[b]cronache e analisi di Battistini, Olimpio, Santevecchi, Klein Halevi, Frattini, Garibaldi, Caprara, Ferrari

Testata: Corriere della Sera
Data: 06 gennaio 2009
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[b]Sul CORRIERE della SERA di oggi, 06/01/2009, una larga copertura del conflitto. Riprendiamo i servizi più signicativi.

Francesco Battistini – " Gaza, falliscono la Ue e Sarko -sraele: Nessuna tregua "
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GERUSALEMME — «I mediatori sono considerati parziali. Gl'interlocutori sono sordi. Le iniziative, bloccate. Quando i negoziati finiscono su questo binario, c'è solo un binario da prendere: tornarcene tutti a casa a guardare Cnn e Al Jazeera ". La faccia del diplomatico europeo, atterrato di mattina con la troika e già pronto con la borsa verso l'aeroporto, dice quel che i suoi capi non possono annunciare: il lunedì delle speranze è un lunedì nero della diplomazia.

La missione Ue e quella personale di Nicolas Sarkozy, le proposte della Lega araba e il lavoro sotterraneo dell'Egitto: tutto inutile. Bastano poche parole da quella scatola vuota che è la Casa Bianca, «è solo colpa di Hamas», per sabotare fin dalla partenza le prime navette. Basta il sorriso d'acciaio di Tzipi Livni, cordiale e irremovibile, ad alzare un muro che nessuno sa sbrecciare.
L'Unione europea vorrebbe i caschi blu, un contingente panarabo o qualcosa di simile a Gaza? Una mez-z'oretta, l'incontro del ministro degli Esteri israeliano coi tre ministri Ue, e una secca dichiarazione finale: «Non c'è alcuna ragione che giustifichi la presenza d'una forza internazionale ».
Nemmeno Sarko, disegnato dai vignettisti come un prestigiatore che si presenta a Gerusalemme con la sua valigetta d'illusionista, nemmeno a lui riesce d'estrarre il coniglio dal cilindro. Va da Abu Mazen, da Peres, da Olmert, dalla Livni, bussa alle stesse porte dove ha bussato qualche ora prima la troika europea (che comprendeva, pasticcio nel pasticcio, pure il suo ministro degli Esteri, Kouchner), sa che comunque vada nessuno gli rimprovererà un fallimento, e intanto alza polvere. Definendo «irresponsabile e imperdonabile » quell'Hamas con cui dovrebbe dialogare (risposta scontata: «Il mediatore è fazioso»), quindi scaricando sui leader israeliani, «con tutta la franchezza d'un amico», il peso di «violenze che devono cessare ». La missione dell'Eliseo continua nella notte, ma non ci si aspetta granché. Tanto da consentire un sovrano disprezzo alla debolissima delegazione europea, seccata da questo doppione francese: «Colloqui fotocopia? Ma no, se altri hanno successo dove falliamo noi, siamo solo contenti… ».
Il fallimento è di tutti, invece.
Perché il nodo non si scioglie.
Israele vuole tre cose: 1) la fine dei lanci di razzi sulle sue città; 2) lo stop al riarmo delle milizie islamiche; 3) un'eventuale tregua su basi diverse da quelle di sei mesi fa. Hamas chiede l'opposto: 1) alt all'invasione della Striscia; 2) riapertura dei valichi di frontiera; 3) un cessateilfuoco che includa la fine del blocco economico.no dei due accetta nemmeno di sedersi al tavolo: con un'organizzazione terroristica, con l'entità sionista.
Oggi, all'Onu, i Paesi arabi chiedono una risoluzione del Consiglio di sicurezza. Ma i palestinesi di Abu Mazen sembrano i primi a non volerla: il presidente dell'Autorità, che esclude di voler tornare al potere nella Striscia, non è nemmeno andato a New York. E comunque l'ambasciatore americano al Palazzo di vetro ha già l'ordine di bloccare la bozza: finché c'è Bush al timone — ieri ha ribadito che «invece d'occuparsi della sua gente, Hamas s'ostina a lanciare razzi» —, a Israele non sarà imposto alcuno stop. Tanto pantano diplomatico sta già affossando relazioni, trattative, amicizie: il premier turco Erdogan, che da mesi media il dialogo fra Israele e Siria, ora accusa duro Olmert; la Mauritania, uno dei tre soli Paesi arabi (con Egitto e Giordania) che riconosca Israele, richiama in patria l'ambasciatore.
L'Egitto, a proposito. Una delegazione di Hamas, la prima da quando c'è la guerra, è arrivata al Cairo. Ma anche qui, ci si attende poco. Il movimento islamico aveva boicottato un mese fa i colloqui col Fatah e ora, invece d'un leader come Khaled Meshaal, manda due sconosciuti emissari. Il motivo è che Mubarak è considerato un traditore («sapeva dell'attacco e non ci ha detto nulla»), gli egiziani non sono mai stati amati dalla gente di Gaza («è dal '48 che ci negano ospitalità, passaporto, lavoro ») e soprattutto, al Cairo, non è mai piaciuta l'idea di confinare con un regime islamico sostenuto da Iran e Siria.
È un problema, l'assenza di veri mediatori. Troppo debole l'ultimo arrivato, il ceco Schwarzenberg, azzoppato da una mezza gaffe del suo premier che per giustificare l'attacco di terra s'è inventato il concetto d'«offensiva difensiva». Troppo assente Tony Blair, l'inviato storico di Onu, Usa, Ue, Russia. Sta a Gerusalemme da 18 mesi, con una delegazione faraonica che occupa un intero e costoso piano d'albergo. Non è mai andato un giorno a Gaza. E a Capodanno, quando la crisi era scoppiata da cinque giorni, nessuno l'ha trovato: stava in vacanza.

[b]Guido Olimpio – " Spie dal campo e robot dal cielo "[/b]

Premesso che i conti di una guerra si fanno alla fine, Israele è soddisfatto di come ha funzionato la propria intelligence nella prima fase del conflitto. Una missione resa possibile da due fattori. Le spie sul campo, uomini e donne in carne e ossa. La tecnologia dal cielo, robot volanti e apparati elettronici. Gaza, per decenni, è stato come un cortile di casa per gli israeliani. Hanno infiltrato agenti dai tratti somatici arabi. Hanno comprato informazioni garantendo permessi di lavoro o fornendo medicine per un parente malato. Hanno ottenuto dritte dai trafficanti che affittavano i loro tunnel ai miliziani. Hanno sfruttato i timori del Mukhabarat egiziano che, inquieto per certe attività di Hamas, ha passato qualche dossier. Fonti diverse che hanno permesso di mettere insieme la prima parte del puzzle e di costruire una Gaza su scala ridotta (vicoli, moschee…) in una base nel deserto. La seconda l'hanno composta con i velivoli spia senza pilota e la componente elettronica. Fotografie, immagini sofisticate, intercettazioni. Dati poi incrociati con quelli dell'uomo sul campo. È lui a dover spesso dire se in un casa di Jabalya vivono solo dei civili inermi o si nasconde un deposito d'armi. È ancora lui a segnalare se lo scavo in un campo è stato fatto da un contadino o invece da un finto agricoltore impegnato a preparare la piazzola per un Kassam. Quando ci si affida solo agli occhi artificiali si rischia l'errore: pensano che la telecamera abbia inquadrato un camion di razzi e invece porta dei tubi. Credono di tirare su dei guerriglieri e invece sterminano una famiglia. I missili saranno pure precisi ma se tiri sulle casupole gli esiti possono essere fatali. E non è detto che una buona intelligence basti ad evitarli.
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Guido Santevecchi – " Brown il sincero : Blair ? E' ancora in vacanza "[/b]

LONDRA — Domanda a Gordon Brown: «Ha parlato con Tony Blair nel suo ruolo di inviato di pace per il Medio Oriente?». Risposta: «Tony è in vacanza al momento. Ha diffuso una dichiarazione e il suo lavoro è molto importante per quello che stiamo facendo».
Non proprio rassicurante apprendere dal primo ministro britannico che il suo predecessore, diventato rappresentante del Quartetto Usa-Russia-Europa-Onu sul teatro arabo-israeliano, ha passato gli ultimi giorni on holiday, mentre su Gaza cadevano bombe israeliane e sulle città ebraiche piovevano i razzi di Hamas. L'intervista, pubblicata domenica dall'Observer, era stata registrata giovedì e ha suscitato polemiche.
«La gente ha diritto di chiedersi dov'è finito Blair, fino ad ora si è fatto notare solo per la sua assenza», ha sentenziato il leader liberaldemocratico Nick Clegg. In realtà, con scelta di tempo quasi sospetta, Mr Blair sabato è comparso inTerra Santa e nel giro di poche ore è riuscito a incontrare a Tel Aviv il capo del governo israeliano Ehud Olmert, poi la signora Tzipi Livni a Gerusalemme, di nuovo a Tel Aviv per il ministro della Difesa Ehud Barak e infine a Ramallah con il presidente palestinese Abbas. Ha avuto tempo anche per parlare al telefono con re Abdallah di Giordania. E per dire alla Bbc:
«Vogliamo un cessate il fuoco immediato ». Resta il fatto che l'attivismo a scoppio ritardato ha fatto seguito a un Natale e poi a un Capodanno on holiday, come ha detto l'amico Gordon.
I collaboratori di Blair assicurano che il mediatore non è andato a prendere il sole in località esotiche come amava fare ad ogni festa comandata quando era primo ministro: «È stato a casa in famiglia e ha lavorato dietro le quinte senza soste fin dal primo giorno della nuova crisi ». L'ultimo avvistamento pubblico prima del tour de force di sabato 3 gennaio tra Gerusalemme e Ramallah era stato il 20 dicembre, a Sloane Street. Invece che a «lavorare dietro le quinte» i cronisti mondani londinesi lo avevano rintracciato dietro le vetrate della boutique di Armani, invitato per un'anteprima a porte chiuse dei saldi. E a quanto pare Blair ha sostenuto i consumi spendendo «alcune migliaia di sterline in pantaloni casual e giacche della collezione Black Label».
Anche lo shopping del mediatore di pace ha creato polemiche: «A Gerusalemme, con i soldi del contribuente britannico, Blair ha a sua disposizione un piano dell'American Colony e invece lui che fa? Passa le feste a casa e si dedica ai saldi», ha scritto il potente e perennemente indignato
Daily Mail. Il portavoce di Blair ha precisato: «Comunque il negozio non è stato chiuso al pubblico per favorire Blair. Ha aperto un'ora prima per lui: c'è una differenza, nessun membro del pubblico ha subito contrattempi». Commento di suprema diplomazia. Resta da vedere se al mediatore si attagli più il titolo di Tony d'Arabia o di Blair d'Armani.

[b]Yossi Klein Halevi – " Mio figlio al fronte. Ora capisco tutto "[/b]

GERUSALEMME — «Ho appena sentito che la base di Gavriel è stata bombardata», mi ha detto mia moglie, Sarah, martedì scorso, riferendosi a nostro figlio diciannovenne, arruolato in un reparto corazzato dell'esercito israeliano, in attesa dell'ordine di varcare il confine di Gaza. Ha poi aggiunto, con tono di voce volutamente calmo, «Un soldato è stato ucciso ». Abbiamo inviato un messaggio a Gavriel, che ha richiamato in cinque minuti, sano e salvo.
Per giorni abbiamo atteso la decisione del governo: ci sarà un'offensiva terrestre o un nuovo cessate il fuoco? I politici hanno cominciato i loro battibecchi mentre i nostri soldati aspettavano al confine, nella pioggia e nel fango. Sono pronto a tutto, ma non a questo, ho detto a Sarah. Non un'altra guerra del Libano che, come Gaza, era iniziata con una spettacolare dimostrazione della potenza aeronautica israeliana, per terminare con il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che annunciava la fine imminente della «nazione sionista». Se non vinciamo stavolta, se non sferriamo un colpo decisivo — poco importa se riusciremo ad annientare del tutto Hamas — il nostro deterrente verrà indebolito, incoraggiando nuovi lanci di missili e rinfocolando il movimento jihadista. E poi mi sono fermato di soprassalto: come posso augurarmi un esito militare che significa spedire in battaglia mio figlio? Questa è la mia prima esperienza come padre di un soldato e oggi, dopo 26 anni di vita in Israele, capisco finalmente la tremenda responsabilità che comporta l'essere cittadino di questo Paese. Pensavo di aver acquisito il diritto di cittadinanza quando fui chiamato alle armi nel '89, recente immigrato trentaquattrenne. Ma forse solo ora sono israeliano a pieno titolo. Il sionismo prometteva di conferire agli ebrei la responsabilità per il loro destino e il prezzo è essere pronti a compiere l'estremo sacrificio per i propri ideali.
Conosco Gaza da un precedente conflitto. Durante la prima Intifada, negli ultimi anni '80, quando i palestinesi si ribellarono all'occupazione, facevo parte di un'unità di riservisti che pattugliava i campi profughi di Gaza. Là ho imparato che non esiste un'occupazione benevola (…). Il nostro contingente non solo arrestava i sospettati di terrorismo, ma trascinava la gente giù dai letti nel cuore della notte per costringerla a coprire di vernice le scritte anti-israeliane e rastrellava persone innocenti, dopo un lancio di granate, giusto per «far sentire la nostra presenza», in termini militari. La notte, nella nostra tenda, ci chiedevamo per quale motivo noi soldati eravamo stati trasformati in poliziotti di una popolazione civile ostile che voleva scacciarci dalla sua terra, e che noi non volevamo assolutamente assorbire nella nostra società. Mio figlio è davanti a Gaza, ben consapevole che quel territorio sta vivendo una tragedia inflitta dai suoi governanti. Cresciuto a Gerusalemme durante gli attentati suicidi, Gavriel ha già conosciuto il pericolo, l'intimità con la morte. Un tredicenne di sua conoscenza è stato massacrato a sassate, il suo corpo sfigurato a tal punto da consentire l'identificazione solo grazie al Dna. (…) Se questi giovani si sono arruolati volontari nelle unità di combattimento forse è perché oggi la generazione cresciuta in mezzo agli attentati suicidi è finalmente in grado di impugnare le armi. Persino ora, soprattutto ora, sento che la nostra famiglia ha il privilegio di entrare nella storia di Israele. Gavriel, nipote di un sopravvissuto all'Olocausto, fa parte di un esercito che difende il popolo ebraico nella sua terra. È in un momento come questo che riscopriamo i nostri antichi ideali e ne assaporiamo la rinnovata vitalità. E questo pensiero ci conforta, mentre insieme a Sarah aspetto il prossimo sms.

[b]Davide Frattini – " La battaglia nel cuore della città, scontri tra esercito e miliziani "[/b]

EREZ — Il volto è nascosto da una maschera rossa. Alle spalle la mappa d'Israele è segnata di cerchi: le aree già colpite da Hamas con i razzi e i prossimi obiettivi. «Non ci fermeremo » proclama Abu Obeida, portavoce delle milizie palestinesi, dal canale satellitare
Al Aqsa. Sugli schermi dall'altra parte del confine, la mappa è quella di Gaza. I carri armati digitali si muovono, entrano da diversi punti, accerchiano il centro, raggiungono la costa.
La guerra corre più veloce della televisione. I tank sono già alla periferia di quella che è la capitale della Striscia. Tre palazzi di sei piani sono stati occupati dalle truppe di Tsahal, i cellulari delle famiglie che ci abitano requisiti. Non che ci sia bisogno di avvertire i soldati fondamentalisti. Era quello che aspettavano, portare i combattimenti nelle aree più popolate, evitare il campo aperto. «Hanno cercato di attirarci fuori — racconta uno dei comandanti — non siamo caduti nella trappola ». La battaglia è in città, sono gli scontri più duri. Cento miliziani sarebbero stati uccisi e altrettanti arrestati, secondo la televisione israeliana. Almeno tre soldati israeliani uccisi e 30 feriti, secondo le tv arabe, Al Jazeera e Al Arabiya.
Lo stato maggiore israeliano procede con i piani dell'operazione Piombo Fuso. Avanzare, mai restare fermi in un punto. «Sono le lezioni imparate dalla guerra in Libano — spiega l'analista Alex Fischman sul quotidiano Yedioth Ahronoth —. I generali non vogliono commettere l'errore di lasciare le truppe a fare da bersaglio in un villaggio conquistato ». Avanzare. Lo proclama anche Ehud Barak, il ministro della Difesa: «Hamas ha subito un colpo durissimo, non abbiamo ancora raggiunto tutti gli obiettivi e distrutto le sue forze militari. L'offensiva continua». Dal nascondiglio, gli risponde Mahmoud Zahar, tra i leader più oltranzisti del movimento palestinese: «I sionisti hanno legittimato l'uccisione dei loro bambini, uccidendo i nostri. Non ci arrenderemo mai, nella battaglia siamo stati superiori. Il problema non sono i nostri razzi, ma l'embargo contro di noi».
Gli ospedali della Striscia si sono svuotati di miliziani e riempiti di feriti. «I soldati di Hamas se ne sono andati» scrive Taghreed El-Khodary, la giornalista del New York Times
che vive a Gaza. «Durante i raid aerei si erano nascosti qui, adesso sono in strada a combattere. In corsia, le scene sono orrende. Ho visto una madre ritrovare metà del corpo della figlia». I medici raccontano di aver dovuto amputare nella maggior parte dei casi, non ci sono le medicine per curare le ferite. Un colpo di artiglieria ha centrato un obitorio e ha ammazzato tre parenti di un infermiere ucciso domenica. Erano lì per piangerlo.
Dall'inizio dell'offensiva i morti sono almeno 560: 50 solo ieri, tra loro 12 bambini, secondo fonti palestinesi. I portavoce del governo israeliano ripetono che non c'è crisi umanitaria, sono stati fatti passare altri 80 camion con gli aiuti. «Manca tutto: apparecchiature, anestesia, ferri chirurgici» denuncia Mads Gilbert, un medico norvegese, che ha avuto il permesso di entrare la settimana scorsa. Il cielo sopra Gaza è rimasto sereno per tutto il giorno. Le nuvole bianche sono quelle che si alzano, quando un obice colpisce. L'aviazione ha aspettato il buio per ricominciare i raid, bombardamenti contro i tunnel a Rafah, sul confine con l'Egitto, per impedire ad Hamas di rifornire gli arsenali. L'esercito israeliano — accusa il quotidiano britannico
The Times — starebbe sparando proiettili al fosforo bianco, vietati nelle zone popolate dalla convenzione di Ginevra, per proteggere con una cortina fumogena l'avanzata dei fanti. «Stiamo usando solo munizioni consentite dal diritto internazionale» ha replicato un portavoce delle forze armate.
Le truppe hanno preso il controllo delle aree da dove vengono lanciati i Qassam, nella parte nord della Striscia. I missili adesso partono dal cuore della città di Gaza. Sono i Grad di fabbricazione iraniana, con una gittata più lunga. Hanno bersagliato Ashdod, dove è stato colpito un asilo che in quel momento era vuoto, e ancora una volta Beersheva, a una quarantina di chilometri.
Il governo israeliano ha richiamato migliaia di riservisti. Anche celebrità come lo storico militare Michael Oren, che pattuglia in divisa il confine. «Sono stato avvertito nella notte da un sms — racconta sulla rivista New Republic — e sono arrivato qui in taxi. Sono finiti i tempi dei bus collettivi. L'esercito mi ha chiesto di fare da portavoce della campagna ». La mobilitazione generale è un messaggio per Hezbollah. Amos Yadlin, capo dell'intelligence militare, avverte che il movimento sciita potrebbe approfittare dell'impegno sul fronte sud per attaccare dal Libano. «Abbiamo gli occhi anche su quel confine e siamo pronti a qualunque sorpresa» ha detto Barak. Parlava alla radio di Tel Aviv, voleva farsi sentire a Beirut.
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Francesco Battistini – " Israele discute già l'exit strategy, ma prima distruggere i kassam "[/b]

GERUSALEMME — In questi giorni, Benny Morris ha chiesto ai suoi amici di non chiamarlo troppo. Deve lasciare i telefoni liberi. «Sono preoccupato, chiaro». Uno dei suoi figli è fra i diecimila riservisti richiamati alle armi. Oggi alle 10, il professor Morris doveva tenere una lezione agli studenti dell'università Ben Gurion di Beersheva, ma cadono i Qassam, da quelle parti, e i corsi sono sospesi. Al capofila dei «nuovi storici» israeliani, in fondo, l'imprevisto non dà troppo fastidio: primo, perché «così sto a casa, aspetto la chiamata » (spiega: «Non credo che mio figlio sia dentro la Striscia. Siamo gli ultimi a sapere queste cose, noi genitori, ma se può telefonarmi significa che non sta in una zona d'operazioni delicate»); poi, perché anche lui è stracerto: «Israele non aveva altra scelta che cominciare questa miniguerra».
L'ha cominciata. E se sarà mini, la finirà presto. Ma quando? E come? E qual è la deadline
che il governo israeliano s'è posto? Gli esperti militari concordano: i 34 giorni della campagna Libano- 2 furono sicuramente troppi, quasi tre volte quel che servì agli americani per pigliare Bagdad. Ma anche questi dieci giorni di combattimenti, e Tzipi Livni che ripete «sarà lunga », impensieriscono.
«Non si vede ancora un risultato» si preoccupa l'editorialista Alex Fishman su Yedioth Ahronoth. «Israele non vuole governare Gaza, ma nemmeno gli altri lo vogliono — si chiede l'opinionista Nahum Barnea —: qualcuno dovrà pure fare qualcosa». E va bene «ricostruire dopo il Libano l'ego ferito dell'esercito» ironizza Kobi Niv, altro columnist: ma quand'è che la politica toglierà la parola ai militari? Per Benny Morris, il problema non è qui: «C'è un'interazione fra scelte militari e scelte politiche. Non si può pensare che una deadline sia fissata da una parte e non dall'altra, perché in Israele c'è sempre stato un tempo per la guerra e uno per la politica. In questo momento, la sicurezza ha la precedenza su tutto: finché l'ultimo razzo Qassam non sarà distrutto, nessun politico potrà dire "adesso basta". L'occupazione militare, l'uccisione dei capi militari finora non producono il risultato sperato: per questo si va avanti ed è inutile chiedere "quando si fermeranno?". La comunità internazionale vuole che l'operazione finisca e lo chiede ai nostri governanti. Ma è una richiesta inutile: finché gli Stati Uniti sostengono le scelte israeliane, non penso che la comunità internazionale possa fare qualcosa».
Trasformare una superiorità militare in un risultato politico, però, è inevitabile. E se
Il leader del Likud Benjamin Netanyahu
«l'obiettivo fondamentale resta riportare la sicurezza al sud» (Ehud Barak, ministro della Difesa), gli obiettivi si cambiano anche guerra facendo. In Libano, si volevano colpire Hezbollah e le sue postazioni missilistiche (e fu un fallimento). Ma qui? Per la prima volta, esce qualcosa che non sia solo un'opzione mi-litare: il governo israeliano ha pronto un progetto, studiato da una società americana, sostenuto da Washington e dalla Germania, per la costruzione d'una barriera di 14 chilometri che tamponi il traffico d'armi al valico di Rafah (confine con l'Egitto) e stia sotto la supervisione d'una forza internazionale araba. «Non credo si possa fare — è scettico Morris —. La Livni si sforza di non dire agli egiziani che non ci si fida dei loro controlli, ma è un dato di fatto che di lì passa tutto. L'Egitto è una vittima di Hamas, come Israele. Però non può accettare una simile diminuzione di sovranità ».
Qualcosa bisognerà pur inventarsi. Fra un mese si vota e il vecchio Rafi Eitan, l'uomo che catturò il nazista Eichmann, oggi ministro di Olmert, fiuta l'aria e lo propone: non si può fare campagna elettorale a guerra in corso, meglio rinviare le elezioni d'altre sei settimane. Barak e la Livni, drogati di consensi per l'attacco militare, naturalmente s'oppongono. Ma il 40% degli israeliani, dice un sondaggio, è con Eitan: perché mettere fretta ai soldati e chiudere entro il 10 febbraio? «Mi sembra un falso problema — dice Morris —. Il 10 febbraio non è una scadenza importante, ai fini della crisi. Conta di più il 20 gennaio, l'insediamento di Obama. Israele è abituato a ragionare sulle scadenze americane. E anche a votare col fucile a tracolla: nel 1969, quando fu rieletta Golda Meir, le urne aprirono in piena Guerra d'attrito con l'Egitto. Le difficoltà erano molto maggiori, le perdite più sanguinose».
Nell'impasse diplomatica, così, Israele può permettersi di chiudere la porta ai mediatori europei: «Perché l'Europa ha mantenuto a lungo una posizione ambigua, sempre a metà strada. Non puoi proporti come mediatore, quando non sai nemmeno tu che cosa vuoi». Quando s'è capito che la Livni aveva detto no alla troika e alla sua proposta di tregua, la Borsa di Tel Aviv è schizzata: più 7 per cento. È l'economia di guerra, che viene (pure quella) prima della politica.

[b]Andrea Garibaldi – " Martino e il Frattini , duello in casa PdL "[/b]

ROMA — Frattini è «un fifone»? Il ministro degli Esteri è «attanagliato dal terrore di sembrare troppo aggressivo con i palestinesi»? Le accuse brucianti sono confezionate in casa, dall' ex ministro della Difesa di Berlusconi, Antonio Martino, fondatore di Forza Italia. Martino ha dato un'intervista a La Stampa, probabilmente irritato per l'appello di Frattini a Israele affinché preservi i civili palestinesi. Poi, Frattini ha rivelato che Martino si era scusato per le sue parole mal interpretate. Ma La Stampa ha confermato tutto. Nessun chiarimento da Martino in persona.
«Conoscendo i due, direi che ci sono fatti personali…», dice un altro fondatore del partito azzurro, poi uscito 12 anni fa, il generale Luigi Caligaris. Il quale, con senso antico della disciplina, aggiunge: «Un ex non dovrebbe attaccare un ministro in carica».
Gelosie di un uomo rimasto fuori dai posti chiave? Può essere. Vittorio Sgarbi offre una lettura spregiudicata: «Martino è più colto e preparato di Frattini. Aveva delle idee anche prima che Berlusconi entrasse in politica, Frattini invece è una creatura di Berlusconi». Quindi? «Quindi Frattini si rispecchia in Berlusconi, che è un ircocervo». Cioè? «Una creatura mista. Un po' filo-israeliano, per vocazione. Un po' Craxi e un po' Andreotti, che furono filo-arabi considerando anche la posizione geografica dell'Italia. E un po' il cantante melodico Apicella, con il cuore grande». Così, Frattini… «Frattini, che non ha un pensiero autonomo, è per Israele, ma poi vede un bambino morto e si commuove. Lo capisco, tra l'altro è in sintonia con la maggioranza degli italiani: un paese cristiano non può pensare che uccidere migliaia di persone sia la soluzione. Siamo in mezzo al Mediterraneo, manteniamo una posizione ambigua: amici degli arabi, dei palestinesi e degli israeliani. Martino, al contrario, è laico, liberale, razionale. Capace anche di criticare Berlusconi».
Se anche si interrogano strenui difensori di Israele e dei suoi diritti, non si ottengono sconfessioni del ministro in carica. Yasha Reibman, storico portavoce della comunità ebraica milanese, dice che sia Martino che Frattini «sono amici della comunità» e che si sente «equidistante tra loro». Un solo consiglio per Frattini e i colleghi europei: «Spostino le ambasciate da Tel Aviv a Gerusalemme e accolgano Israele nella Comunità europea». La scrittrice e giornalista Fiamma Nirenstein: «Frattini pauroso? E' l'unico ad aver avuto il coraggio, fin dall'inizio di dire che Hamas è il problema, non la soluzione. Ad Hamas va tolta la capacità di lanciare missili. Una tregua ha senso soltanto se sarà Hamas a chiederla». Insomma, per Nirenstein «l'attuale governo italiano è molto filo-israeliano, ha una posizione moralmente e diplomaticamente sensata». E l'appello per risparmiare i civili? «Hamas usa i civili come scudi umani».
Giuliano Urbani, anche lui ex ministro, anche lui fondatore di Forza Italia, si dichiara «talmente filo-israeliano, da non avere alcuna incertezza di giudizio sul conflitto». Tuttavia, «la posizione del governo italiano non ha alternative: occorre lavorare per la pace». E il generale Caligaris, grande esperto delle crisi mediorientali? Dice: «Martino stavolta mi sembra sopra le righe soprattutto quando sostiene che Hamas sta attaccando tutto l'Occidente e che noi dovremmo difenderci come Israele». E Frattini che si preoccupa dei civili palestinesi? «Una cosa un po' romantica… Le vittime civili sono sempre state più di quelle militari in quasi ogni guerra. Sono appelli doverosi…».
In questa vicenda è stata inaugurata la smentita per interposta persona. Dato che è Frattini a raccontare: «Ho ricevuto una telefonata di Martino dispiaciuto e indignato per come le sue parole sono state interpretate. E mi ha autorizzato a dire questo in pubblico ». Da Martino niente, nemmeno una sillaba, almeno per spiegare quali parti della lunga intervista sarebbero state travisate.
La Stampa, invece, conferma integralmente il testo.

[b]Maurizio Caprara – " Il Colle: subito una tregua. E critica il ruolo di Hamas "[/b]

ROMA — Con più discrezione rispetto ad altri partner
europei, l'Italia ha mantenuto contatti in queste ore di battaglia a Gaza con palestinesi e israeliani. Il presidente palestinese Abu Mazen, a Ramallah, ha dedicato ieri 55 minuti all'inviato della Farnesina, Cesare Ragaglini, ricevuto dopo Tony Blair e prima della delegazione europea e di Nicolas Sarkozy. L'offensiva israeliana è parsa ancora lontana dalla conclusione, comunque il diplomatico ha sottoposto sia ad Abu Mazen sia al consigliere politico del ministro della Difesa dello Stato ebraico Ehud Barack, Amos Gilad, sia ai direttori generali del ministero degli Esteri competenti su affari politici ed Europa alcune idee del governo Berlusconi per quando un cessate il fuoco verrà raggiunto. Più idee, non una sola, naturalmente, perché diversi sono gli scenari possibili a seconda di quanto resterà forte Hamas a combattimenti finiti.
Nella condizione di incertezza data, dunque, i tentativi non mancano. Giorgio Napolitano si è augurato che con la missione europea e quella del suo collega francese Sarkozy si riesca a «trovare un filo per realizzare una tregua, una sospensione delle ostilità per riaprire una prospettiva di pace». Il capo dello Stato, parlando con i giornalisti a Napoli, è andato alla sostanza: «Non mi pare che ci siano grandi divergenze tra i partiti italiani. Ho visto che c'è una sollecitazione perché il governo faccia di più… Mi pare che si tratta di trovare un punto di incontro tra il diritto di Israele alla sicurezza e quello dei palestinesi al loro stato indipendente. E mi pare che sia un punto su cui concordano tutte le forze politiche italiane».
Il presidente della Repubblica non ha tenuto in ombra un problema: «La situazione di Gaza è caratterizzata da una presenza come quella di Hamas, che ha segnato la spaccatura del mondo palestinese… L'ho constatato quando sono andato lì (Israele e Territori, ndr) poco più di un mese fa, è un elemento di complicazione di una crisi già pesante». Osservazione apprezzata nel Pdl da Fabrizio Cicchitto.
Divergenze però in Italia rimangono. A cominciare da quelle tra l'ex ministro degli Esteri (Pd) Massimo D'Alema, il quale a Matrix ha sostenuto che «l'unica alternativa a questa tragedia è che si negozi una tregua con Hamas che sta lì perché è stata votata dai palestinesi», e il ministro in carica (Pdl) Franco Frattini, secondo il quale «non possiamo trattare con Hamas, è un'organizzazione terroristica». L'ultima è tuttora la posizione dell'Unione europea.
Silvio Berlusconi ha parlato di Gaza al telefono con i colleghi Mirek Topolanek, ceco di turno alla presidenza dell'Ue, e Recep Tayyip Erdogan, turco. Frattini con la pari grado greca Dora Bakyannis e Miguel Moratinos, spagnolo. Su Skytg24, il titolare della Farnesina ha confermato che una delle ipotesi, se ci saranno cessate il fuoco e sì di Israele e Abu Mazen, è «cambiare il mandato alla missione Ue del valico di Rafah » tra Egitto e Gaza ed estenderlo come «forza di pace ».
Domani il ministro riferirà sul Medio Oriente alla commissione Esteri della Camera. Frattini ha annunciato che andrà nei Territori «quando le condizioni saranno mature». La Farnesina ha informato di aver saputo dall'ambasciatore d'Israele Gideon Meir che ieri era in programma l'arrivo di «73 autotreni di generi alimentari e medicinali» a Gaza. Notizia che difficilmente cambierà il giudizio di D'Alema sul ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni: «La stimo, ma quando dice che non c'è un'emergenza umanitaria dice una cosa molto grave».

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Antonio Ferrari – " L'impresa impossibile di Abu Mazen "[/b]

Mentre Gaza brucia, l'occhio registra quattro immagini stridenti: le sofferenze della popolazione palestinese, prigioniera degli islamisti più fanatici e martellata dai bombardamenti israeliani; le timide offerte di dialogo proposte dai meno ostinati della dirigenza di Hamas; la spavalda follia degli integralisti più duri, che invitano a combattere fino alla «vittoria conclusiva»; il dramma umano del presidente Abu Mazen, che lotta per la propria sopravvivenza, per ora soltanto politica.
Abituato a tessere impossibili compromessi, il leader che più di una volta aveva pensato alle dimissioni, è di fronte alla prova più ardua della sua vita: deve difendere il proprio ruolo, perché sa bene che senza di lui vi sarebbe il caos che tutto il mondo teme; deve separare il severo giudizio su Hamas, che continua a rivoltarsi violentemente contro i laici del Fatah, dal dramma dei civili palestinesi che vivono a Gaza in un'emergenza sempre più grave; deve ottenere un sostegno più incisivo dalla comunità internazionale, nella speranza di ottenere un cessate il fuoco. E alla fine sperare che una ritrovata normalità, all'uscita del tunnel, possa consentire di rimettere assieme i cocci del processo di pace.
Un'impresa da far tremare i polsi del vecchio leader, che in pochi giorni si gioca tutto. Dopo l'incontro con il presidente francese Sarkozy, in missione nei Paesi mediorientali coinvolti nella crisi (Sharm el Sheikh per incontrare Mubarak, Ramallah, Gerusalemme, e poi Damasco e Beirut), volerà negli Stati Uniti per parlare all'Onu e congedarsi mestamente da George W. Bush, che avrebbe voluto concludere il suo secondo mandato con la nascita di uno Stato palestinese che viva in pace accanto ad Israele. Sogno irrealizzato, anzi frantumato da una situazione sul terreno sempre più grave. Supporre che Israele vinca in fretta la guerra, elimini le batterie di razzi e missili di Hamas, e riconsegni la Striscia «bonificata» all'Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen è illusorio. Il presidente dell'Anp non potrebbe accettarlo, almeno in tempi brevi, perché se accettasse verrebbe percepito dalla sua gente come chi ha ottenuto un regalo da Israele, dando fiato alle accuse di complicità. Già si alzano le voci degli editorialisti intransigenti, cone Khaled Saghieyeh, che sul giornale di opposizione libanese Al-Akhbar scrive che a volte, «come in questo caso, gli interessi di Israele e di alcuni regimi arabi coincidono ». Accusa rivolta non soltanto ad Abu Mazen, ma anche al presidente egiziano Hosni Mubarak.
Ora, contare su un vigoroso sostegno della Lega araba, ammesso che ci sia mai stato, è fuori discussione. Nonostante gli sforzi del suo segretario, il combattivo e insieme ragionevole Amr Moussa, non vi sono neppure le condizioni per convocare un vertice. Perché c'è chi è pronto a mettere sotto accusa proprio il Cairo, che per anni si è battuto, ostinatamente, per trovare un compromesso fra le varie fazioni palestinesi. Eppure, proprio al Cairo erano nate le speranze di riconciliazione; sempre al Cairo si era arrivati alla rottura, voluta da Hamas, che ha fatalmente rotto la tregua; e ora al Cairo si ricomincia, nella speranza che i più estremisti vengano isolati e si imponga la ragionevolezza.
Abu Mazen sa bene che l'aiuto dell' Egitto, cioè il più grande e influente Paese arabo, è essenziale e insostituibile, come ha detto, nell'intervista a Francesco Battistini sul Corriere, il grande giornalista israeliano Nahum Barnea. E sa anche che, stavolta, accanto al Cairo, deve calamitarsi l'impegno di tutti, Ue, Stati Uniti, Onu, lo stesso Israele. Magari dando corpo all'ipotesi, da molti ventilata, di inviare una forza internazionale nella Striscia.
E' una crisi che, per tutte le connessioni di cui è innervata, diventa globale. Nel sentire collettivo, più che la convinzione che il neo-presidente americano Barack Obama sarà capace di risolvere problemi che i suoi predecessori hanno lasciato irrisolti, si attende dalla Casa Bianca quantomeno un'atmosfera diversa. Nella speranza che aprire le porte del dialogo a tutti possa allontanare le ombre di altre guerre ben più devastanti. Anche su questo punta Abu Mazen. Ed è una scommessa al buio.

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