Quindicesimo giorno di guerra. Israele dice no alla tregua. Fuga di civili dalla Striscia di Gaza. Il segretario dell’Onu vede Netanyahu.

A Gaza e dintorni non c’è nemmeno un luogo sicuro per i civili. Lo ha detto oggi a Ginevra il portavoce dell’Ufficio delle Nazioni unite per gli affari umanitari (Ocha), Jens Laerke evocando una situazione “devastante, con più di 100mila persone che risultano sfollate in 69 scuole gestite dall’Unwra” (l’ente dell’Onu per i rifugiati palestinesi). Particolarmente preoccupante è la situazione dell’accesso all’acqua: “Stimiamo che 1,2 milioni di persone non abbiano accesso all’acqua o solo in modo limitato.

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Inoltre, abbiamo notizie di inondazioni delle fognature, una minaccia per la salute pubblica”. Ma ovviamente il problema principale sono i bombardamenti e la guerra in corso, con Hamas, da un lato, che continua a lanciare razzi, e Israele che risponde.

Con la riapertura del valico di Rafah sono 2.230 i palestinesi che hanno attraversato il confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto. E da Rafah verso Gaza sono passate 466 tonnellate di aiuti alimentari e 53 tonnellate tra medicine e materiale medico e per l’infanzia, così come molti feriti palestinesi, ricoverati negli ospedali egiziani. “Le autorità egiziane – dichiara una fonte governativa – hanno concordato una serie di regole per organizzare il meccanismo di ingresso delle carovane di aiuti per la Striscia”, pur sottolineando che anche Israele “ha la responsabilità di aprire i valichi e facilitare il passaggio delle persone e l’arrivo dei beni di prima necessità alla popolazione della Striscia di Gaza. Questo – ha concluso – rappresenta un dovere giuridico sulla base del diritto internazionale e degli accordi di Ginevra”.

Intanto si aggrava di giorno in giorno il bilancio delle vittime: 593 quelle palestinesi, 27 soldati e due civili morti per gli israeliani. L’esercito israeliano ha identificato il soldato dichiarato disperso a Gaza: si chiama Oron Shaul, ha 20 anni ed è originario di Poria. Lo scrivono le forze armate su Twitter, aggiungendo: “Stiamo ancora lavorando per identificare il suo corpo”. Con tutta probabilità è lo stesso “Aron Shaul” che Hamas aveva detto di aver rapito due giorni fa. Come riferiscono fonti israeliane, era scomparso domenica dopo uno scontro a fuoco nel quartiere di Shujaiyeh, a Gaza. Le autorità di Tel Aviv non hanno ancora confermato il rapimento. Potrebbe, infatti, essere rimasto ucciso.

Un aereo da combattimento israeliano ha bombardato, senza causare vittime, l’ultimo piano di una torre residenziale nel centro di Gaza, dove si trova la sede di Al-Jazeera e gli uffici dell’agenzia di notizie statunitense Ap.

“Ci hanno detto che è stato un errore, ma che comunque era meglio che non tornassimo ad avvicinarci”, ha raccontato un collaboratore di una delle testate. Nel dare la notizia l’emittente tv ha addossato la responsabilità della sicurezza del proprio personale al ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman. Quest’ultimo ha definito lunedì al Jazira “una colonna portante dell’apparato di propaganda di Hamas” e chiesto che le attività dell’emittente vengano bandite in Israele. Nei giorni scorsi Israele ha anche messo in guardia tutti i corrispondenti stranieri presenti a Gaza sul fatto che rimanere è pericoloso e che non potrà garantirne l’incolumità.

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Soldato israeliano entra in un tunnel di Hamas

La guerra si combatte non solo con i razzi, le bombe e l’artiglieria. C’è anche, come sempre, l’arma dei media, con “verità” veicolate ad arte per suffragare la propria parte. E, stavolta più che mai, si fa un uso massiccio anche dei social network. Da una parte l’Israel Defense Force che su Twitter (@idf) fa la cronaca quasi in diretta della guerra, e spiega l’importanza dei “bombardamenti chirurgici”. Sull’altro fronte rispondono agguerrite le Brigate Ezzedin Al Qassam, braccio armato di Hamas, che denunciano la “barbarie” dei bombardamenti israeliani, mostrando lo strazio dei corpi maciullati. La guerra a colpi di tweet non conosce pause. L’esercito israeliano cerca di colpire l’opinione pubblica mondiale postando varie foto (il Big Ben di Londra, la Torre Eiffel di Parigi) sormontate da razzi che opiovono dal cielo (proprio come avviene in Israele). E una domanda: “Voi cosa fareste?”.

“Avete bisogno di proteggere i vostri civili dai razzi ed io condanno fortemente il lancio di razzi. Ma la vostra riposta militare sta causando molte vittime civili”, ha detto il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon al ministro della difesa israeliano Moshe Yaalon prima di incontrare il premier Netanyahu. “Il popolo di Gaza – ha proseguito Ban – è vittima del brutale regime di Hamas”. E rivolgendosi alle due parti che si combattono senza esclusioni di colpi, ha detto: “Basta combattersi, iniziate a parlarvi. Le operazioni militari non favoriranno la stabilità di Israele”. Ha poi informato Netanyahu e Yaalon dei colloqui da lui avuti con i leader arabi e palestinesi sulla possibilità di una tregua. Il segretario generale ha definito “scioccanti” i missili che continuano a essere sparati dalla Striscia verso Israele, ma ha anche esortato lo Sato ebraico ad esercitare il “massimo contenimento”.

Benyamin Netanyahu ha risposto in questo modo: “Abbiamo usato per molto tempo tutti gli strumenti (per dare una possibilità a Gaza, ndr), abbiamo mostrato la volontà di mantenere le violenze ai livelli minimi, purtroppo Hamas con la sua violenza è contraria alle nostre iniziative”. E ancora: “Non volevamo questa escalation. Abbiamo accettato la proposta egiziana, sostenuta da Lega Araba e dagli Usa. Ma Hamas l’ha respinta. La nostra è un’autodifesa. Faremo – ha aggiunto – quello che dovremo fare per difenderci”.

“Hamas è come l’Isis, al Qaida e Boko Haram. Loro non vogliono una soluzione a due Stati. La loro lagnanza è che noi esistiamo”, ha detto ancora il premier israeliano nella conferenza stampa insieme a Ban Ki-moon.

Dall’Egitto torna a farsi sentire il segretario di Stato John Kerry. “Hamas deve fare una scelta, che avrà un impatto decisivo sulla gente di Gaza”. La scelta è questa: accettare o rifiutare la proposta egiziana per il cessate il fuoco, pienamente appoggiata dagli Stati Uniti. Il cessate il fuoco, però, non può essere abbastanza. Bisogna “affrontare le tematiche incredibilmente complesse alla base della crisi”. Kerry ha poi concluso il suo discorso affermando che “gli Stati Uniti sostengono il diritto di Israele a difendersi”, ma che “abbiamo visto troppo spargimento di sangue da entrambe le parti”.

 

3 Responses to Gaza, Ban Ki-moon: “Smettetela di combattere e tornate a parlarvi”.

  1. Stefano scrive:

    Mi scuso per il refuso: i milioni di dollari sono 4-5.000

  2. Stefano scrive:

    Trattare, fare tregue con hamas, NON porta alla pace, ma alla guerra.
    Gli uomini di hamas sono dei mercenari incaricati dagli sceicchi e dalle monarchie del petrolio di impedire torni la pace, dato che con la pace, non gli riuscirebbe più di tenere in piedi la mobilitazione permanente delle masse arabe, che gli serve da una parte come deterrente contro chiunque a cui venga in mente di andare a prendersi il petrolio a due dollari il barile invece di pagarlo 110, e dall’altra ad impedire che le masse arabe si rendano coscienti che stratosferiche ricchezze (4.5.000 milioni di dollari al giorno) finiscono in pochissime tasche e che alle popolazioni sono lasciate solo le briciole.
    Solo con l’annientamento di Hamas e delle similiari milizie di mercenari, si potrebbe lanciare la scommessa di una pace totale definitiva ed irreversibile entro cinque anni.

  3. veronica scrive:

    Razza di IMBECILLE!!!!!

    Questa guerra c’è proprio perchè finora hanno solo blaterato!!!

    Svegliati e torna in questo mondo!!!

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