Ancora bisogna ringraziare Il Foglio, e Claudio Cerasa, Giuliano Ferrara, Giulio Meotti, tutti quelli che sempre sono in prima linea a difendere Israele, parlando con coraggio (e ce ne vuole di questi tempi), della patologia che ci affligge.

La gravità di ciò che sta accadendo è sotto gli occhi di tutti coloro che hanno occhi per vedere e leggere la realtà. Sono sempre stati una minoranza quelli che sapevano vedere con chiarezza i cosiddetti segni dei tempi, costantemente coperti da cortine fumogene, da schermi di ipocrisia.

Claudio Cerasa nel suo pezzo di oggi lo dice nel modo più evidente, e ieri lo diceva Pier Luigi Battista, riferendosi alle vignette di Charlie Hebdo. Viviamo un’epoca di resa. L’Islam è diventato intangibile. Punto. Su tutte le altre religioni e fedi si può sputare e dire quello che si vuole, ma sul nome Islam c’è scritto, “Alta Tensione” e “No Trespassing. Armed Response”. L’inversione speculare di questa resa è Israele e sono gli ebrei. Di nuovo. Sì, di nuovo.

Israele è il bersaglio preferito di tutti coloro, progressisti in testa, che creano una barriera difensiva nei confronti dei musulmani e di Maometto. Sono quelli che difendono il hijab ma consigliano a un ebreo di non mettersi la kippah in un luogo pubblico, certo è libero di farlo ma se poi gli succede qualcosa, beh ognuno è responsabile della propria libertà…

L’altro giorno un vecchio politico di sinistra ormai fortunatamente fuori gioco, uno che è stato Presidente del Consiglio di questo paese e poi suo Ministro degli Esteri, ha spiegato, in un’intervista al Corriere della Sera, che in Medioriente il problema non è l’Iran, non è Hamas, non è Hezbollah con cui andava a braccetto, non è l’ISIS, ma è Israele. Sì, ha detto così. Ha anche detto che gli Stati Uniti dovrebbero rivedere il loro storico rapporto con lo Stato ebraico. Un simile obbrobrio del pensiero è indicativo di una larga condivisione a sinistra. Anche Adolf Hitler pensava che la questione grande che la Germania e il mondo intero dovevano risolvere fosse quella ebraica. Il tic mentale di Massimo D’Alema è il medesimo, cambia la veste ma, mutatis mutandis, la sostanza è la stessa.

I segni si accumulano, fanno massa, e non si vuole prenderne coscienza. E’ già avvenuto, naturalmente. Sta avvenendo di nuovo. Gli esempi sono tanti. Dopo Charlie Hebdo si vollero occultare i morti ebrei del ipermercato kosher per non dire che vennero uccisi in quanto ebrei e solo per questa ragione. Netanyahu andò a Parigi tra i mugugni di Hollande che preferiva avere al suo fianco Abu Mazen. Altro eloquente segno della nostra capitolazione morale e intellettuale. Andò a Parigi e disse quello che non poteva non dire, che Israele era ed è la casa di tutti gli ebrei. Venne ricoperto di contumelie, anche da molti ebrei orgogliosamente diasporici e orgogliosamente anti-sionisti. Bene. Ma quando la situazione anche per loro iniziarà a diventare scottante (e speriamo davvero di no), sappiano che un posto dove andare lo avranno sempre. “Sepolcri imbiancati”, diceva millenni fa un altro ebreo le cui parole risuonano nei secoli.

La nostra resa è la vittoria dell’intolleranza e del razzismo mascherato da politically correct, il glutine che invischia i pensieri e impedisce alla lingua di esprimere la verità.

Perché è la verità che è in gioco. Niente di meno, niente di più. Va detto senza timore di usare un linguaggio che può sembrare retorico o pomposo.

Senza verità non c’è realtà e soprattutto non può esserci giustizia.

linformale.eu

 

 

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