Ambasciatore Dror Eydar

Eccoci di nuovo qui, alle soglie del nuovo anno ebraico, a cercare di rinnovarci, di essere mondati dai turbamenti dell’anno trascorso, dalle sue maledizioni, dalle sue malattie, dalle sue frustrazioni.
Eccoci qui, a cercare di essere benedetti e di realizzare nel prossimo anno ciò che non abbiamo fatto in tempo o non siamo riusciti a realizzare nell’anno appena passato.

I nostri maestri insegnano nella Mishnah che ci sono diversi tipi di Rosh Hashanah. Oggi, infatti, il popolo ebraico regola il tempo su almeno due calendari: il calendario generale e il calendario ebraico.
Secondo il computo del tempo universale, abbiamo altri quattro mesi fino alla fine dell’anno.
Sulla base di questo calendario gestiamo principalmente l’anno finanziario e quello materiale. Ma secondo il calendario ebraico, stiamo terminando l’anno associato al nostro ciclo di vita mentale e spirituale.
Nel mondo agricolo, siamo in questo momento nel periodo del raccolto. Il grano che è maturato durante l’estate, viene ora raccolto, provvista essenziale per l’inverno.
Anche nel nostro mondo personale, raccogliamo le nostre azioni, tiriamo le somme sulla nostra vita, su quello che abbiamo passato durante l’anno trascorso.

Rosh Hashanah nella tradizione ebraica è chiamato “Giorno del giudizio”.
La grazia e il perdono arriveranno più tardi, nel Giorno dell’Espiazione, lo Yom Kippur. Ma prima di tutto, prima della grazia, la resa dei conti generale deve essere fatta con giustizia, senza falsificazioni:
“Oggi saranno sottoposte a giudizio, le creature del mondo”, così si afferma nella preghiera di Rosh Hashanah.
La condizione, perché dopo giunga il perdono, è un esame approfondito delle nostre azioni, come in un processo, cioè uno sguardo rigoroso e veritiero sullo stato della nostra vita. Dove abbiamo fatto bene e dove no, dove siamo riusciti e dove abbiamo perso l’occasione.

E poi, è importante che sappiamo perdonare. Perdonare noi stessi, le nostre mancanze, la nostra chiusura mentale; accettare noi stessi con grazia, carità e misericordia.
È importante poi perdonare gli altri per gli errori che hanno commesso nei nostri confronti, a livello personale, o nei nostri confronti come parte della società.
Così è possibile giungere raccolti alla festa di Sukkot, la “Festa delle Capanne”, che è anche la festa del raccolto a fine estate, e stendere una Sukkah di pace su di noi e sulle nostre anime, sulle nostre famiglie e sul nostro popolo, sul nostro mondo e sull’intero universo.

Lo Stato di Israele e l’Italia, assieme al mondo intero, stanno affrontando molti problemi, parallelamente alla lotta quotidiana contro un’epidemia mondiale.
Ci sono stati momenti in cui abbiamo pensato, che presto, sarebbe stato tutto alle nostre spalle, e poi siamo stati sorpresi da un’altra ondata.
Ma non bisogna arrendersi.

Accanto ai problemi e alle cadute, vediamo con stupore l’umanità affrontare coraggiosamente una malattia che prima non conoscevamo; veniamo a conoscenza della potenza dello spirito umano. Mentre siamo in corsa, troviamo soluzioni che, anche se non perfette, danno una speranza.
Auguro al popolo d’Israele e al popolo italiano in generale, e alle comunità ebraiche presenti in questo paese in particolare: un anno buono e dolce, un anno molto più sano, un anno di gioia, un anno fruttuoso; Un anno in cui tutti compiremo buoni progressi, sia a livello personale sia a livello pubblico e nazionale.

Mi piace concludere con la strofa di un noto piyyùt, che il mio compianto padre che era un cantore nella nostra sinagoga cantava la notte di Rosh Hashanah, come in molte comunità ebraiche in Israele e nel mondo.
Il piyyùt è stato scritto nel tredicesimo secolo a Girona, Spagna, dal rabbino cabalista Avraham Hazan:

“La piccola sorella
dispone le sue preghiere,
evoca le sue lodi,
o Signore, guariscila dai suoi mali.

Termini l’anno con le sue maledizioni,
inizi l’anno con le sue benedizioni”.
Amen.

Dror Eydar
Ambasciatore d’Israele in Italia

 

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