[b]22-04-2010
di Marco Paganoni, aprile 2010[/b]

Checché ne dica il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, la vera minaccia alla pace in Medio Oriente, e potenzialmente nel resto del mondo, non è Israele ma l’Iran. E lo sanno tutti. Sicuramente lo sa anche il presidente Barack Obama, che infatti – al di là delle prevedibili polemiche dei suoi avversari, dentro e fuori gli Stati Uniti – sembra piuttosto determinato a fronteggiare la sfida. Anche certe sue aperture iniziali, che avevano fatto pensare a una forma di ingenuità, possono essere lette oggi come un’accorta tattica volta a raccogliere il più ampio consenso internazionale possibile dietro una campagna di contenimento e logoramento delle velleità del regime di Teheran: una campagna che, comunque vada, non sarà né semplice né breve.

E può persino darsi che abbia ragione Bernard Henri Levy quando scrive (Corriere della Sera, 2.4.10) che “Obama è un amico di Israele”, addirittura “ostinato” nel ripetere che quel ritorno verso la terra promessa che è il sionismo “entra in risonanza con l’esperienza afroamericana” e, quindi, “con la sua storia di sradicamento e di esodo”.
Tuttavia, al di là delle “risonanze”, alcuni fatti duri e crudi della politica possono volgere in tutt’altra direzione. “Nella seconda parte del 2010 – sottolinnea Ari Shavit (Ha’aretz, 8.4.10) – gli Stati Uniti intendono ritirare metà delle loro forze dall’Iraq, e vorrebbero porre fine alla guerra in Afghanistan intorno al 2011. Nel frattempo, dovranno fare i conti con l’Iran. Per portare a buon fine queste tre ciclopiche missioni, hanno assoluto bisogno di rabbonire il mondo arabo islamico. Ecco perché si danno tanto da fare per dimostrare d’essere premurosi verso 300 milioni di arabi almeno quanto lo sono verso 13 milioni di ebrei”. Ed ecco perché a Washington riemerge l’eterna tentazione: piegare Israele per risultare graditi al mondo arabo-islamico.
E fin qui non vi sarebbe nulla di nuovo. Accade fin dai tempi del Libro Bianco britannico del ’39 che una potenza mondiale, quando si trova nella necessità di accondiscendere il mondo arabo-islamico, prima o poi cerca di farlo a spese di Israele. La novità, nel caso dell’amministrazione Obama rispetto alle precedenti, è che per farlo sembra abbia deciso d’investire in pieno la questione Gerusalemme e, in particolare, la questione della sovranità ebraica sui quartieri di Gerusalemme abitati da ebrei. E questo rischia di essere un grosso errore.
È almeno dai “parametri” di Clinton di dieci anni fa che si conosce l’unico compromesso concretamente possibile su Gerusalemme: a Israele i quartieri abitati da ebrei, allo stato palestinese quelli abitati da arabi, e i Luoghi Santi sotto statuto speciale. Come ricorda Ben-Dror Yemini (Jerusalem Post, 6.4.10), non è certo un caso se gli europei, gli americani e gli stessi negoziatori palestinesi, pur reclamando costantemente la cessazione delle attività edilizie negli insediamenti in Cisgiordania (e, fino al 2005, nella striscia di Gaza), tuttavia non avanzavano la stessa richiesta in riferimento a quartieri di Gerusalemme come Gilo e Ramat Shlomo: abitati da ebrei, benché sorti nella cosiddetta Gerusalemme est.
Cosiddetta, giacché “Gerusalemme est” è solo un termine giornalistico, approssimativo e infondato, malamente trapiantato nella politica e nella diplomazia. In realtà, non esiste nessuna “Gerusalemme est” come non esiste nessuna “Berlino est”. Nei suoi tremila anni di storia, la città di Gerusalemme è rimasta spaccata in due dal filo spinato solamente nei diciannove anni tra il maggio 1948 e il giugno 1967, quando la sua parte vecchia entro le mura ottomane (“ripulita” a forza dei residenti ebrei e degli edifici ebraici) più pochi sobborghi prevalentemente arabi che sorgevano subito a nord, a est e a sud di quelle mura rimasero sotto illegale occupazione giordana. Nei quarantatre anni successivi Gerusalemme, non essendo una teca da museo ma una città e una capitale, si è sviluppata ad ogni livello: urbanisticamente, demograficamente, economicamente. “La verità è che Gerusalemme è fiorita sotto Israele, non prima – nota David M. Weinberg (Jerusalem Post, 1.4.10) – Israele l’ha trasformata da una cittadina depressa in una splendida metropoli, accortamente aperta a tutte le fedi”. Dopo aver notato che “non esiste nessun paese arabo o islamico in Medio Oriente dove cristiani ed ebrei possano gestire liberamente le proprie istituzioni religiose”, e ricordato le sinagoghe distrutte da giordani e palestinesi a Gerusalemme, nella striscia di Gaza, a Nablus, a Gerico, Weinberg aggiunge: “Né gli ipotetici governanti arabi di Gerusalemme est, né la comunità internazionale custodirebbero adeguatamente gli interessi di tutte le fedi a Gerusalemme: Israele è l’unico custode di Gerusalemme che si sia dimostrato affidabile e responsabile”. E senza nessuna “giudaizzazione” (parola che ha di per sé lo sgradevole retrogusto dalle ossessioni antisemite): tant’è vero che, su un aumento totale della popolazione del 186% negli ultimi quattro decenni, la sola componente araba è cresciuta del 291%.
In questo contesto, nel corso degli anni sono sorti in ogni direzione svariati quartieri abitati da ebrei su terreni prima completamente disabitati. “Pretendere lo sgombero di questi quartieri – scrive Yemini – non significa affatto perseguire la pace. Anche i più accesi fan del processo di pace capiscono bene che porre questa richiesta a Israele è come pretendere che gli americani sgomberino Washington a vantaggio, che so, di qualche gruppo di indiani d’America: con l’aggravante che sulle terre di Ramat Shlomo e Gilo non è mai esistito nessun insediamento arabo”.
In realtà, come si è detto, non c’è molto da inventare circa le linee di fondo di un possibile accordo: le si può comodamente rintracciare nei parametri indicati da Bill Clinton nel gennaio 2001. Dunque, si domanda Yemini, cosa ha fatto in sostanza l’amministrazione Obama? Ha combinato un bel pasticcio, perché ha persuaso arabi e palestinesi ad avanzare pretese che essi stessi sapevano irricevibili. Clinton dichiarò: “What is Arab should be Palestinian, what is Jewish should be Israeli, what is holy to both requires a special care” (“Ciò che è arabo sia palestinese, ciò che è ebraico sia israeliano, ciò che è sacro a entrambi richiede una attenzione speciale”). Ma se adesso Barack Obama esige che Israele abdichi alla sovranità su Gilo e Ramat Shlomo (significa questo, e non altro, imporre il congelamento delle attività edilizie in quei quartieri), perché mai i palestinesi dovrebbero pretendere di meno? Come stupirsi, poi, se inscenano la consueta gazzarra contro il restauro e la riconsacrazione della secolare sinagoga di Hurva, nel quartiere ebraico della Città Vecchia, distrutta dalla Legione Araba nel 1948?
Se si voleva trovare un modo per bloccare in partenza il processo diplomatico, probabilmente non si poteva fare di meglio. “Nel mondo hi-tech abbiamo un detto – ha spiegato al Corriere il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat (10.4.10) – Per ogni problema complesso c’è una risposta semplice sbagliata. Le raccomandazioni che arrivano da Washington sono mal calcolate, e non funzioneranno mai qui”.

 

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