“Le radici ebraiche della musica”
Relatori: Lydia Cevidalli,  Roberto Zadik e Davide Romano
Mercoledi 21 febbraio dalle 20.45 Beth Shlomo
(Corso Lodi 8/C) MM3 Porta Romana
Ingresso libero
 

Oggi alle 18 il Ministro Pinotti (che due giorni fa ha firmato il Dpr per l’assegnazione della medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza alla Brigata ebraica) visiterà il Memoriale della Shoah – Binario 21 (Piazza Edmond J. Safra, 1) accompagnato da Liliana Segre.

Siete tutti invitati a stare con noi sotto il leggendario striscione della Brigata Ebraica.

Passa parola.

 

Insulti antisemiti a Fiamma Nirenstein, polemiche sul candidato di Giorgio Gori

 
Municipio 7 Milano Invita alla celebrazione del
GIORNO DELLA MEMORIA
Lunedì 29 gennaio 2018 ore 18:00
Aula Consiliare Municipio 7—Via Anselmo da Baggio 55
Con il Coro Col Hakolot
Intervengono
Natalie Gutman Chen – Ambasciata di Israele Fiamma Nirenstein – Scrittrice e giornalista
Alberto Giannoni – Giornalista
Eugenio Schek – Sinagoga Beth Shlomo – Centro Studi Brigata Ebraica
Proiezione video commemorativi
“La Shoah dei bambini”
“Dalla rivolta di Varsavia alla nascita dello Stato d’Israele”
Consegna delle Targhe della Riconoscenza
Allestimento dell’Aula Consiliare a cura dell’Associazione culturale
Amici del Quadrato.
Norma Iannacone MarcoBestetti Presidente del Consiglio Municipale Presidente Municipio 7
 

Serata

“Shoah e mondo arabo: antisemitismi Europa Medio Oriente e Nordafrica”.

Con Roberto Zadik, Andrea Bienati, Stefano Scaletta e Davide Romano.

Mercoledi 24 gennaio dalle 20.45

Beth Shlomo

Corso Lodi 8/c Milano

Ingresso libero.

 

Il 4 gennaio scorso Avvenire pubblica un articolo d’antan di Giuseppe Dossetti dal titolo emblematico, “Antisionista non significa antisemita”. Perché lo fa? Evidentemente perché si riconosce nelle posizioni espresse dall’autore, le quali ruotano intorno a certi topoi immarcescibili di coloro i quali-siccome essere antisionista non significa essere antisemita-sarebbero autorizzati a utilizzare contro lo Stato ebraico tutto il repertorio nero e criminalizzante che per secoli è stato usato contro gli ebrei, e al quale la Chiesa, nella sua lunga storia, ha dato un contributo devastante. Ma ascoltiamo la voce dell’autore:

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Il problema per l’Olp/Autorità Palestinese è che il mondo è radicalmente cambiato mentre loro hanno continuato ad abbracciare i terroristi sperando sempre di farla franca

Di Caroline B. Glick

Caroline B. Glick, autrice di questo articolo

L’Olp e più in generale la causa palestinese stanno affondando nell’irrilevanza, ma anziché riformare le loro politiche per ristabilire la loro posizione, hanno adottato una politica della terra bruciata che non fa altro che intensificare la loro corsa verso il basso.

All’apparenza la loro situazione non sembra poi tanto male. Il mese scorso l’Olp ha ottenuto che 128 paesi votassero a favore della risoluzione anti-americana contro il riconoscimento del presidente Usa Donald Trump di Gerusalemme come capitale d’Israele. Uno degli stati che hanno votato con loro è stata l’India. Israele è rimasto sconcertato dal voto dell’India. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu promuove giustamente la crescita dei legami bilaterali tra Israele e la più grande democrazia del mondo. La straordinaria visita in Israele del primo ministro indiano Narendra Modi dello scorso luglio ha messo in evidenza il cambiamento in corso, e la visita di Netanyahu a Nuova Delhi alla fine di questo mese cementerà la nuova alleanza. Modi non solo coltiva con entusiasmo rapporti più stretti con Israele. Si è anche avvicinato a Israele, rispetto a tutti i suoi predecessori, per quanto riguarda il conflitto con l’Olp. Nel 2015 l’India si è astenuta su una risoluzione anti-Israele al Consiglio Onu dei Diritti Umani. Poi Modi ha evitato di visitare l’Autorità Palestinese durante la sua visita in Israele. E durante la visita in India di Mahmoud Abbas (Abu Mazen), capo dell’Olp e presidente dell’Autorità Palestinese, all’inizio di quest’anno, Modi si è rifiutato di dichiarare, come avevano fatto i suoi predecessori, che la capitale di un futuro stato palestinese deve essere a Gerusalemme est.

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24 gennaio, dalle 20.45 al Beth Shlomo

Corso Lodi 8/C, Milano
MM3 Porta Romana

“Shoah e mondo arabo, antisemitismi di ieri e di oggi in Europa, Oriente e nel Maghreb”

Come ogni anno si avvicina la Giornata della Memoria, ma qualcosa è cambiato. Una parte di mondo arabo nega quanto accaduto, lo scorso 9 dicembre in Piazza Cavour a Milano un gruppo di islamici gridava “Morte agli ebrei” e in Europa,sopratutto in Francia, e in Medio Oriente e nel Nord Africa assistiamo spesso a reazioni di intolleranza e di aggressività su argomenti come Shoah, ebrei, Israele. Ma quali sono i collegamenti fra Shoah e Paesi arabi? Come si sono comportati nel passato, dall’amicizia fra il Mufti di Gerusalemme e Hitler, alle responsabilità delle Deportazioni dalla Libia fino alla protezione di molte nazioni islamiche, come la Turchia che ha rigiutato l’ingresso di Hitler, che hanno salvato molti ebrei nella Seconda Guerra Mondiale. E cosa sta accadendo oggi? A 3 anni da Hyper Cacher e Charlie Hebdo e a un mese da Piazza Cavour, ne parliamo con due storici come Andrea Bienati, esperto di Shoah e Stefano Scaletta in una serata organizzata da Adi, Associazione Amici di Israele e condotta da Roberto Zadik e Davide Romano. Incontro a ingresso libero con piccolo rinfresco

 

L’assessore alla Cultura della Comunità ebraica, davide Romano: cortei e slogan inquietanti

Il 9 dicembre in piazza Cavour è stato scandito il grido «Khaibar, Khaibar, o ebrei, l’armata di Maometto ritornerà!» durante un corteo filopalestinese (LaPresse)Il 9 dicembre in piazza Cavour è stato scandito il grido «Khaibar, Khaibar, o ebrei, l’armata di Maometto ritornerà!» durante un corteo filopalestinese (LaPresse)
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Disertare le celebrazioni per la giornata della Memoria. È il proposito di Davide Romano, assessore alla Cultura della Comunità ebraica milanese. Alla messa a punto di quel calendario lavora da tempo. Ma mentre si avvicina la data centrale degli appuntamenti, il 27 gennaio, cresce la sua determinazione: «Molti la leggeranno come una provocazione. E vuole esserlo. So anche che il rischio è alimentare le polemiche — dice Romano —. Ma mi dicano che senso ha celebrare una giornata in cui si ricorda il passato se non si guarda al presente».

L’eco della deriva presa dalla manifestazione pro Palestina, in un sabato di dicembre nel centro di Milano, non s’è spento. Per otto volte in piazza San Babila, il 9 dicembre scorso, venne scandito in arabo il motto dei jihadisti: «Khaybar, Khaybar, o ebrei, l’armata di Maometto ritornerà». Un fatto già condannato dal sindaco Beppe Sala e oggetto di una denuncia. Anche se non scattato nell’ immediato — è stato necessario tradurre le urla gridate dalla piazza — l’allarme della Comunità ebraica è stato forte. È stato infatti chiesto che agli organizzatori di quel raduno non siano mai più concessi spazi pubblici. Non bastano condanne verbali degli slogan antisemiti.

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Nella sinagoga gioiello sedie e armadi arrivati dai campi di prigionia

 

È il tempio degli scampati alla Shoah e custodisce pezzi di una storia fatta di mille storie. Le foto con i volti sorridenti di giovani donne, le sedie della vecchia sezione milanese del Partito nazionale fascista, l’armadio sacro che arriva dal campo di Ferramonti, i documenti di viaggio appartenenti ai soldati della Brigata ebraica (giovani ebrei definiti dalle autorità inglesi «soldati palestinesi»).

La sinagoga Beth Shlomo, oggi in corso Lodi, fino al 2011 era all’Ottagono in Galleria, ed è tornata quindi in zona Porta Romana, dove a lungo era già stata, cuore della comunità ashkenazita di Milano ed erede a sua volta del tempio aperto nel dopoguerra in via Unione da profughi diretti in gran parte in Israele, dove si andava consolidando l’embrione di uno Stato moderno e presto indipendente. «I soldati ebrei erano inquadrati nell’esercito inglese, in campagnie, con compiti per lo più logistici – ricorda Eugenio Schek, figlio di uno di quei soldati e oggi responsabile del tempio – gli inglesi forse pensavano così di non farli diventare troppo bravi. In realtà la logistica e le infrastrutture divennero presto il centro degli eserciti moderni, e fra quei militari c’era gente come Moshe Dayan, uomini che poi andarono a formare il nucleo di Tzahal, l’esercito israeliano, o anche del Mossad».

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