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A seguito delle polemiche sollevate dalla pubblicazione del libro dello storico Ariel Toaf «Pasque di sangue. Ebrei d’ Europa e omicidi rituali» ero stato incaricato dalla rivista Israeliana Makor Rishon di realizzare un servizio fotografico su Trento, la città dove aveva avuto luogo la vicenda si Simonino, il bambino Cristiano trovato morto nelle acque dell’Adige nel 1745, che aveva contribuito in modo considerevole al crescendo di accuse contro gli Ebrei culminato con ….

A seguito delle polemiche sollevate dalla pubblicazione del libro dello storico Ariel Toaf «Pasque di sangue. Ebrei d' Europa e omicidi rituali» ero stato incaricato dalla rivista Israeliana Makor Rishon di realizzare un servizio fotografico su Trento, la città dove aveva avuto luogo la vicenda si Simonino, il bambino Cristiano trovato morto nelle acque dell’Adige nel 1745, che aveva contribuito in modo considerevole al crescendo di accuse contro gli Ebrei culminato con la Shoah. Le dichiarazioni di Ariel Toaf sul possibile coinvolgimento di alcuni Ebrei Aschenazi in omicidi rituali nel medioevo ed eventualmente anche nel caso di Trento, citate nella recensione del Corriere della Sera del 6 febbraio 2007 a pag. 41, avevano suscitato sconcerto non solo nelle comunità Ebraiche e avevano riportato l’attenzione sul caso considerato ormai risolto dalla revisione del processo. Della morte di Simone erano stati accusati gli Ebrei della comunità locale e 15 di loro erano stati giustiziati. Non servì a salvarli il fatto che durante il processo il legato di Papa Sisto IV si fosse espresso contro l'accusa. Lo stesso papa proibì di onorare Simonino come Beato, ciò nonostante fu venerato come tale fino al 1965 e oltre all'annuale festa in suo onore, ogni dieci anni la salma di Simonino e gli strumenti di tortura erano portati in processione per le vie di Trento. Il percorso di revisione critica da parte della Chiesa a seguito del , portarono il vescovo di Trento Alessandro Maria Gottardi alla soppressione del culto e alla rimozione della salma dalla chiesa di San Pietro. L’abrogazione non suscitò grandi rimostranze presso i fedeli, tranne rare contestazioni. Il ripristino della verità storica e l’assoluzione postuma degli Ebrei portò ad una riconciliazione con la comunità che dopo l'esecuzione delle sentenze capitali e le persecuzioni che seguirono aveva gettato la scomunica su Trento.
Giunsi in una radiosa giornata che preannunciava la Primavera. La signora responsabile dell’Ufficio del Turismo era bene informata. Non aveva ancora letto il libro, perciò non poteva esprimersi al riguardo ma sua opinione era che il caso da sempre controverso era stato chiarito definitivamente dalla revisione del processo voluto dalla Chiesa: la morte del ragazzo era avvenuta per cause accidentali e le confessioni erano state estorte con la tortura. Non c’era motivo di dubitarne ora sugli stessi dati storici. Segnò su una mappa i luoghi teatro della vicenda: il ghetto Tedesco dove viveva anche la comunità Aschenazi, la torre delle torture che sorgeva sull’antico letto del fiume, la chiesa di San Pietro con la cappella votiva, la lapide commemorativa di Simonino e mi raccomandò di osservare la lapide posta in memoria della persecuzione dalle autorità locali in accordo con la comunità Ebraica nel 1992.
Attraversai la via Simonino ed entrai in S. Pietro, dove la cappella del Beato esiste ancora ma è attualmente chiusa per restauri. In via Manci, sopra la vetrina di un negozio di moda, notai il bassorilievo di un fanciullo tra gli angeli. Il cartello comunale spiegava che il palazzo era stato costruito nel 16° secolo nel luogo dove sorgeva l’antica sinagoga e i due medaglioni in pietra soprastanti raffigurano il martirio e la gloria di Simonino. Tra i vicoli di quello che era stato il ghetto Tedesco trovai la lapide in memoria della persecuzione. Cercavo di decifrare il testo in Ebraico quando Elena, una giovane signora in bici, si fermò e mi ringraziò per avegliela fatta notare. Passava spesso di lì disse, ma non l’aveva mai vista. Viveva a Trento da pochi anni, non conosceva la storia e tanto meno la polemica in corso. Alla fine del mio riassunto mi invitò a telefonare al sig. Haim Portugheis, una persona speciale che sicuramente mi avrebbe dato la sua opinione al riguardo.
Sorpreso dall’interessante coincidenza telefonai al sig. Portugheis, che doveva essere uno dei rari, se non l’unico Ebreo abitante nella zona, a seguito della scomunica sulla città da parte del Rabbinato. Non viveva in centro ma in periferia. Non aveva notato la polemica, leggeva solo i titoli delle prime pagine dei giornali. Quella notizia non era in prima pagina, perciò non doveva essere importante. Probabilmente si trattava di pettegolezzi sollevati da qualcuno che voleva farsi pubblicità ma non poteva esprimere giudizi al riguardo poiché non aveva letto il libro. In ogni modo, aggiunse, mentre in Israele tutti i bambini delle elementari conoscono la storia di Simonino, a Trento nessuno la conosce. Gli abitanti facevano il possibile per non ricordare e le autorità evitavano ogni occasione di commemorazione. Ci salutammo con la promessa di risentirci.
Alla deriva per le vie della città trovai la torre delle torture e il castello dove avevano avuto luogo noti concili della prima Cristianità. Attraversai il nuovo corso del fiume e tornai in centro per rivedere i volti dei passanti nel sole. Lasciai la città e le persone avevano aiutato con gentile premura la mia indagine sui crimini di un passato che si trascina fino ad oggi e che segnano il territorio in modo ancora più profondo per via della parziale rimozione che, almeno in questo caso, quel libro ha avuto il merito di riportare alla luce. Risalii sul treno con la speranza che quella triste e imbarazzante vicenda fosse veramente una storia che apprtiene solo al passato.
Il sig. Portugheis mi telefonò qualche giorno dopo per tradurmi l’articolo di un giornale Israeliano apparso su internet: il libro era stato ritirato dalla distribuzione su richiesta dell’autore stesso a causa delle incomprensioni che aveva suscitato nel mondo.

Maurizio Turchet

 

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