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La Guerra dei Sei Giorni scoppiò, cinquant’anni fa, mentre ero sotto la doccia, al kibbutz Neot Mordechai proprio nell’angolo in alto al confine con la Siria. Coprendomi in corsa scappai verso il rifugio sotterraneo dove, secondo i piani, avevo il compito di tenere a bada un pollaio schiamazzante di quei bambini israeliani che ti saltano addosso, ridono sempre, non chiamano mamma ma vogliono sapere molto bene cosa succede. Il famoso discorso del presidente Levy Eshkol che balbettò alla radio la sua ansia della distruzione definitiva del popolo ebraico che pareva profilarsi all’orizzonte ci impaurì, ma non smettemmo di vivere normalmente.

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Più di ogni altra cosa, la guerra dei sei giorni si è trasformata in una guerra riscritta. L’Egitto di Gamal Abdel Nasser, affermano i revisionisti, non aveva la capacità di combattere Israele e, comunque, non aveva intenzione di farlo. È vero che fece minacce. È vero che inviò sempre più divisioni nel Sinai. È vero che espulse i caschi blu delle Nazioni Unite. È vero che aizzava le masse nei paesi arabi. È vero che i regimi arabi gonfiavano i muscoli e si preparavano alla guerra. È vero che Nasser impose il blocco degli stretti di Tiran. È vero che Israele era assediato e preso alla gola. È vero che si trattava di una grave violazione del diritto internazionale, anzi è vero che si trattava di un casus belli (un atto di guerra secondo il diritto internazionale).

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6 day war

È sempre tragico vincere una guerra. Ancora più tragico quando a vincerla è Israele. Questo sembra dire, dietro ogni sorriso, Gad Lerner, che su Rai 3 ha raccontato in cinquanta minuti la “guerra infinita” del 1967. Un dramma politico e umano in cui gli israeliani sono il “cattivo” cui non resterebbe altra scelta tra il suicidio, la fuga o la guerra. Il paradigma è sempre lo stesso: Israele deve mettere fine al proprio ruolo di “occupante” se vuole che finisca la guerra infinita. Nulla sul fatto che nel giugno 1967 non esisteva uno stato di Palestina, che nel 1947 la partizione era stata respinta dal mondo arabo, che i “confini del 1967” erano solo la linea da cui gli arabi avrebbero dovuto riprendere la guerra interrotta, che l’Olp era nato nel 1964 e che, nel settembre 1967, il vertice arabo riunito a Khartoum proclamò: “No alla pace, no al riconoscimento, no al negoziato”.

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SHAVUOT 2017 AL BETH SHLOMO

 

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