2 dicembre 2015
Riccardo Ghezzi

In una lunga intervista rilasciata al giornalista Giampiero Calapa, sul Fatto Quotidiano, l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi si sofferma sul Medio Oriente e gli attuali scenari geopolitici.
Parla del suo rammarico per non essere mai riuscito a contribuire ad un processo di pace e per non poter intervenire per impedire che la capitale del Califfato venga spostata in Libia (“a soli 600 km dalla Sicilia”), critica fermamente l’intervento italiano in Libia (“Non so chi l’abbia voluta perché non ero io al potere. So solo che è incomprensibile e incompreso come l’Italia abbia potuto prendere una decisione di quel tipo.”) e ricorda gustosi aneddoti, ripresi ieri da altri giornali, risalenti ai tempi dell’intervento in Iraq nel 2003 (“Putin si alzò dal tavolo e gridò a Blair: “You are not God” (tu non sei Dio). Vede, la guerra in Iraq spaccò l’Europa, frantumò tutte le alleanze.”).

A metà intervista, il giornalista pone una domanda interessante:

L’Europa esclusa da Israele per i colloqui di pace. Tel Aviv procederà solo con bilaterali con Regno Unito, Francia e Germania. Italia neppure citata. Siamo irrilevanti?

L’ex premier non fa troppi giri di parole:

Israele pensa non sia importante trattare con l’Italia, è più che essere irrilevanti. Nonostante la nostra natura di Paese del Mediterraneo. È un segno di ingratitudine: tra l’altro le nostre forze armate proteggono i loro confini in Libano. Il discorso così filoisraeliano di Renzi a Gerusalemme nel luglio scorso pensavo che sarebbe servito. Il conflitto israelo-palestinese rimane l’origine e la madre di tutti i conflitti, ma finché al governo di Israele ci sarà Netanyahu la pace è impossibile.

“Un segnale di ingratitudine” non considerare l’Italia negli accordi bilaterali per la pace, ciò che per la verità fanno anche Francia e Germania, che a differenza di Israele sono Paesi membri dell’Ue come l’Italia.
Israele, a parere di Prodi, dovrebbe essere grato all’Italia perché “le nostre forze armate proteggono i loro confini in Libano”.
L’ex premier si dimentica però di rispondere alla parte più importante della domanda: “L’Europa esclusa da Israele per i colloqui di pace”. Dovrebbe sapere che questo è il risultato della volontà europea di etichettare i prodotti israeliani provenienti dagli insediamenti, cui l’Italia non si è affatto sottratta. Italiano è il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che ha firmato la lettera dei 15 Paesi che hanno richiesto l’etichettatura, italiana è l’Alto Commissario Ue che l’ha approvata: Federica Mogherini.
Non dipende inoltre da Israele il fatto che l’Italia sia considerato un Paese ormai irrilevante per qualsiasi accordo bilaterale.

Eppure, Israele dovrebbe dire grazie all’Italia. Forse per “Il discorso così filoisraeliano di Renzi a Gerusalemme nel luglio scorso”, che Prodi pensava “che sarebbe servito”. Come se fosse dettato da interesse strategico ed opportunismo più che da reale amicizia e solidarietà.
Insomma, teniamoci buono Israele, raccontiamo un po’ di favolette nei discorsi pubblici, così non ci escludono dagli accordi bilaterali. Forse, però, alle parole dovrebbero seguire i fatti.

A dir poco opinabili, infine, le ultime due considerazioni: “Il conflitto israelo-palestinese rimane l’origine e la madre di tutti i conflitti”, argomentazione spesso e volentieri utilizzata da chi vuole incolpare Israele per i vari focolai di terrorismo in Medio Oriente e per l’esplosione dell’odio islamista nei confronti dell’occidente.
Sfidiamo Prodi a dimostrare che i conflitti e gli attentati di matrice islamista dipendano dalla mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese e quindi, tra le righe, dal mancato riconoscimento dello “Stato palestinese”, opinione che Prodi non ha espresso ma ha pericolosamente lasciato intendere.
E infine: “Finché al governo di Israele ci sarà Netanyahu la pace è impossibile”. Purtroppo per Prodi, ma soprattutto per Israele, la pace non c’è dal 1948. Non c’era con Ben Gurion, con Golda Meir, neppure con Rabin. Non può esserci finché Israele sarà circondato da Paesi nemici che ne vorrebbero la distruzione.
Dare la colpa a Netanyahu, spesso tacciato di “nazismo”, significa incolpare unilateralmente Israele. Come se Hamas e le bugie di Abu Mazen fossero ininfluenti.
La pace ci sarà quando l’esistenza di Israele verrà accettata dai Paesi arabi e islamici. Altrimenti, il colore politico del governo israeliano conterà poco. Netanyahu ed Herzog non si dividono sul concetto di sicurezza e si difenderebbero allo stesso modo da nemici e aggressori: è un loro diritto.

linformale.eu

 

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