[b]di Daniel Pipes
Liberal
3 ottobre 2009[/b]
Fonte:

[b]Pezzo in lingua originale inglese: Netanyahu's Quiet Success[/b]

Quasi in sordina, la scorsa settimana Binyamin Netanyahu ha conseguito una grossa vittoria quando Barack Obama ha deciso di non ratificare un'iniziativa della sua linea politica. Questo dietrofront sta a indicare che i rapporti tra Israele e gli Usa non stanno più andando incontro al disastro da me paventato.

Barack Obama fa da anfitrione tra Binyamin Netanyahu, premier israeliano (a sinistra), e Mahmoud Abbas, leader dell'Autorità palestinese.
Quattro mesi fa, la nuova amministrazione statunitense ha reso nota una linea politica che tutto a un tratto ha dato grande importanza alla necessità di arrestare la crescita degli "insediamenti israeliani". (Un termine che non mi piace ma che uso qui per brevità.) Sorprendentemente, i funzionari americani si sono prefissi di bloccare l'edilizia abitativa per gli israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme est, una zona che fa giuridicamente parte dello Sato ebraico da circa trent'anni.

Il segretario di Stato Usa Clinton ha lanciato l'iniziativa il 27 maggio scorso, dichiarando che il Presidente Usa «vuole uno stop definitivo agli insediamenti: non vuole nessun insediamento, avamposto, non ammette eccezioni neppure per la crescita di insediamenti spontanei». Aggiungendo inoltre: «E noi intendiamo insistere su questo punto». Il 4 giugno è poi intervenuto Obama: «Gli Stati Uniti non accettano la legittimità di continui insediamenti israeliani […] È tempo di fermare questi insediamenti». Un giorno dopo, egli ha reiterato che «gli insediamenti sono un impedimento alla pace». E avanti di questo passo, in un incessante ritmo.

Focalizzare l'attenzione sugli insediamenti ha avuto l'involontario ma prevedibile effetto di impedire ipso facto il corso della diplomazia. Un lieto Mahmoud Abbas dell'Autorità palestinese ha replicato alle richieste statunitensi stando a guardare alla finestra e dichiarando che «gli americani sono i leader mondiali (…) Aspetterò che Israele congeli gli insediamenti». Non importa che Abbas aveva personalmente negoziato con sei premier israeliani a partire dal 1992, ogni volta senza proporre un blocco edilizio degli insediamenti: ma perché mai dovrebbe ora esigere meno di Obama?

In Israele, il diktat di Obama ha provocato un massiccio allontanamento dell'opinione pubblica da lui e un avvicinamento a Netanyahu. Inoltre, la proposta di quest'ultimo di imporre delle restrizioni seppur temporanee allo sviluppo degli insediamenti in Cisgiordania ha suscitato proteste in seno al Partito Likud, guidato dal promettente Danny Danon.

Manifesto che mostra Barack Obama in copricapo arabo, apparso il 14 giugno 2009 nel centro di Gerusalemme.
I geni dell'amministrazione Obama hanno da ultimo riconosciuto che questo duplice indurimento di posizioni avrebbe condannato al fallimento nel giro di un paio di anni il loro ingenuo e tracotante piano di risolvere il conflitto arabo-israeliano.

La riconciliazione con la realtà è divenuta pubblica il 22 settembre nel corso di un "vertice" con Abbas e Netanyahu. Qui Obama ha gettato la spugna, vantandosi di aver fatto dei «grossi progressi» verso la risoluzione del conflitto israelo-palestinese e specificando che gli israeliani «hanno discusso importanti misure per tenere sotto controllo la costruzione degli insediamenti».

Queste parole di velato elogio per le esigue concessioni di Netanyahu hanno importanti implicazioni: la questione degli insediamenti non dominerà più i rapporti tra Israele e gli Usa, e tornerà a rivestire l'usuale ruolo fastidioso, ma secondario; Abbas a un tratto si è trovato ad essere l'intruso del triangolo; la fazione di centro-sinistra dell'amministrazione Obama (che sostiene la necessità di lavorare con Gerusalemme) ha sconfitto la fazione di estrema sinistra (che vuole esercitare pressioni sullo Stato ebraico).

Ironia della sorte, i sostenitori di Obama in genere riconoscono il suo fallimento mentre coloro che gli muovono delle critiche tendono a non farlo. Di contro, i critici di Obama hanno focalizzato l'attenzione su quanto da lui dichiarato il giorno successivo al vertice: «L'America non accetta la legittimità di continui insediamenti israeliani». Alcuni di quelli che ammiro maggiormente hanno mancato la buona notizia: John Bolton, ex-ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, ha asserito che Obama «ha messo Israele sul ceppo», mentre i critici presenti in seno al Likud hanno accusato Netanyahu di aver «prematuramente festeggiato» un cambiamento della linea politica americana. Non è così. I venti della politica possono sempre mutare, ovviamente, ma la resa della scorsa settimana di fronte alla realtà ha tutte le caratteristiche di una rettifica di un corso permanente.

Ho ripetutamente espresso grossi timori in merito alla linea politica di Obama verso Israele, pertanto, quando arrivano delle buone notizie (e questa è la seconda volta negli ultimi tempi), ciò merita apprezzamenti e festeggiamenti. Tanto di cappello a Bibi, che possa conseguire ulteriori successi, spingendo la politica Usa sulla strada giusta.

 

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