di Yoram Debach

Progetto Dreifus

Il livello di antisemitismo di una nazione è direttamente proporzionale alla sua incapacità di contrastare il terrorismo islamico.

Oggi ricorre l’undicesimo anno dalla morte di Ilan Halimi, il ragazzo della porta accanto che dopo quasi un mese di ricerche fu ritrovato agonizzante, legato, incapace di parlare, nudo, denutrito, con bruciature sull’80% del corpo e con diverse ferite sul collo e in viso nei pressi di un binario ferroviario della periferia di Parigi. Inutile la corsa in ospedale, morì subito dopo il suo ritrovamento.
Rapito, torturato e ucciso da una banda di malviventi guidati da Youssuf Fofana, un ivoriano antisemita che nelle sue innumerevoli telefonate alla famiglia, recitava a vanvera versi del Corano pensando come troppe persone ancora, che gli ebrei abbiano i soldi e pretendendo dall’umile famiglia di Ilan un riscatto impossibile da racimolare.

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 12 Feb 2017

Ariel Shimona Edith Besozzi

Probabilmente, per alcuni, sono io ad essere paranoica, ad aver perso il senso della realtà, ad essere troppo lontana dal mondo per comprendere. Certamente si tratta di questo, non si può spiegare altrimenti questo delirio generale che ha coinvolto il mondo. Certo si tratta particolarmente di intellettuali e politici, si tratta di giornalisti i cui pezzi hanno rilevanza nazionale ed internazionale. Quindi sicuramente, secondo loro, sono io che sbaglio e loro che hanno ragione, d’altro canto non si può spiegare altrimenti il fatto che moltissime persone, anche persone che io considero di buon senso, che hanno accesso a diverse fonti d’informazione, le stesse cui ho accesso io; persone in grado di leggere diverse lingue, siano tutte allineate a questo strano delirio. Molti, molte, uno dopo l’altro si sentono in dovere di esprimere il proprio punto di vista sulla “devastazione” che sta attraversando gli Stati Uniti d’America a causa dell’insediamento di Trump, ognuno lo fa a modo proprio, c’è chi utilizza battute, chi foto ritoccate, chi l’articolo di un’intellettuale che sente maestro o maestra, chi lo fa attraverso la ripetizione ossessiva di notizie false. Poi ci sono le persone che incontro, con le quali parlo, anche loro tutte preoccupate e pronte a denunciare le cose terribili dette e fatte da Trump che “stanno trascinando il mondo verso un baratro oscuro e terribile”.

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“Duello nel ghetto” è una storia romana che racconta di Pacifico Di Consiglio, detto Moretto. L’unico ebreo romano che durante l’occupazione nazista resta in città per dare la caccia ai suoi persecutori. Un antifascista della prima ora che non sapeva chinare la testa, che non voleva chinare la testa.Molinari Rizzoli Milano

Pugile dilettante, la vita di Moretto, come quella di tanti ebrei romani, cambia dopo il 1938. Ma a differenza di altri, Moretto trova il modo per ribellarsi. Fa innamorare la nipote di Luigi Roselli, uno dei più spietati e pericolosi collaboratori italiani dei nazisti, e, grazie alle informazioni della giovane, lancia una sfida alle bande comandate dal colonnello Kappler, capo della polizia tedesca di Roma. Arrestato due volte, riesce sempre a fuggire mettendo in atto stratagemmi e altri intrighi, continuando a combattere contro centinaia di spie, delatori e poliziotti fascisti.

Per molti ebrei romani Moretto, rappresenta un eroe e un simbolo intramontabile. Questa storia viene raccontata dal direttore de La Stampa Maurizio Molinari e dallo storico Amedeo Osti Guerrazzi.

 

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Il viaggio verso l’Egitto cominciò molte ore prima, in una Tel Aviv illuminata come in tempo di pace. Due giovani paracadutisti israeliani, Nahum Barnea e Israel Harel, varcarono assieme il canale di Suez, nella battaglia che cambiò le sorti del medio oriente. Dieci giorni dopo l’attacco a sorpresa della Terza armata egiziana nel Sinai, Harel e Barnea, sotto il comando di Ariel Sharon, aggirarono le linee nemiche rovesciando le sorti della guerra. Sappiamo come andarono le cose: lo sfondamento delle linee israeliane, l’angoscia di non “tenere”, di essere ricacciati in mare, come avevano promesso Nasser nel 1967 e Sadat nel 1972, il cedimento dell’Europa al ricatto arabo e l’invito a Israele di ritirarsi dai Territori, come se per Israele si trattasse di una provincia in più o in meno e non d’una questione di vita o di morte. Da allora i “Territori occupati” fiatano sul collo di Israele un enigmatico destino.

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Questa festa non ha origini bibliche, ma proviene dalla Mishna (una sezione dei testi talmudici), scritta nel III secolo a.C. E’ principalmente una ricorrenza agricola, come si deduce dall’altro suo nome, “L’anno nuovo degli alberi”, e viene celebrata nella stagione delle piogge, dal tardo gennaio all’inizio di febbraio. Inizialmente era una festività dal significato halakhico (ebraico legale), utilizzata per segnare l’età di un albero ai fini del raccolto e delle decime, che venivano consegnate ai sacerdoti del tempio, i quali non possedevano terreno proprio. Il festeggiamento delle decime, rappresentava all’epoca una sorta di ringraziamento per i doni ricevuti dalla natura.

Dopo la dispersione degli Ebrei, avvenuta in seguito alla Diaspora, la festa, privata del coinvolgimento agricolo, divenne il simbolo del legame tra il popolo ebraico e la Terra di Israele. Non è una giornata sacra, e non ci si astiene dal lavoro.

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Viaggio nel più importante centro di controllo per la sicurezza: “Puntiamo a isolare gli estremisti”

AP
05/02/2017 La Stampa
GIORDANO STABILE
INVIATO A NABLUS

Dalle pendici del Monte Gerizim si vede tutta Nablus. Il maggiore Elitsur Trabelsi mostra la grande area urbana, quasi mezzo milione di abitanti, dal suo binocolo. «Nota qualcosa?». La risposta la dà lui stesso: «Non ci sono più posti di blocco». È uno dei motivi di orgoglio di Trabelsi e della Brigata Shomon, piantata nel cuore di una delle aree palestinesi più difficili e conflittuali. La Seconda Intifada era stata un inferno. Quella «dei coltelli» era cominciata proprio qui, con l’uccisione di Eitam e Naama Henkin, vicino all’insediamento di Itamar, il primo ottobre 2015. Ma da allora, la strategia delle forze anti-terrorismo israeliane è cambiata.  

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Di Dovid Ben-Meir

Dovid Ben-Meir, autore di questo articolo

Ho spesso il privilegio di guidare visite a piedi nelle zone adiacenti il Muro Occidentale (“del Pianto”) di Gerusalemme. Si tratta di un muro che faceva parte del complesso del Secondo Tempio ebraico costruito originariamente nel VI secolo a.e.v., ristrutturato e ampliato dal re dei Giudei, Erode, nel I secolo a.e.v..

Prima di iniziare le mie spiegazioni, mi piace sapere da dove provengono le varie persone che partecipano al tour. La Città Santa attrae da tutto il mondo persone di ogni tipo, lingua, religione e provenienza. A tutti chiedo: “Da dove viene?”. Alcuni indicano solo il paese e a quel punto chiedo di specificare da quale città o regione. Ogni volta che qualcuno dice di venire da Berlino, immediatamente chiedo: “Berlino est o Berlino ovest?”. La risposta che ricevo immancabilmente, spesso accompagnata da un sorriso ironico, è del tipo: che domande! Oggi esiste una sola Berlino.

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Liberté ma non per te

DI GIULIO MEOTTI sul FOGLIO

Si ringrazia Ugo Volli per la trascrizione.

Roma. Tornano i fasti, primonovecenteschi, del délit d’opinion, il reato intellettuale. Lo ha spiegato ieri sul Figaro Véronique Grousset: “Insidiosamente, la giurisprudenza si evolve rispetto alla distinzione sempre meno netta tra il dibattito sulle idee e l’attacco personale. Molte associazioni lottano per assicurare alla giustizia i loro avversari, intimorirli, rovinarli, screditarli, farli tacere. Senza contare che l’etichetta di ‘islamofobo’ equivale a rilasciare una licenza di uccidere”. A tanti giornalisti, scrittori e intellettuali di Francia è stato chiesto di alzare la mano destra davanti a un giudice e dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. E’ successo di nuovo nella diciassettesima sezione del tribunale di Parigi, dove il 25 gennaio è apparso per la prima volta come imputato un grande storico, Georges Bensoussan, il direttore editoriale del Mémorial de la Shoah e fra i massimi studiosi di antisemitismo di Francia.

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Emanuel Baroz

29 gennaio 2017

Il Giorno dell’Astio. Cinque risposte alle osservazioni di chi detesta il Giorno della Memoria

Da quando esiste il Giorno della Memoria, c’è chi sente l’urgenza di comunicare al mondo che «sì, va be’, però… Ma quell’altro fatto è più importante».

Non parlo di negazionisti e complottisti. Quella è materia per la psichiatria. Parlo di chi si sente vagamente infastidito da questa ricorrenza, chi reagisce leggermente stizzito a iniziative, programmi e articoli e chi non può fare a meno di dar voce alla propria contrarietà con ogni genere di osservazioni tendenziose.

Da quando esiste, poi, un megafono social che regala un pubblico a ogni pensiero estemporaneo e a ogni urlo sconnesso, il 27 gennaio è diventato il Giorno dell’Astio. La memoria è sommersa e soffocata da un continuo brusio di fondo che prende forma definita in una domanda ricorrente, una domanda appesantita da un sottotesto di ostilità e sospetto nei confronti delle vittime: «perché dovremmo ricordare quelli là? Che cos’hanno di speciale?»

Mi piace cullarmi nell’illusione che quando qualcuno fa una domanda è anche in cerca di una risposta. Per questo ho raccolto le osservazioni che più spesso, nel corso degli anni, ho sentito o letto. E ho risposto:

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Che senso ha ricordare? Il ricordo della Shoah non deve essere la riesumazione liturgica o museale di un fossile, né, tantomeno, il momento annuale per un’endovena estetica e melensa di passioni tristi. Infine, cosa purtroppo spesso asserita quasi come se fosse dogma ma mai abbastanza spiegata e portata a comprensione, la Shoah è un unicum rispetto ad altre tragedie umane, pur immani, per la compresenza radicale di una serie di variabili che si verificarono solo in quella tremenda occorrenza storica. Come è noto, l’unico altro genocidio in cui quasi tutte le variabili furono presenti fu quello armeno, perpetrato dai turchi e dai tedeschi loro sodali. Per intenderci con un esempio, per i bambini cristiani armeni – che pure furono in gran numero sterminati – vi furono alcuni spiragli (comunque sciagurati) di salvezza: la schiavitù, la “turchizzazione” e l’islamizzazione. Per i bambini ebrei, la colpa era quella di essere nati, e dunque furono subito soppressi.

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