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Quando è scoppiata la guerra civile palestinese, i governi europei si sono ritrovati d’accordo nell’individuare la causa: l’esasperazione palestinese, dovuta alla mancata indipendenza e

soprattutto alla povertà causata dal boicottaggio internazionale contro il governo di Hamas. Al contrario: la crisi palestinese è scoppiata nonostante gli ingenti aiuti internazionali.
Israele, che mantiene il controllo delle frontiere e delle dogane, ha sempre ceduto all’Autorità Palestinese la parte del ricavo dei dazi che le spetta. Con quei soldi i Palestinesi riuscivano a coprire i due terzi del loro budget, compreso il pagamento degli stipendi di tutti i funzionari dell’Autorità Palestinese. Tuttavia, dopo la vittoria elettorale di Hamas nel gennaio del 2006, Israele ha sospeso tutti i trasferimenti, provocando all’Autorità Palestinese un mancato ricavo stimato in 800 milioni di dollari. E' da tener presente che Hamas, non solo non riconosce la legittimità di Israele e non ha mai interrotto la sua guerra terroristica contro l’“entità sionista”, ma ha sempre rinnegato gli Accordi di Oslo del 1993 che prevedevano anche la clausola del trasferimento all’Autorità Palestinese di parte del ricavato dei dazi doganali israeliani: per questo Gerusalemme ha deciso di non essere più realista del re e di sospendere tutto. Tuttavia, il blocco israeliano non è stato mai considerato come una decisione irrevocabile: basti pensare ai 100 milioni di dollari trasferiti direttamente ad Abu Mazen lo scorso gennaio. Il governo Olmert ha iniziato da tempo a considerare Abu Mazen come un alleato, da contrapporre a Hamas. Al di là di queste eccezioni fatte dagli Israeliani, gli aiuti provenienti dagli altri Paesi sono stati più che sufficienti a compensare quel che non è arrivato da Israele. Per bypassare Hamas ed evitare polemiche diplomatiche, i finanziamenti arrivavano direttamente all’ufficio di Abu Mazen o venivano incanalati nel Temporary International Mechanism, un organismo proposto dall’Unione Europea e approvato dal Quartetto (Ue, Usa, Russia, Onu) per fornire aiuti umanitari direttamente al popolo palestinese. Questo tipo di sostegno internazionale seguiva una logica impeccabile, se si considera che l’obiettivo finale era la ripresa del processo di pace, accettato sia da Israele che da Abu Mazen. Allo stesso tempo il Temporary International Mechanism sarebbe dovuto servire a sottrarre a Hamas il monopolio dell’assistenzialismo locale, così che il partito islamista non facesse troppi proseliti tra le fasce più povere della popolazione. Tramite questi sistemi, secondo l’ultimo rapporto dell’OCHA (Office for Coordination of Humanitarian Affairs delle Nazioni Unite), i Paesi della Lega Araba hanno donato all’Autorità Palestinese 448 milioni di dollari, l’Unione Europea 219 milioni, la Banca Mondiale 42 milioni. In più si sospetta che la stessa Autorità Palestinese abbia ricavato 180 milioni di dollari con attività di contrabbando. Complessivamente gli aiuti per l’Autorità Nazionale Palestinese, nel 2006 ammontavano a circa 900 milioni di dollari, quasi tre volte tanto i 349 milioni del 2005. La contabilità palestinese è tutt’altro che chiara, nonostante le regole impongano un’opera di rendiconto mensile e trasparente. L’Autorità Palestinese non compila i rapporti sull’utilizzo del suo budget, come sarebbe richiesto, ma lo fa con cadenze quasi annuali. L’ufficio della presidenza di Abu Mazen non fornisce dati esaurienti sui suoi introiti e le sue spese. Non è chiaro quanti siano i funzionari alle dipendenze dell’Autorità Nazionale Palestinese, come e quando vengano pagati. Inoltre il Temporary International Mechanism è letteralmente una burocrazia parallela.
Dopo la presa del potere a Gaza da parte di Hamas, la prima decisione della comunità internazionale è stata quella di levare definitivamente l’embargo e riprendere apertamente gli aiuti all’Autorità Nazionale Palestinese (che ormai, di fatto, governa solo la Cisgiordania). Cosa cambierà? Molto probabilmente… niente: perché è quello che abbiamo fatto sinora e gli esiti di questa politica sono sotto gli occhi di tutti.

[b]Stefano Magni[/b]

 

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