Commento di Zvi Mazel

(Traduzione di Angelo Pezzana)

I paesi arabi stanno naufragando, il califfato della jihad islamica sta rafforzando la sua presa nel cuore del Medio Oriente. Eppure l’Occidente sembra dare sfogo alle sue frustrazioni su Israele che si difende contro Hamas, il movimento estremista islamico. Anche l’Egitto ne risente le conseguenze, solo pochi anni fa il Cairo guidava il fronte degli stati arabi pragmatici sostenuti dagli Stati Uniti nella battaglia contro l’islam estremista sciita agli ordini dell’Iran. Ma era prima che Washington gettasse a mare Mubarak e iniziasse a dialogare direttamente con Teheran sul programma nucleare iraniano, un passo giudicato un tradimento dall’Arabia Saudita. Oggi, l’Egitto sta cercando di fare da mediatore per una pace tra Israele e Hamas; il presidente Al Sissi si è rivolto ai suoi alleati per ottenere consigli e aiuti internazionali. Per primo ha incontrato il re dell’Arabia Saudita Abdullah, poi il presidente russo a Sochi. Non si è recato invece a Washington, che non ha ancora preso atto della caduta dei Fratelli Musulmani e dell’arrivo al potere del nuovo regime. Il dialogo fra i due paesi è intenso ma sempre teso. I tentativi di John Kerry di promuovere il piano della Turchia e del Qatar sul cessate il fuoco secondo le richieste di Hamas aveva irritato il Cairo, che aveva abbassato il livello delle proprie rappresentanze diplomatiche in entrambi i paesi per il loro sostegno ai Fratelli Musulmani. Il problema è che oggi gli Stati Uniti non hanno più alleati in Medo Oriente, avendo abbandonato o offeso tutti gli stati arabi della regione. Se la Casa Bianca si fosse schierata apertamente con Israele ed Egitto, avrebbe inviato a Hamas un chiaro messaggio che la sua aggressione non sarebbe stata tollerata. In assenza di questo messaggio, Hamas si sente le mani libere.

Perché dovrebbe accettare quanto le viene offerto, un cessate il fuoco, quando ha in mano tutte le carte ? Non è interessata alle perdite di vite umane o alle distruzioni che ha imposto alla popolazione. Dopo tutto è Israele che viene accusata ed è sempre più isolata. Hamas può permettersi di aspettare. Alle Nazioni Unite e all’Unione Europea Israele non ha alcun appoggio, eppure dovrebbero essere i naturali alleati dello Stato ebraico contro il terrorismo. Hamas può solo felicitarsi quando vede la Gran Bretagna che invece di combattere dichiara un embargo sulle armi per Israele, senza valutare quale parte ha dato inizio alla guerra. Hamas non avrebbe mai sognato un successo internazionale così forte, mai avrebbe immaginato che l’Occidente avrebbe abbandonato Israele e permesso il riapparire dell’anti-semitismo.

Hamas è un movimento estremista islamico creato dallo Sceicco Yassin, un Fratello Musulmano, per distruggere Israele e costruire sulle rovine dello Stato ebraico uno stato islamico, pronto a combattere fino alla restaurazione del califfato in tutto il Medio Oriente. Combattere gli ebrei e Israele è uno dei principi base della Fratellanza Musulmana, che ha risvegliato le ostilità islamiche contro gli ebrei, trasformandole in una virulenta ideologia che si manifesta con attacchi e pogrom come nell’anteguerra, mandando volontari a combattere contro Israele come avvenne nel 1948. Sfortunatamente l’Occidente oggi non reagisce quando vede Hamas sfruttare, per raggiungere i propri scopi, il problema palestinese con slogan nazionalisti. La cosa ha funzionato bene, tanto che i palestinesi hanno votato per Hamas nelle elezioni del 2005. Eppure Hamas non propone la creazione di uno stato indipendente, perché sarebbe un modo indiretto di riconoscere Israele. Sostiene piuttosto di combattere l’ “occupazione”, una parola che comprende Tel Aviv e l’intera Israele. Come non esitò ad espellere i rappresentanti del Fatah a Gaza dopo le elezioni, mentre centinaia venivano uccisi, gettati in strada dagli ultimi piani degli edifici, e ad altre centinaia sparavano alle gambe in modo da renderli storpi per tutta la vita. Nessuno ha sentito le proteste delle famiglie delle vittime, che non hanno chiesto risarcimenti, e nessuna organizzazione umanitaria occidentale è intervenuta in loro difesa.

L’Egitto è l’ultimo bastione del mondo arabo contro l’avanzata barbarica dello stato islamico. Iraq e Siria non garantiscono più sicurezza e servizi ai loro cittadini, mentre i loro eserciti sono allo sbando. Stanno per arrendersi al nuovo califfato a meno di un aiuto dall’esterno. Soltanto l’Egitto resiste, ma i suoi alleati, Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo, malgrado si oppongano fortemente ai Fratelli Musulmani, non hanno una capacità militare da opporre al califfato. Ciò che possono fare, e lo stanno facendo, è mettere a disposizione del Cairo le loro considerevoli risorse, per sostenerne l’economia e per l’acquisto di armi. Riyad sostiene con tre miliardi di dollari l’acquisto di armi con un negoziato tra Mosca e il Cairo; l’accordo, distribuito lungo diversi anni, è probabilmente l’argomento più importante discusso a Sochi. Nello stesso tempo il Cairo sta sviluppando una cooperazione con la Russia per lo sviluppo del programma di energia nucleare. E’ noto quanto sia fondamentale per Sissi la sfida della ripresa economica. Ma per rientrare sul binario giusto, deve essere eliminato il pericolo terrorista, che arriva soprattutto da Gaza e dalla Penisola del Sinai, senza contare la presenza dell’estremismo islamista al confine con la Libia, dove sono stati uccisi 23 soldati. L’Egitto ha anche rafforzato la propria presenza militare in vista di ulteriori attacchi, così come sono stati abbattuti pali elettrici per interrompere le forniture di elettricità.

Non ci sono reazioni dall’Occidente, sempre intento a indebolire Israele e Egitto, gli unici due paesi che possono fermare l’islam estremista in Medio Oriente. L’Europa è impegnata a condannare Israele, negando ogni sostegno nei forum internazionali mentre permette che le violente proteste contro lo Stato ebraico si trasformino in attacchi contri i cittadini ebrei. Gli Stati Uniti continuano a rifiutare assistenza militare all’Egitto mentre mantengono aperto il dialogo con i suoi nemici

Zvi Mazel è stato ambasciatore in Egitto, Romania e Svezia. Fa parte del Jerusalem Center fo Public Affairs. I suoi editoriali escono sul Jerusalem Post. Collabora con Informazione Corretta

 

2 Responses to Gaza: Uno sguardo più ampio

  1. No creo posible un alto al fuego muy largo, ya que los terroristas sólo usarán ese tiempo para rearmarse y seguir bombardeando Israel, pero lo peor es que creo que lo que quieren es cercarlo y dejar como a los cristianos que los estan exterminando en África, lo que no se dan cuenta que Israel está luchando sólo y ójala despierten de su modorra los Europeos y el resto del mundo cristiano.

  2. Me gustaría que lo publicasen en castellano o español porque no entiendo todo, de cualquier manera, gracias.

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