[b]di Daniel Pipes
FrontPageMagazine.com
1 aprile 2009[/b]

[b]Pezzo in lingua originale inglese: Arabs, Israelis, and Underdogs

Nel 2005 invitavo i lettori a chiedersi: "Un secolo fa, chi avrebbe mai immaginato che gli ebrei avrebbero avuto il migliore esercito e gli arabi i migliori agenti pubblicitari?"[/b]

Un importante esempio di come gli arabi siano dei valenti pierre consiste nella loro abilità di trasformare il quadro del conflitto arabo-israeliano. Nei primi decenni, le mappe del conflitto arabo-israeliano mostravano Israele in seno a un esteso Medio Oriente, una presenza talmente piccola, di quelle che di fatto necessitavano di una lente di ingrandimento per individuarla. Ma in questi giorni il conflitto è tipicamente rappresentato da un Israele di vaste dimensioni che incombe sulle aree spaccate della Cisgiordania e di Gaza.

Questo cambiamento di dimensioni implica un cambiamento nello status di perdente; laddove un tempo lo status di attore debole ricoperto da Israele traspariva chiaramente, oggi i palestinesi hanno usurpato quella posizione, con tutti i benefici connessi.

Un recente studio condotto da Joseph A. Vandello, Nadav P. Goldschmied e David A. R. Richards, dal titolo "The Appeal of the Underdogs", apparso in Personality and Social Psychology Bulletin, assume come punto di partenza il presupposto che "quando la gente osserva le rivalità, spesso essa è attratta da personaggi considerati svantaggiati o che non hanno alcuna probabilità di prevalere (…) Se la gente è spinta a simpatizzare per personaggi considerati perdenti, le posizioni riguardanti le parti presenti in questo conflitto potrebbero essere strategicamente plasmate enfatizzando lo status di perdente di un gruppo sull'altro."

Il trio di autori ha poi testato questa ipotesi guardando in parte al conflitto arabo-israeliano. Per scoprire l'eventuale vantaggio di essere visto come perdente, gli autori hanno condotto un esperimento in cui:

Hanno reso operativo lo status di perdente rafforzando leggermente le disparità della dimensione fisica attraverso delle cartine geografiche che hanno cambiato la prospettiva di rendere Israele importante in quanto esteso, un paese che circonda i più piccoli territori occupati palestinesi, oppure al contrario, facendo apparire Israele piccolo e mostrandolo circondato dai paesi arabi del più grande Medio Oriente.

Avendo allestito l'esperimento con due cartine geografiche, gli autori "hanno previsto che questo cambiamento nella prospettiva visiva creerebbe delle percezioni da status di perdente, il che prevedrebbe a sua volta un sostegno per la parte perdente".

La loro previsione è corretta. La piccola dimensione territoriale è il segreto per essere considerato un perdente:

Ai partecipanti è stato chiesto quale parte considerassero perdente nel conflitto. Quando Israele è stato raffigurato sulla cartina geografica come un paese esteso, il 70 per cento ha visto nei palestinesi la parte perdente. Al contrario, quando Israele è stato raffigurato sulla cartina geografica come un paese di piccole dimensioni, il 62,1 per cento ha ravvisato in Israele la parte perdente.

In effetti, essere considerato perdente conferisce dei vantaggi per guadagnarsi la simpatia politica:

Ai partecipanti è stato inoltre chiesto nei confronti di quale gruppo si sentissero maggiormente favorevoli. Quando Israele è stato raffigurato sulla cartina geografica come un paese esteso, il 53,3 per cento si è dimostrato maggiormente favorevole verso i palestinesi. Al contrario, quando Israele è stato raffigurato sulla cartina geografica come un paese di piccole dimensioni, il 76,7 per cento si è dichiarato maggiormente favorevole verso Israele.

C'è un 23 per cento di differenza, che è enorme. Gli autori ritengono che la piccola dimensione territoriale ha altresì un "significativo" impatto sul grado di consenso:

Ai partecipanti è stato chiesto di esprimere una valutazione in merito al grado di approvazione che nutrono verso ogni parte del conflitto su una scala da 1 (nessuno) a 5 (molto). Quando Israele è stato raffigurato sulla cartina geografica come un paese esteso, i partecipanti si sono dichiarati un po' più solidali verso i palestinesi (3,77 contro 3,73), ma quando Israele è stato raffigurato sulla cartina geografica come un paese di piccole dimensioni, i partecipanti hanno espresso maggiore simpatia verso gli israeliani (4,00 contro 3,30).

Commenti:

(1) C'è qualcosa di singolare nell'incoraggiare il perdente in una situazione di vita o di morte, come se in gioco non vi fosse nulla più di un campionato sportivo. Ma che sia così! La vita moderna esige di prendere delle decisioni su innumerevoli questioni in cui la conoscenza fa difetto; e le opinioni di un pubblico disinformato possono dunque guidare la politica di mature democrazie motivata dai sondaggi d'opinione.

(2) Tifare per il perdente si inserisce in un contesto più ampio. Ad esempio, nel 2006 (nel pezzo "Strana logica nella guerra in Libano") ho documentato che "fare vittime e apparire come una vittima aiuta a restare in piedi" nella battaglia per l'opinione pubblica.

(3) Voler sembrare perdente o subire perdite più pesanti inverte l'imperativo storico "secondo cui ogni parte desidera intimidire il nemico apparendo feroce, implacabile e vittoriosa".

(4) Questa inversione è uno degli innumerevoli modi in cui la guerra è fondamentalmente cambiata nel corso degli ultimi sessant'anni, trasformandosi in una quasi irriconoscibile variante della sua identità storica.

(5) Il modo di concepire una guerra – che plasma la maniera in cui essa viene avvertita – come ho scritto nel 2006, ha raggiunto un'importanza tale "che il centro di gravità clausewitziano si è spostato dal campo di battaglia agli opinion editorials (op-eds) e ai mezzibusti televisivi. È molto più importante il modo in cui la guerra è avvertita rispetto a come essa viene di fatto combattuta".

(6) Le deboli, ma innovative organizzazioni, come Hezbollah e Hamas, si sono meglio adattate a questa nuova realtà di quanto abbiano fatto i forti governi occidentali, che sono però legati alla tradizione.

(7) Questi governi hanno bisogno di rendersi conto della fondamentale importanza delle pubbliche relazioni in guerra.

 

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