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[b]LIBERO
Carlo Panella
Pubblicato il giorno: 04/12/09[/b]

Il governo libanese ha deciso di fare carta straccia della risoluzione 1701 dell’Onu del 28 agosto del 2006, per il cui rispetto da più di due anni 2.500 militari italiani operano in Libano. Quella risoluzione ha posto fine alla guerra del Libano ed è stata accettata da Israele – che l’ha rispettata ritirando le sue truppe -solo e unicamente perché “prevede l'istituzione, nella zona compresa tra la Linea Blu e il fiume Litani, di un’area priva di personale armato, di posizioni e armi che non siano quelle dell’esercito libanese e delle forze Unifil, che operano in questa zona”.

Fuori dal linguaggio tecnico: Hezbollah – che aveva provocato la guerra – doveva essere disarmato dall’esercito libanese (col supporto solo esterno di Unifil) nella zona a ridosso con Israele. Martedì però il nuovo governo libanese di unità nazionale, che nel passato non ha mai disarmato Hezbollah, ora presieduto da Saad Hariri ha approvato una risoluzione che stabilisce che “ribadisce il diritto del popolo, dell’esercito e della resistenza (sinonimo di Hezbollah), di liberare e riottenere le fattorie di Shebaa, le colline di Kfar Shuba e la parte nord del villaggio di Ghajar”. Dunque, una smentita sonora, chiara, definitiva delle ragioni per cui i nostri militari stazionano in Libano e per di più, la legalizzazione piena e preventiva delle azioni militari di un vero e proprio esercito privato – Hezbollah – che per di più, anche dal punto di vista formale obbedisce alla autorità e alle disposizioni dell’Iran. Il leader di Hezbollah, sheikh Nasrallah, è infatti solo “il rappresentante in Libano della Guida della Rivoluzione iraniana”, l’ayatollah Khamenei da cui prende ordini. Una decisione tanto clamorosa, quanto palesemente ispirata dalla Siria e dall’Iran stesso, nel momento in cui quest’ultimo sta definendo la sua strategia di attacco, dopo aver fatto saltare il tavolo delle trattative sul suo programma nucleare, costringendo il pur connivente – con Teheran – direttore dell’Aiea, El Baradei, ad ammettere di “non essere in grado di smentire che l’Iran si stia dotando di una bomba atomica”.

Mentre l’Onu sta valutando quali sanzioni adottare contro l’Iran, questi ottiene dal governo libanese la formale legittimazione ad usare come meglio crede quel vero e proprio esercito efficientissimo che Hezbollah continua a tenere a ridosso del confine israeliano. L’eventualità che Teheran risponda all’accerchiamento internazionale al suo solito, facendo deflagrare una guerra contro Israele, diventa così concreta e possibile. Ma se Hezbollah, come già fece nel luglio 2006, deciderà di provocare una nuova guerra con Gerusalemme, i nostri 2.500 militari in Libano si troverebbero letteralmente in trappola, prigionieri di un campo di battaglia, in cui tutto possono fare, per mandato Onu, tranne che combattere. È dunque urgente e indispensabile che il governo italiano si muova subito in sede Onu perché si prenda atto della sfida libanese, della violazione aperta che il governo di Beirut ha deliberato alla risoluzione 1701 e si ritiri in fretta il contingente Unifil. Tutto. Il governo ha già deciso una riduzione di 1.000 soldati entro poche settimane, ma questa era solo una mossa prudenziale. Ora, la finzione del disarmo di Hezbollah nel sud Libano è finita nel peggiore dei modi, in un contesto regionale che Teheran renderà sempre più incandescente. Ritirare sino all’ultimo uomo i nostri soldati è dunque indispensabile, anche per mandare un segnale chiaro a Teheran e Damasco.

 

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