Il 4 gennaio scorso Avvenire pubblica un articolo d’antan di Giuseppe Dossetti dal titolo emblematico, “Antisionista non significa antisemita”. Perché lo fa? Evidentemente perché si riconosce nelle posizioni espresse dall’autore, le quali ruotano intorno a certi topoi immarcescibili di coloro i quali-siccome essere antisionista non significa essere antisemita-sarebbero autorizzati a utilizzare contro lo Stato ebraico tutto il repertorio nero e criminalizzante che per secoli è stato usato contro gli ebrei, e al quale la Chiesa, nella sua lunga storia, ha dato un contributo devastante. Ma ascoltiamo la voce dell’autore:

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Il problema per l’Olp/Autorità Palestinese è che il mondo è radicalmente cambiato mentre loro hanno continuato ad abbracciare i terroristi sperando sempre di farla franca

Di Caroline B. Glick

Caroline B. Glick, autrice di questo articolo

L’Olp e più in generale la causa palestinese stanno affondando nell’irrilevanza, ma anziché riformare le loro politiche per ristabilire la loro posizione, hanno adottato una politica della terra bruciata che non fa altro che intensificare la loro corsa verso il basso.

All’apparenza la loro situazione non sembra poi tanto male. Il mese scorso l’Olp ha ottenuto che 128 paesi votassero a favore della risoluzione anti-americana contro il riconoscimento del presidente Usa Donald Trump di Gerusalemme come capitale d’Israele. Uno degli stati che hanno votato con loro è stata l’India. Israele è rimasto sconcertato dal voto dell’India. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu promuove giustamente la crescita dei legami bilaterali tra Israele e la più grande democrazia del mondo. La straordinaria visita in Israele del primo ministro indiano Narendra Modi dello scorso luglio ha messo in evidenza il cambiamento in corso, e la visita di Netanyahu a Nuova Delhi alla fine di questo mese cementerà la nuova alleanza. Modi non solo coltiva con entusiasmo rapporti più stretti con Israele. Si è anche avvicinato a Israele, rispetto a tutti i suoi predecessori, per quanto riguarda il conflitto con l’Olp. Nel 2015 l’India si è astenuta su una risoluzione anti-Israele al Consiglio Onu dei Diritti Umani. Poi Modi ha evitato di visitare l’Autorità Palestinese durante la sua visita in Israele. E durante la visita in India di Mahmoud Abbas (Abu Mazen), capo dell’Olp e presidente dell’Autorità Palestinese, all’inizio di quest’anno, Modi si è rifiutato di dichiarare, come avevano fatto i suoi predecessori, che la capitale di un futuro stato palestinese deve essere a Gerusalemme est.

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24 gennaio, dalle 20.45 al Beth Shlomo

Corso Lodi 8/C, Milano
MM3 Porta Romana

“Shoah e mondo arabo, antisemitismi di ieri e di oggi in Europa, Oriente e nel Maghreb”

Come ogni anno si avvicina la Giornata della Memoria, ma qualcosa è cambiato. Una parte di mondo arabo nega quanto accaduto, lo scorso 9 dicembre in Piazza Cavour a Milano un gruppo di islamici gridava “Morte agli ebrei” e in Europa,sopratutto in Francia, e in Medio Oriente e nel Nord Africa assistiamo spesso a reazioni di intolleranza e di aggressività su argomenti come Shoah, ebrei, Israele. Ma quali sono i collegamenti fra Shoah e Paesi arabi? Come si sono comportati nel passato, dall’amicizia fra il Mufti di Gerusalemme e Hitler, alle responsabilità delle Deportazioni dalla Libia fino alla protezione di molte nazioni islamiche, come la Turchia che ha rigiutato l’ingresso di Hitler, che hanno salvato molti ebrei nella Seconda Guerra Mondiale. E cosa sta accadendo oggi? A 3 anni da Hyper Cacher e Charlie Hebdo e a un mese da Piazza Cavour, ne parliamo con due storici come Andrea Bienati, esperto di Shoah e Stefano Scaletta in una serata organizzata da Adi, Associazione Amici di Israele e condotta da Roberto Zadik e Davide Romano. Incontro a ingresso libero con piccolo rinfresco

 

L’assessore alla Cultura della Comunità ebraica, davide Romano: cortei e slogan inquietanti

Il 9 dicembre in piazza Cavour è stato scandito il grido «Khaibar, Khaibar, o ebrei, l’armata di Maometto ritornerà!» durante un corteo filopalestinese (LaPresse)Il 9 dicembre in piazza Cavour è stato scandito il grido «Khaibar, Khaibar, o ebrei, l’armata di Maometto ritornerà!» durante un corteo filopalestinese (LaPresse)
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Disertare le celebrazioni per la giornata della Memoria. È il proposito di Davide Romano, assessore alla Cultura della Comunità ebraica milanese. Alla messa a punto di quel calendario lavora da tempo. Ma mentre si avvicina la data centrale degli appuntamenti, il 27 gennaio, cresce la sua determinazione: «Molti la leggeranno come una provocazione. E vuole esserlo. So anche che il rischio è alimentare le polemiche — dice Romano —. Ma mi dicano che senso ha celebrare una giornata in cui si ricorda il passato se non si guarda al presente».

L’eco della deriva presa dalla manifestazione pro Palestina, in un sabato di dicembre nel centro di Milano, non s’è spento. Per otto volte in piazza San Babila, il 9 dicembre scorso, venne scandito in arabo il motto dei jihadisti: «Khaybar, Khaybar, o ebrei, l’armata di Maometto ritornerà». Un fatto già condannato dal sindaco Beppe Sala e oggetto di una denuncia. Anche se non scattato nell’ immediato — è stato necessario tradurre le urla gridate dalla piazza — l’allarme della Comunità ebraica è stato forte. È stato infatti chiesto che agli organizzatori di quel raduno non siano mai più concessi spazi pubblici. Non bastano condanne verbali degli slogan antisemiti.

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Nella sinagoga gioiello sedie e armadi arrivati dai campi di prigionia

 

È il tempio degli scampati alla Shoah e custodisce pezzi di una storia fatta di mille storie. Le foto con i volti sorridenti di giovani donne, le sedie della vecchia sezione milanese del Partito nazionale fascista, l’armadio sacro che arriva dal campo di Ferramonti, i documenti di viaggio appartenenti ai soldati della Brigata ebraica (giovani ebrei definiti dalle autorità inglesi «soldati palestinesi»).

La sinagoga Beth Shlomo, oggi in corso Lodi, fino al 2011 era all’Ottagono in Galleria, ed è tornata quindi in zona Porta Romana, dove a lungo era già stata, cuore della comunità ashkenazita di Milano ed erede a sua volta del tempio aperto nel dopoguerra in via Unione da profughi diretti in gran parte in Israele, dove si andava consolidando l’embrione di uno Stato moderno e presto indipendente. «I soldati ebrei erano inquadrati nell’esercito inglese, in campagnie, con compiti per lo più logistici – ricorda Eugenio Schek, figlio di uno di quei soldati e oggi responsabile del tempio – gli inglesi forse pensavano così di non farli diventare troppo bravi. In realtà la logistica e le infrastrutture divennero presto il centro degli eserciti moderni, e fra quei militari c’era gente come Moshe Dayan, uomini che poi andarono a formare il nucleo di Tzahal, l’esercito israeliano, o anche del Mossad».

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Fund raising 2017 Francese

Chers amis et amies Nous avons besoin de votre aide pour garder vivante une pièce importante de l’hebraisme italien.

Avec cet appel, nous lancons une campagne pour ramasser des fonds qui aideront à la survivance du centre culturel Beth Shlomo de Milan ainsi que de sa Synagogue historique “Sheerit Haplit”. Les survivants sont originaires du camp d’internement de Ferramonti.

 

Sauvons La Synagogue Beth Shlomo

Siege de l’association Amici d’Israele Nationale ADI et du Centre d’Etude Nationale de la Brigade Hebraique

 

25591726_390474644724735_5634387244213037791_nl’Associazione Amici d’Israele augura un felice Natale a amici e simpatizzanti

Nella foto:  il Tempio Bahai, Haifa, Israele. Natale 2017

 

Con questo appello lanciamo una campagna raccolta fondi (fund raising) per continuare a far vivere il centro culturale Beth Shlomo di Milano.

Cari amici e amiche, abbiamo bisogno del vostro aiuto per tenere in vita un importante pezzo dell’Ebraismo Italiano, la storica sinagoga Beth Shlomo Sheerit Haplità, I sopravvissuti. la cui origine fu nel campo di internamento di Ferramonti.

La sinagoga, salita lungo lo stivale con gli eroici combattenti della Brigata Ebraica fino a Milano dove ha trovato sede in Via Unione 5, ex sede della Brigata Fascista Amatore Sciesa, ha ricevuto ultimamente il prestigioso riconoscimento Ambrogino D’oro dalle mani del Sindaco di Milano. Questa storica sinagoga di Milano fu fondata dai sopravvissuti allo Shoah quando nell’immediato dopo guerra la sede provvisoria di via Unione divenne infatti il punto di raccolta per i sopravvissuti nel loro viaggio verso Israele, viaggio allora clandestino ed organizzato dai soldati della Brigata Ebraica. Da allora la sinagoga ha cambiato sede un paio di volte fino a stabilirsi nella sede attuale di Corso Lodi 8/c a Milano, tenendo sempre gli arredi originali di Via Unione, l’Armadio Sacro e i Rotoli originali del campo di internamento di Ferramonti.

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L’assessore alla Cultura della Comunità ebraica Davide Romano preoccupato: “Omicidi e stragi adesso sono opera di fanatici musulmani”

Davide Romano, portavoce della sinagoga Beth Shlomo, il Comune sta introducendo una sorta di «certificato antifascista» per avere spazi pubblici e contributi.

Lei che ne pensa?

«Non credo molto alle etichette, è più importante concentrarsi su chi incita all’odio. Questa cosa andrebbe estesa ai gruppuscoli di sinistra e agli islamisti. Non limitiamoci a chi ci sta antipatico. Non si può essere razzisti coi razzismi, trattiamoli tutti allo stesso modo, interrompiamo tutta la catena dell’odio».

La sinistra che riscopre l’«antifascismo militante» sente davvero il pericolo o lo fa per ragioni elettorali? Lei cosa direbbe a chi ha sfilato a Como?

«Ci sono persone in buona fede – la maggioranza – e coloro che lo fanno per calcolo politico. Chi è stato a Como lo ringrazierei, aggiungendo che è importante manifestare contro il fascismo così come contro ogni totalitarismo, di tutti i colori: anche rosso o verde. Oggi vediamo omicidi e stragi che vengono fatte da bande di fanatici islamisti. Dal punto di vista quantitativo questo è un pericolo ben più presente di quello neofascista».

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INTERVISTE

« Trump ha liberato Gerusalemme dalla fatwa islamica » : Intervista a Bat Ye’or

A seguito della decisione di Donald Trump di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele, L’Informale ha voluto sentire il parere di Bat Ye’or.

Secondo lei qual è la rilevanza politica della decisione di Donald Trump di dichiarare Gerusalemme la capitale di Israele e di spostare l’ambasciata Americana da Tel Aviv a Gerusalemme?

Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello stato di Israele è una vittoria della giustizia contro l’odio virulento che nega al popolo ebraico la sua storia e identità in modo da criminalizzarlo. Il riconoscimento del legame storico del popolo ebraico con Gerusalemme, nella sua semplicità, è simile al riconoscimento dei campi dell’Olocausto da parte delle armate americane: è la constatazione di una realtà la quale espone per contrasto la perversità del suo venire in essere. Trump ha dato un colpo a questa Europa che è stata costruita nel 1973 nel vassallaggio dei petroldollari, nel trionfalismo di un antisionismo antisemita camuffato come “giusta battaglia della causa palestinese”, strumentalizzata da Eurabia, la politica euroaraba, per perpetuare il conflitto fino alla distruzione di Israele rimpiazzato dalla Palestina. Arafat fu sia l’idolo dell’Europa che il suo giocattolo. Oggi è questa Europa, questa Eurabia, con la quale si confronta Trump.

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