informazione Corretta <strong>Data</strong>: 12 maggio 2012 <strong>Autore</strong>: Giovanni Quer.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><img src="http://t2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTfU-Z3qGrVWjt5XjTAqUllaNjuAcXKqJUxK_Buz56dgrGTzvR-tQ" alt="" width="388" height="130" /></p>
<div>Due recenti sentenze della Corte Suprema confermano la politica giudiziale di &#8220;<em>quamquam inter arma persistunt leges</em>&#8221; &#8211; <span id="more-31130"></span>ancorché in mezzo alle armi, le leggi persistono. Il complicato rapporto tra sicurezza e stato di diritto può portare alla negazione dei diritti fondamentali in virtù dello stato di necessità, oppure al perseguimento di una politica di suicidio dello stato in virtù di un approccio garantista. Israele offre un esempio di equilibrio radicato nel sistema giuridico in cui si deve garantire la sopravvivenza dello stato senza per questo costringere la sfera dei diritti.</div>
<div>La sentenza della Corte Suprema 3091/99 (8 maggio 2012) rigetta la richiesta dell&#8217;Association for Civil Rights in Israel (ACRI) di sospendere lo stato di emergenza in vigore dal 1948. I giudici riconoscono la continua minaccia posta dalle organizzazioni terroristiche (Hamas, Hezbollah e Jihad Islamica in particolare), il pericolo ai confini derivante dai movimenti denominati &#8220;primavera araba&#8221; e la questione iraniana. Tuttavia, pur non ritenendo che l&#8217;esistenza dello stato non sia più in pericolo, la Corte si è espressa sulla legislazione adottata in virtù dello stato di necessità, evidenziando i lavori della Commissione Interministeriale sulla&#8221; Legislazione di Emergenza &#8220;, che da quasi vent&#8217;anni individua le falle del sistema, rafforza i meccanismi di tutela e consiglia nuova legislazione.</div>
<div></div>
<div>Il sistema delle &#8220;commissioni interministeriali&#8221; è stato spesso sperimentato in Israele su questioni di particolare rilevanza. Si tratta di istituzioni costituite con un mandato specifico su questioni di rilevanza nazionale, sociale o politica. Sono composte da membri dei diversi poteri e del mondo accademico, con competenze di indagine o di parere. La Commissione Interministeriale sulla Legislazione di Sicurezza ha individuato i punti critici nelle leggi di emergenza e nella loro applicazione, che restringevano eccessivamente i diritti in favore della sicurezza. I giudici hanno lodato il lavoro finora svolto esortando la Commissione a continuare su questa linea.</div>
<div></div>
<div>Per capire come la sicurezza sia ancora un tema centrale nella pratica giuridica israeliana, si può leggere la sentenza 3128/12, in cui la Corte approva il rinnovo semestrale della detenzione amministrava di Mahmoud Masalmani, militante di Hamas, arrestato per attività terroristiche, rilasciato e arrestato nuovamente per aver accoltellato un cittadino israeliano. Il prolungamento della detenzione amministrativa è questione complicata perché sfugge al controllo di un giudice essendo disposto da un&#8217;autorità di polizia o militare. La Corte ribadisce che il periodo di detenzione amministrativa (della durata massima di sei mesi) è misura eccezionale per questioni di sicurezza, tuttavia permette il rinnovo solo se in presenza di prove che dimostrino la persistenza della pericolosità del soggetto.</div>
<div></div>
<div>La politica giudiziale di maggiore limitazione all&#8217;applicazione delle misure di emergenza è seguita dalla politica del governo nei territori. Dal 2008, l&#8217;esercito israeliano ha evacuato 30 checkpoint, rimanendo solo in 11 posti chiave a ridosso della Linea verde. Sono stati rimossi anche i sei posti di blocco stradali che impedivano il libero accesso a Nablus, Tulkarem, Balata e  Ariel, il che significa che dalla Samaria alla Giudea si può ora viaggiare trovando un solo checkpoint attraversando le zone C e nemmeno uno attraverso le zone A (amministrazione palestinese). La calma generale ha fatto anche tornare gli israeliani a far la spesa in vari villaggi della West Bank, come prima dell&#8217;Intifada, anche se le autorità militari invitano alla prudenza.</div>
<div></div>
<div>Si può affermare che con il lavoro della Corte Suprema e della Commissione Interministeriale si sia creato un sistema per far vivere lo stato di diritto in emergenza. La legislazione adottata come &#8220;misura eccezionale per lo stato di emergenza&#8221; è progressivamente sostituita (ad un ritmo alle volte troppo lento, secondo i giudici) da una legislazione di lotta al terrorismo la cui portata innovativa consiste nel far vivere lo stato di diritto nell&#8217;emergenza.</div>
<div></div>
<div>Il giudice Elyakim Rubinstein scrive: &#8220;Israele è uno stato normale, che non è normale. È normale perché è una democrazia in cui i diritti fondamentali (&#8230;) sono tutelati, realizzando attraverso di essi il suo fine di stato ebraico e democratico. Non è normale perché ancora non sono cessate le minacce di cui è vittima sin dalla sua creazione, come unica democrazia al mondo che deve convivere con una tale minaccia, e perché devono ancora dirimersi le controversie coi vicini. Ancora non è giunto il tempo in cui ciascuno &#8216;potrà sedersi sotto la sua vite e sotto il suo fico&#8217; (Michea 4:4).  La lotta al terrorismo continua, e continuerà anche nel prossimo futuro. Tuttavia è ora che la legislazione di emergenza si adatti a una democrazia che ha compiuto 64 anni. La sfida consiste nel creare un diritto che disciplini al contempo l&#8217;aspetto normale e quello eccezionale. È un obiettivo raggiungibile. &#8216;Non è nel cielo&#8217; (Deut. 30:12)&#8221;. (sentenza 3091/99, 8 maggio 2012, par. 18).</div>
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		<title>Presidenziali 2012: incoerenza di Obama sui diritti gay, donne, terrorismo islamico.</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 16:16:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>veronica</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>&#160;</p> <p><a href="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/untitled.png" rel="lightbox[31127]"></a>Testata: Informazione Corretta </p> <p>Data: 13 maggio 2012 </p> <p>Autore: Pera Prister.</p> <p></p> <p>La campagna elettorale entra sempre piu’ nel vivo con il presidente Obama che a sorpresa mercoledì s’e’ schierato a favore del matrimonio gay in un’intervista alla Casa Bianca, trasmessa su ABC e sui network radio televisivi a reti unificate, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong></strong><strong><a href="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/untitled.png" rel="lightbox[31127]"><img class="alignleft size-full wp-image-31128" src="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/untitled.png" alt="" width="266" height="391" /></a>Testata</strong>: Informazione Corretta </p>
<p><strong></strong><strong>Data</strong>: 13 maggio 2012 </p>
<p><strong></strong><strong>Autore</strong>: Pera Prister.</p>
<p><strong></strong></p>
<p>La campagna elettorale entra sempre piu’ nel vivo con il presidente Obama che a sorpresa mercoledì s’e’ schierato a favore del matrimonio gay in un’intervista alla Casa Bianca, trasmessa su ABC e sui network radio televisivi a reti unificate, nazionali e locali, in cui spiegava le ragioni che lo hanno convinto a superare la sua precedente  avversione  fino al piu’ completo appoggio. E’ senza dubbio una mossa di portata storica. Vi e’ stato probabilmente indotto da attivisti gay che lo hanno finanziato e che gli hanno dato del “codardo” dopo che il vicepresidente Joe Biden aveva dichiarato di essere a favore del matrimonio, mentre il presidente era rimasto in silenzio. E’ stato il Washington Post che ha fatto scoprire il retroscena in un articolo di Chris Cillizza “President Obama’s Calculated Gamble on Gay marriage” del 9/5/2012 in cui si legge che attivisti gay filantropi erano pronti a tagliare e a non concedere piu’ fondi alla sua<span id="more-31127"></span> campagna elettorale. Magico Obama che con i gay e con le donne gioca “a game of distraction” un gioco di distrazione verso quelli che sono i problemi cruciali del paese, disoccupazione, sottoccupazione, indebitamento nazionale &#8211; svantaggio delle donne, le prime a perdere il lavoro e le ultime a ritrovarlo- fonti d’energia indipendenti dal petrolio arabo, terrorismo islamico, grave minaccia all’esistenza di Israele.<br />
Comunque, qualunque siano state le motivazioni facilmente individuabili -manovra elettoralistica o ricerca di consensi- che lo hanno spinto a sostenere il matrimonio gay, esso trova da parte nostra una sincera e profonda condivisione, perche’ il riconoscimento dei diritti dei gay dall’alto della poltrona presidenziale arriva ad hoc, dopo decenni di battaglie parlamentari che hanno visto i gay sempre in prima linea. Obama e’ stato il primo presidente nella storia a fare questo passo significativo verso il pieno riconoscimento dei diritti civili a tutti i cittadini senza nessuna discriminazione basata sull’orientamento sessuale. E cosi’ gli attivisti gay hanno intelligentemente preso la palla al balzo, -seize the moment- per fare pressioni sul presidente.<br />
Gia’ tre anni fa Dick Cheney, ex vicepresidente, aveva sostenuto il matrimonio gay,  gia’ riconosciuto in 6 stati americani, dichiarando: “everyone has the right to live in freedom” ognuno ha il diritto di vivere in liberta’, adducendo come esempio sua figlia che e’ sposata ad una persona dello stesso sesso. Anche l’ex presidente George Bush s’e’ sempre dichiarato a favore dei gay e del loro matrimonio, sulle orme di Ronald Reagan. Lo stesso candidato repubblicano Mitt Romney quando era governatore del Massachusetts non ha mai osteggiato il matrimonio gay che vigeva e tuttora vige nel suo stato. Dagli ultimi sondaggi poi risulta che la meta’ degli americani piu’ o meno vede positivamente il matrimonio fra due contraenti dello stesso sesso, perche’ ormai i tempi si evolvono. Non e’ mistero che Obama non abbia simpatizzato con il matrimonio gay nella campagna elettorale del 2008, ma ora , al quarto anno della sua presidenza e concorrendo per la sua rielezione ha assunto definitivamente la veste del difensore dei gay, e delle donne (cosi’ lui stesso si autodefinisce) –meglio tardi che mai- quando tutto lasciava pensare il contrario sin da quando, dopo la sua elezione, e’ stato sempre un elogiatore dei paesi musulmani, tra i quali anche l’Indonesia -che ha visitato recentemente -con sua moglie Michelle, mortificata in foggia islamica, coperta fino ai piedi, con la testa avvolta in una piu’ che ampia sciarpa- definendo quel paese un campione di democrazia, mentre invece quelli sono regimi omofobi e misogini efferati e per giunta antisemiti. Altro che difenderli! Come non possiamo dimenticare che lo stesso neoeletto presidente Obama abbia porto una mano amica all’ Iran dove ogni giorno sulle pubbliche piazze, si effettuano esecuzioni capitali di uomini e di donne che penzolano dalle forche; come non possiamo egualmente dimenticare che gli stessi siano bersaglio anche nell’ Occidente democratico e tollerante di fanatici musulmani, come Theo Van Gogh che in Olanda difendeva le donne musulmane contro gli abusi e che fu assassinato ferocemente nelle strade di Amsterdam a colpi di coltello. Questo e’ accaduto in Olanda, che e’ uno dei paesi piu’ evoluti in materia di parita’ dei diritti dei cittadini di fronte alla legge. Che il presidente Obama poi si dichiari paladino delle donne e’ veramente risibile, solo perchè se ne è uscito con la piu’ elettoralistica e taccagna delle concessioni di “concedere” gli anticoncezionali gratis. Erano molto di piu’ generosi i Romani con il loro “panem et circenses”! Si’, in questo paese le donne non hanno bisogno del contentino degli anticoncezionali, questo poteva andare bene per le nostre mamme e le nostre nonne. Le donne invece prima di tutto ora, adesso, hanno bisogno di lavoro e di essere remunerate alla pari degli uomini che svolgono lo stesso lavoro, con “Equal Pay”; hanno bisogno di assistenza sanitaria e di asili nido nei posti di lavoro, tanto piu’ che la crisi economica grava di piu’ sulle loro spalle, specialmente per le “single moms”, ossia le mamme sole con prole. Non ci stupisce piu’ di tanto il nostro caro presidente Obama che non s’e’ mai pronunciato a favore delle donne, ora come prima. Al  Cairo, nel suo appello alla nazione araba, ha promesso alle donne musulmane che avrebbe difeso il loro diritto a portare il velo, (non a non portarlo). Ha nominato Susan Rice ambasciatrice americana all’ONU, che non era in aula per opporsi e dare battaglia, quando l’Iran che e’ il paese piu’ misogino che esista al mondo, e’ diventato membro della “Commission on Women’s status”, che dovrebbe difendere le donne. Shame on You, Ms.Susan Rice and on You Mr.Barack Obama! Ha nominato Dalia Mogahed come consigliere del mondo musulmano alla Casa Bianca , “the President’s Islamist Advisor on Muslim Affairs” che veste sempre in hijab e che, dietro la sua verecondia di facciata, e’ una scaltra propagandista della legge islamica ovvero Shariah Law. E, in ultima analisi, anche se Obama si pavoneggia d’aver difeso le ragioni di Israele, non possiamo perdonargli d’aver intimato ad Israele di ritornare ai &#8220;confini&#8221; del ’67, segno che l’antagonismo allo stato ebraico inculcatogli da Rashid Khalidi, Edward Said e dal suo tanto amato &#8211; beloved- mentore, il pastore Jeremiah Wright, nelle sue assidue frequentazioni con questi odiatori di Israele, e’ ancora vivo. Inoltre se fosse un sincero amico di Israele avrebbe gia’ spostato l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, in osservanza della volonta’ del Congresso degli Stati Uniti, “the Capital of Israel Act” come riconoscimento di Gerusalemme come unica, una ed indivisibile capitale di Israele, che aspetta solo la ratifica della sua firma.</p>
<p>Piera Prister Bracaglia Morante</p>
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		<title>Il lessico della Kabbalah.</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 16:02:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>veronica</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/baharier.jpg" rel="lightbox[31122]"><img class="alignleft size-full wp-image-31124" src="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/baharier.jpg" alt="" width="200" height="133" /></a>“La Kabbalah è il paradigma della magia”. È sempre meravigliosamente onorico, un uomo di comunicazione, leggerezza e allo stesso tempo grande profondità il maestro Haim Baharier. Tra i massimi studiosi di ermeneutica biblica e pensiero ebraico al mondo, il noto intellettuale parigino di origine polacca è stato protagonista di uno degli eventi più attesi della giornata inaugurale del Salone del Libro di Torino. Una lectio magistralis, quella tenuta ieri sera in Sala Blu, dedicata alle parole e ai fatti di oggi “in odor di Kabbalah” e che è stata presentata al pubblico torinese in concomitanza con l&#8217;uscita dell&#8217;ultima fatica letteraria pubblicata da Giuntina: Qabbalessico.<span id="more-31122"></span> “Cosa sia davvero la Kabalah non ve lo so dire” esordisce Baharier, che già poche ore prima, nonostante l&#8217;estrema complessità dei temi trattati, aveva raccolto notevole interesse e partecipazione anche nei locali della Comunità ebraica per uno dei primi incontri che hanno animato la tradizionale rassegna Salone Off. Come detto nessuna formula fissa, nessuna definizione stagnante che possa inquadrare un fenomeno così articolato e sul quale, ammonisce l&#8217;autore, bisogna fare chiarezza sgombrando il campo da equivoci: “Oggi – scherza rivolto alla platea – non vi parlerò della Kabbalah come la vede la rockstar Madonna”. C&#8217;è però una fondamentale e straordinaria certezza di cui tener conto, sottolinea Baharier, ed è il fatto che la Kabbalah “proponga un percorso”. Un percorso di cui si trovano alcune preziose scintille anche in Qabbalessico, lavoro strutturato in 26 voci che aiutano a comprendere e interpretare i fenomeni che ci circondano attraverso le pillole di conoscenza disseminate nel corso dei secoli dai maestri. “Questo libro – spiega Baharier – non è sicuramente un libro di Kabbalah. L&#8217;ho voluto più vicino a un soffio che alza nell&#8217;aria spore sfuggevoli da trattenerne a stento qualcuna in mano. Tuttavia ho cercato di non stemperare, di non scendere a compromessi. Spero risulti la consapevolezza di una ritrosia della trascendenza. Piccole scintille da braccare e da mettere, perché no, in sorriso”.</p>
<p><em><strong>Da: moked/מוקד</strong></em></p>
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		<title>IL MARE IN VALIGIA</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 23:56:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maurizio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/ELSElocandina.jpg" rel="lightbox[31116]"></a>Cari amici,<br /> con grande piacere vi invito al mio nuovo spettacolo IL MARE IN VALIGIA sulla vita dell&#8217;affascinante poetessa ebrea tedesca Else Lasker-Schüler.<br /> Lo spettacolo debutta martedì prossimo &#8211; il 15 maggio &#8211; e replica mercoledì 16 al Teatro della Memoria, in via Cucchiari 4 (zona Mac Mahon) a Milano.<br /> [...]]]></description>
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<div><span style="color: #3333ff;font-family: georgia, serif"><span style="color: #3333ff;font-family: georgia, serif"><a href="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/ELSElocandina.jpg" rel="lightbox[31116]"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-31117" src="http://www.amicidisraele.org/wp-content/uploads/2012/05/ELSElocandina-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></span></span>Cari amici,<br />
con grande piacere vi invito al mio nuovo spettacolo IL MARE IN VALIGIA sulla vita dell&#8217;affascinante poetessa ebrea tedesca Else Lasker-Schüler.<br />
Lo spettacolo debutta martedì prossimo &#8211; il 15 maggio &#8211; e replica mercoledì 16 al Teatro della Memoria, in via Cucchiari 4 (zona Mac Mahon) a Milano.<br />
Sarò felice di vedervi!<br />
Chiamatemi o scrivetemi pure per informazioni e prenotazioni: 3397428399.<br />
Oppure telefonate direttamente in teatro: 02313663<br />
o visitate: www.teatrodellamemoria.it o scrivete a: info@teatrodellamemoria.it</div>
<div><a href="http://teatrodellamemoria.it/" target="_blank"><span id="more-31116"></span></a></div>
<div></div>
<p>IL MARE IN VALIGIA<br />
Un viaggio fra le pagine della poetessa Else Lasker-Schüler</p>
<p>Immaginate un caffè letterario, fumoso e accogliente. Portatelo a Berlino, negli anni &#8217;20 del &#8217;900; poi popolate sedie e tavolini di scrittori, poeti, pittori, musicisti e altre persone dall&#8217;anima perennemente in fiamme. Sentite le conversazioni, le discussioni, le idee che corrono. D&#8217;improvviso, un incendio: il Reichstag brucia, il fumo è ora nero, divora la libertà e la dignità.</p>
<p>Una donna si stacca dall&#8217;incendio: è un&#8217;ebrea che scrive poesie. Il nome, Else Lasker-Schüler, l&#8217;ha spesso barattato con quelli dei suoi personaggi: Jussuf Principe di Tebe, Tino di Baghdad&#8230; E&#8217; sempre stato bello, da Berlino, narrare il Medio Oriente, la Bibbia della sua infanzia, la Gerusalemme di molte preghiere. Quando però il fumo che si leva da Bebelplatz è alimentato con la sua carta, Jussuf deve partire, con poche cose in una valigia che riempirà di conchiglie non appena arriverà sulla spiaggia di Giaffa.</p>
<p>Il Mar Morto è un lago. Ma con la vocazione di un oceano</p>
<p>Drammaturgia e regia di Miriam Camerini Con Valeria Perdonò e Miriam Camerini Con la collaborazione di Luca Piva</p>
<p>&#8220;Il mare in valigia&#8221; è uno spettacolo realizzato come una conversazione attorno al tavolino di un caffè, o forse come un kibbutz, in cui tre amici mettono l&#8217;uno a disposizione dell&#8217;altro e degli altri ciò che sanno e sanno fare. Immagini, letture, atti teatrali, travestimenti.. Poesia.</p>
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