Di Dovid Ben-Meir

Dovid Ben-Meir, autore di questo articolo

Ho spesso il privilegio di guidare visite a piedi nelle zone adiacenti il Muro Occidentale (“del Pianto”) di Gerusalemme. Si tratta di un muro che faceva parte del complesso del Secondo Tempio ebraico costruito originariamente nel VI secolo a.e.v., ristrutturato e ampliato dal re dei Giudei, Erode, nel I secolo a.e.v..

Prima di iniziare le mie spiegazioni, mi piace sapere da dove provengono le varie persone che partecipano al tour. La Città Santa attrae da tutto il mondo persone di ogni tipo, lingua, religione e provenienza. A tutti chiedo: “Da dove viene?”. Alcuni indicano solo il paese e a quel punto chiedo di specificare da quale città o regione. Ogni volta che qualcuno dice di venire da Berlino, immediatamente chiedo: “Berlino est o Berlino ovest?”. La risposta che ricevo immancabilmente, spesso accompagnata da un sorriso ironico, è del tipo: che domande! Oggi esiste una sola Berlino.

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Liberté ma non per te

DI GIULIO MEOTTI sul FOGLIO

Si ringrazia Ugo Volli per la trascrizione.

Roma. Tornano i fasti, primonovecenteschi, del délit d’opinion, il reato intellettuale. Lo ha spiegato ieri sul Figaro Véronique Grousset: “Insidiosamente, la giurisprudenza si evolve rispetto alla distinzione sempre meno netta tra il dibattito sulle idee e l’attacco personale. Molte associazioni lottano per assicurare alla giustizia i loro avversari, intimorirli, rovinarli, screditarli, farli tacere. Senza contare che l’etichetta di ‘islamofobo’ equivale a rilasciare una licenza di uccidere”. A tanti giornalisti, scrittori e intellettuali di Francia è stato chiesto di alzare la mano destra davanti a un giudice e dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. E’ successo di nuovo nella diciassettesima sezione del tribunale di Parigi, dove il 25 gennaio è apparso per la prima volta come imputato un grande storico, Georges Bensoussan, il direttore editoriale del Mémorial de la Shoah e fra i massimi studiosi di antisemitismo di Francia.

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Emanuel Baroz

29 gennaio 2017

Il Giorno dell’Astio. Cinque risposte alle osservazioni di chi detesta il Giorno della Memoria

Da quando esiste il Giorno della Memoria, c’è chi sente l’urgenza di comunicare al mondo che «sì, va be’, però… Ma quell’altro fatto è più importante».

Non parlo di negazionisti e complottisti. Quella è materia per la psichiatria. Parlo di chi si sente vagamente infastidito da questa ricorrenza, chi reagisce leggermente stizzito a iniziative, programmi e articoli e chi non può fare a meno di dar voce alla propria contrarietà con ogni genere di osservazioni tendenziose.

Da quando esiste, poi, un megafono social che regala un pubblico a ogni pensiero estemporaneo e a ogni urlo sconnesso, il 27 gennaio è diventato il Giorno dell’Astio. La memoria è sommersa e soffocata da un continuo brusio di fondo che prende forma definita in una domanda ricorrente, una domanda appesantita da un sottotesto di ostilità e sospetto nei confronti delle vittime: «perché dovremmo ricordare quelli là? Che cos’hanno di speciale?»

Mi piace cullarmi nell’illusione che quando qualcuno fa una domanda è anche in cerca di una risposta. Per questo ho raccolto le osservazioni che più spesso, nel corso degli anni, ho sentito o letto. E ho risposto:

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Che senso ha ricordare? Il ricordo della Shoah non deve essere la riesumazione liturgica o museale di un fossile, né, tantomeno, il momento annuale per un’endovena estetica e melensa di passioni tristi. Infine, cosa purtroppo spesso asserita quasi come se fosse dogma ma mai abbastanza spiegata e portata a comprensione, la Shoah è un unicum rispetto ad altre tragedie umane, pur immani, per la compresenza radicale di una serie di variabili che si verificarono solo in quella tremenda occorrenza storica. Come è noto, l’unico altro genocidio in cui quasi tutte le variabili furono presenti fu quello armeno, perpetrato dai turchi e dai tedeschi loro sodali. Per intenderci con un esempio, per i bambini cristiani armeni – che pure furono in gran numero sterminati – vi furono alcuni spiragli (comunque sciagurati) di salvezza: la schiavitù, la “turchizzazione” e l’islamizzazione. Per i bambini ebrei, la colpa era quella di essere nati, e dunque furono subito soppressi.

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Pietre della memoria a Milano - Catena Umana

 

 

Progetto Dreyfus

24 gennaio 2017

La “pietra d’inciampo” posata a Milano in memoria di Dante Coen lo scorso giovedì è stata imbrattata poche ore dopo da ignoti che l’hanno coperta con la vernice nera. Ad accorgersi dell’oltraggio accaduto in via Plinio 20 è stata la famiglia del deportato e ucciso ad Auschwitz, che ha ripulito la “Stolpersteine” e ha chiamato la polizia. La figlia di Dante,Ornella, che lavora al Cdec, centro di documentazione ebraica contemporanea, ha raccontato la vicenda:

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È il tempio degli scampati alla Shoah e custodisce pezzi di una storia fatta di mille storie. Le foto con i volti sorridenti di giovani donne, le sedie della vecchia sezione milanese del Partito nazionale fascista, l’armadio sacro che arriva dal campo di Ferramonti, i documenti di viaggio appartenenti ai soldati della Brigata ebraica (giovani ebrei definiti dalle autorità inglesi «soldati palestinesi»).

La sinagoga Beth Shlomo, oggi in corso Lodi, fino al 2011 era all’Ottagono in Galleria, ed è tornata quindi in zona Porta Romana, dove a lungo era già stata, cuore della comunità ashkenazita di Milano ed erede a sua volta del tempio aperto nel dopoguerra in via Unione da profughi diretti in gran parte in Israele, dove si andava consolidando l’embrione di uno Stato moderno e presto indipendente. «I soldati ebrei erano inquadrati nell’esercito inglese, in campagnie, con compiti per lo più logistici – ricorda Eugenio Schek, figlio di uno di quei soldati e oggi responsabile del tempio – gli inglesi forse pensavano così di non farli diventare troppo bravi. In realtà la logistica e le infrastrutture divennero presto il centro degli eserciti moderni, e fra quei militari c’era gente come Moshe Dayan, uomini che poi andarono a formare il nucleo di Tzahal, l’esercito israeliano, o anche del Mossad». Quei soldati furono le prime divise alleate entrate a Milano, pochi giorni dopo la Liberazione partigiana del 25 aprile. «Il tempio maggiore era stato bombardato – ricorda Eugenio – e i soldati ebrei stabilirono il loro circolo, una sorta di dopolavoro, in via Cantù». Non lontano, in via Unione 5, la vecchia sede fascista di palazzo Odescalchi era rimasta vuota e gli ebrei cominciarono a organizzare in quella palazzina l’arrivo degli scampati ai campi di concentramento, desiderosi di imbarcarsi per la «terra promessa» con viaggi ancora clandestini, dato che le frontiere erano ancora chiuse.

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 REPUBBLICA  20/01/2017 pag. 36

l’intervista di Antonio Gnoli a Haim Baharier.

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Antonio Gnoli

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Haim Baharier

Alcuni episodi della Bibbia ci sono oltremodo familiari. Averne più volte sentito i racconti, invece di stancarci ci colloca su quel crinale in cui l’attesa si mescola alla curiosità intellettuale nei riguardi di un Dio che apparentemente regola tutte le mosse di una storia. Qual è allora la nostra libertà di lettura? Come interpretare, ad esempio, il sacrificio di Isacco? O in che modo accogliere l’insensata e infinita costruzione di una Torre che prenderà il nome di Babele? Haim Baharier, le cui origini polacche e francesi sono cresciute nelle radici del mondo ebraico, da anni pratica una esegesi biblica di particolare efficacia, dove cabala e commento talmudico si intrecciano vertiginosamente. Egli terrà una serie di lezioni al Teatro Eliseo di Roma, a partire da dopodomani: «Nella Torah», mi dice, «ci sono due volti che si fronteggiano, ogni tanto si sfiorano, ogni tanto si allontanano, qualche volta si fondono: quello narrativo e quello normativo». Si tratta, come vedremo, di una distinzione carica di conseguenze.

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Riccardo Ghezzi

Giornalista pubblicista, a un certo punto della sua vita si è accorto di essere più interessato alle vicende di Israele che a quelle italiane. Ha raccolto intorno a sé un gruppo di amici reali e virtuali, competenti e informati su Israele, storia e cultura ebraica, Medio Oriente. E si è convinto che con loro si poteva avviare un nuovo progetto editoriale, così è nato L’Informale.

“Ricordare Auschwitz per ricordare la Palestina”. Questo è il titolo delle dispense universitarie contenenti il riassunto del seminario “Collusioni tra sionismo e nazifascismo prima e durante la Shoah”, tenutosi ieri 18 gennaio al campus Luigi Einaudi di Torino.
Intitolato all’economista liberale ed ex presidente della repubblica, il campus Einaudi presenta all’ingresso una scritta inequivocabile: “Campus antifascista”, redatta dagli stessi studenti che lo popolano. In quanto struttura “antifascista”, va da sé che debba onorare il Giorno della Memoria in pompa magna, se serve anche prendendosela con Israele e il sionismo.
Poco importa che il legame tra Israele ed ebrei sia profondo e sentito, ancor meno che ipotizzare collusioni tra sionismo e nazifascismo sia offensivo in primis per la comunità ebraica, cioè le vittime della Shoah. C’è da fare la rivoluzione ma soprattutto onorare il dogma: al primo posto viene la lotta di classe, tutto ciò che non la rappresenta alla lettera – sionismo compreso – è nemico. Ed anche la storia deve piegarsi a questa verità.

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