Questo è ciò che si evince facilmente dalle ripetute dichiarazioni della leadership araba e palestinese, nonché analizzando le principali fazioni del palestinismo, incluse le carte programmatiche delle stesse.

Statuto di Hamas . Hamas, fondato nel 1987, oggi al potere nella striscia di Gaza e con ampio seguito anche in Samaria e Giudea, è un’organizzazione terroristica che “dall’islam deriva le sue idee e i suoi precetti fondamentali, nonché la visione della vita, dell’universo e dell’umanità” (art. 1), nata come “una delle branche dei Fratelli Musulmani in Palestina” (art. 2), il cui scopo è “innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina” (art. 6). Ovvero “Israele sarà stabilito, e rimarrà in esistenza finché l’islam non lo ponga nel nulla, così come ha posto nel nulla altri che furono prima di lui” (premessa; citazione del fondatore dei Fratelli Musulmani, Hassan al-Banna). Nel suo simbolo non compare Israele, ma solo una Palestina araba e musulmana.

Costituzione di Fatah. Fatah, fondata nel 1959 e al cui vertice siede oggi Mahmoud Abbas, alias Abu Mazen, è, insieme ad Hamas, una delle due fazioni principali del palestinismo; pur rinunciando formalmente al terrorismo nel 1988, continua a praticarlo direttamente o attraverso i suoi bracci armati (il più noto è rappresentato dalle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa). Suo obiettivo è la “completa liberazione della Palestina e l’obliterazione dell’esistenza economica, politica, militare e culturale del Sionismo” (art. 12). Non riconosce Israele come Stato Ebraico. In tutte le sue pubblicazioni e persino nel suo simbolo non compare mai lo Stato di Israele, ma un’unica “Palestina, libera e Araba” (introduzione allo Statuto interno , redatto nel 2009 “nel quadro del rispetto delle disposizioni della Costituzione”).

Statuto dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). L’OLP, fondata nel 1964, è considerata dal 1974 (Lega Araba e ONU) l’unica legittima rappresentante dei palestinesi e come tale ha negoziato i famigerati Accordi di Oslo (1993) con il governo israeliano. Rinunciò formalmente, ma non nei fatti, al terrorismo nel 1988. La prima versione dello Statuto dell’OLP risale al 1964, una seconda versione, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni, è del 1968. Interessante notare come nella prima versione l’OLP assicurasse circa il fatto che l’organizzazione “non esercita alcuna sovranità territoriale sul West Bank nel Regno Hascemita di Giordania, sulla striscia di Gaza o sull’area di Himmah” (art. 24), all’epoca occupati illegalmente rispettivamente da Giordania ed Egitto: esattamente i territori che invece oggi vengono utilizzati come rivendicazione per uno stato nazionale palestinese. Nella seconda versione venne confermata la volontà di distruggere Israele (artt. 15, 22, 23). Come premessa (1993) ed in seguito (1996 e 1998) agli Accordi di Oslo il leader dell’OLP Arafat si impegnò, con una serie di lettere ufficiali (destinate rispettivamente a Rabin, Peres e Clinton), ad abrogare gli articoli dello Statuto che negano il diritto di Israele ad esistere. Ad oggi non è stato ancora redatto un nuovo Statuto che confermi gli impegni presi allora. Nel suo simbolo compare un unico stato (Israele non esiste).

Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Nasce come organismo di autogoverno ad interim per 5 anni, in applicazione degli Accordi di Oslo (1993), per amministrare le aree A e B dei cosiddetti territori contesi (striscia di Gaza e porzioni di Samaria e Giudea). In seguito alle elezioni del 2006 ed al successivo scontro armato tra le due principali fazioni del palestinismo (Hamas-Fatah), la sua autorità è limitata alle sole aree A e B di Samaria e Giudea. E’ subalterna all’OLP, il suo leader è Abu Mazen (il cui mandato è scaduto il 23/11/2008). E’ la destinataria degli ingenti aiuti economici provenienti in primis da UE e USA. Ha rifiutato due proposte per la creazione di uno stato palestinese (Barak, 2000, Arafat ; Olmert, 2008, Abu Mazen). Rifiuta di sedersi al tavolo delle trattative con il Governo israeliano.

Sebbene i tentativi di annichilire e cancellare la presenza ebraica in Palestina-Eretz Israel risalgano a ben prima della dichiarazione di indipendenza dello Stato Ebraico, il palestinismo, così come si presenta oggi, sostituisce i tentativi fallimentari perseguiti dal mondo arabo, a partire dal 1948 – attraverso guerre convenzionali, guerre di logoramento, campagne di terrorismo su larga scala anche al di fuori del contesto regionale – di cancellare dalle cartine geografiche lo Stato di Israele. L’obiettivo rimane il medesimo, sono cambiati i metodi e, in parte, l’interesse da parte di alcuni dei paesi arabi limitrofi (Egitto e Giordania hanno stipulato accordi di pace con Israele). Al posto delle armi convenzionali oggi si usano, oltre agli attentati terroristici, la propaganda, l’indottrinamento, i ricatti economici, la diplomazia unilaterale e le negazioni storiche, perfezionando una strategia che non solo tocca gli aspetti economici e culturali dei Governi occidentali, ma cerca di creare empatia, tra le persone comuni, con le presunte sofferenze del cosiddetto popolo palestinese, sfruttando disinformazione, vittimismo, iperboli propagandistiche e il concetto dell’inversione della colpa (il carnefice che diventa vittima e viceversa). Negli anni il palestinismo ha trovato ispirazione e alleati in differenti contesti ideologico-culturali (nazismo, pansirianismo, panarabismo, comunismo, islamismo), ma fin dalla nascita si è sempre caratterizzato per un unico obiettivo: cancellare Israele e sostituirlo con una nazione araba e musulmana.

Le ragioni del conflitto del mondo arabo nei confronti di Israele non hanno mai in effetti riguardato il (o un) territorio specifico, ma solo l’ideologia, il palestinismo. La missione storica del palestinismo e dei suoi leader è eliminare la cosiddetta “entità sionista” da una terra che il mondo musulmano considera parte integrante del dar-al-islam, in cui i non musulmani possono vivere (o in alternativa morire) solo a determinate condizioni, certamente non in uno stato autonomo e democratico, contrario ad ogni principio della giurisprudenza islamica. Per gran parte degli arabi e dei musulmani la presenza israeliana, su un territorio da essi ritenuto terra musulmana rubata dagli Ebrei, è per definizione un’eresia. Solo sulla base di questo concetto assai semplice da capire – l’identità palestinese coincide con la lotta arabo-musulmana per cacciare i sionisti dalla Palestina – fin dai tempi del Muftì Amin al-Husseini alleato di Hitler, si può comprendere l’assurdità, stando le attuali condizioni, della soluzione “a due stati” [10]. I palestinesi non hanno un loro stato indipendente perché manca loro l’elemento fondante di qualsivoglia progetto costruttivo: la volontà. Ciò che ha creato l’identità palestinese – anche e soprattutto grazie al continuo indottrinamento dei giovani, all’incitamento alla violenza, al negazionismo storico, al vittimismo, al parassitismo assistenziale e al supporto delle politiche filoarabe e anti-israeliane di organizzazioni come l’ONU e la sua sottosezione UE – è l’esatto contrario: un progetto distruttivo fondato sull’odio per i non musulmani. In una parola, jihad.

Di contro, le ragioni degli Ebrei a vivere in un loro Stato sovrano e autonomo nella patria ancestrale, la Palestina Occidentale (dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo), deriva da due aspetti fattuali differenti e interdipendenti: la Storia ed il Diritto. Non ha alcun senso (nello spazio ristretto di questo articolo) spiegare il legame storico del popolo Ebraico con la terra di Palestina-Eretz Israel: è un fatto per chiunque abbia sentito parlare almeno una volta di Salomone o Davide, di Nabucodonosor o Ciro il Grande, di Gesù o Flavio Giuseppe, del Tempio di Gerusalemme o del Talmud palestinese. E’ un fatto per chiunque sia in grado di capire che la terra di origine dei Giudei (o Ebrei) è la Giudea, tanto quanto la terra di origine degli Arabi è l’Arabia. Questo è ciò che d’altronde venne riconosciuto anche dalla stessa Lega delle Nazioni (l’ONU dell’epoca), con un voto storico, il 24 luglio 1922: i cinquantuno membri della LdN votarono all’unanimità il Mandato della Lega delle Nazioni per la Palestina [12] “poiché è stato dato riconoscimento al legame storico del popolo ebraico con la Palestina e ai presupposti per ricostruire la loro patria nazionale in quel paese” (introduzione).

Il Mandato per la Palestina non fu un’invenzione casuale o improvvisa, ma la conclusione di un processo storico, politico e legale ben definito. Non è scopo di questo articolo descrivere nel dettaglio ogni passaggio o il contesto storico (crescita dell’antisemitismo europeo, nascita del Sionismo, ecc.); si citano, per chi volesse approfondire, solo le tre tappe fondamentali: crollo dell’Impero Ottomano al termine della Prima Guerra Mondiale (1914-1918), Dichiarazione Balfour (1917), Conferenza di Sanremo (19-26 aprile 1920). Fu proprio a Sanremo che il Consiglio supremo della Conferenza decise di porre la Palestina sotto la responsabilità (Mandato) del governo britannico, con il preciso fine di dare esecuzione alla Dichiarazione Balfour, con la quale la Gran Bretagna si era dichiarata favorevole alla RI-costituzione di una “national home” per il popolo Ebraico in Palestina. Fu quello, in un certo senso, il giorno in cui nacque il moderno Stato di Israele. Il documento, legalmente vincolante, discusso il 24 aprile 1920 a Sanremo, divenne infine operativo il 29 settembre 1923.

A proposito del Mandato per la Palestina è importante ribadire almeno cinque fatti fondamentali.

1) La Palestina è sempre stata un’area geografica, mai una nazione, men che meno è mai esistito uno stato arabo o musulmano o palestinese in Palestina-Eretz Israel. La configurazione finale dell’area geografica della Palestina destinata alla nazione ebraica venne definita chiaramente nel 1938, in una relazione del Governo di Sua Maestà del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, presentata al Consiglio della Società delle Nazioni a proposito di una relazione sull’amministrazione della Palestina e della Transgiordania per l’anno 1938. Essa coincide quasi perfettamente con la superficie dell’attuale Stato di Israele, striscia di Gaza, Samaria e Giudea (il cosiddetto “West Bank”) incluse.

2) Il Mandato riconobbe il legame storico del popolo Ebraico con la terra ancestrale, la Palestina-Eretz Israel, traducendolo in un atto legale – un trattato giuridicamente vincolante di diritto internazionale – accettato all’unanimità dalla Società delle Nazioni. Qualsiasi tentativo di negare il diritto del popolo Ebraico alla Palestina-Eretz Israel e/o a negargli il controllo dell’area destinatagli dalla Società delle Nazioni costituisce una grave violazione del diritto internazionale. L’articolo 27 del Mandato precisa: “Per modificare un qualsiasi termine di questo mandato è necessario il consenso del Consiglio della Società delle Nazioni”. Per inciso, lo Statuto dell’ONU riconosce (articolo 80) l’obbligo delle Nazioni Unite di mantenere gli impegni sottoscritti dal suo predecessore – la Società (o Lega) della Nazioni. Il Mandato per la Palestina, un vero e proprio affido sacro, è a tutt’oggi ancora valido, nonostante il ritiro britannico. Infatti, quando il 14 maggio 1948 la Gran Bretagna restituì le sue responsabilità alle Nazioni Unite terminò il Mandato Britannico (mandatario), non il Mandato per la Palestina (affido), la cui responsabilità fu trasferita all’ONU.

3) La Palestina-Eretz Israel venne riservata dal Mandato per la Palestina al popolo Ebraico per la propria emancipazione. Nessun articolo del Mandato cita gli Arabi come popolo, riservando loro – come alle altre minoranze – diritti civili e religiosi (articolo 2), ma non quelli politici (autodeterminazione). I diritti politici di autodeterminazione per gli Arabi vennero invece garantiti in altri quattro mandati della Società delle Nazioni, poi divenuti Stati indipendenti: Libano e Siria (Mandato francese), Iraq e Transgiordania (Mandato Britannico). Al netto delle successive vicende storiche dei quattro stati appena citati, l’unico Mandato che ancora non ha raggiunto il definitivo compimento è proprio quello destinato agli Ebrei.

4) La Transgiordania, oggi Giordania, inizialmente inclusa nel territorio del Mandato della Lega delle Nazioni per la Palestina, venne creata come ricompensa alla famiglia degli Hashemiti dell’Arabia Saudita per la sua lealtà verso la Gran Bretagna contro i Turchi Ottomani durante la Prima Guerra Mondiale (Lawrence d’Arabia) – così come l’Iraq: quest’ultimo venne affidato a Faisal ibn Hussein, figlio del Primo Magistrato della Mecca, nel 1918; la Transgiordania venne affidata al fratello minore Abdullah, in base all’articolo 25 del Mandato, con opzione resa effettiva dalla Gran Bretagna il 16 settembre 1922. Inizialmente la Transgiordania (77%) faceva parte del territorio della Palestina affidata al Mandato Britannico. Di fatto essa rappresenta lo stato palestinese arabo, così come Israele (23%) rappresenta lo stato palestinese ebraico.

5) L’articolo 6 del Mandato afferma chiaramente quanto segue: “L’Amministrazione della Palestina, mentre fa sì che i diritti e la posizione di altre sezioni della popolazione non vengano pregiudicati, faciliterà l’immigrazione ebraica sotto condizioni appropriate ed incoraggerà, in cooperazione con l’agenzia ebraica a cui si fa riferimento nell’articolo 4, lo stanziamento concentrato degli ebrei sul territorio, compresi i territori demaniali e le terre incolte non richieste per scopi pubblici[il grassetto è dell’autore dell’articolo, ndR].

Avvicinandoci alla conclusione di questo breve sunto si riportano le parole di Yehuda Zvi Blum, Ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite dal 1978 al 1984, professore emerito di Diritto Internazionale. Oltre ad aver ricordato il noto concetto che “l’essenza del conflitto mediorientale è sempre stata e rimane la persistente inimicizia degli stati arabi nei confronti della rinascita nazionale ebraica”, in un’occasione pubblica dell’Organizzazione Sionista dell’America, a Washington D.C., l’11 giugno 1979 disse: “Un corollario del diritto inalienabile del popolo Ebraico alla sua terra è il suo diritto a vivere in qualsiasi parte di Eretz-Yisrael, comprese la Giudea e la Samaria che costituiscono parte integrale di Eretz-Yisrael. In nessuna parte della Terra di Israele sono stranieri gli Ebrei. Chiunque asserisce che non sia lecito a un Ebreo vivere in Giudea e in Samaria soltanto perché Ebreo, nei fatti sostiene un concetto che ricorda in modo inquietante le politiche Judenrein della Germania nazista che vietava la partecipazione di Ebrei a certi ambiti della vita per il solo motivo che erano Ebrei”.

In un video pubblicato sulla sua pagina Facebook il 9 settembre 2016, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto sostanzialmente una cosa simile. Questa la parte iniziale del suo messaggio: “Sono sicuro che molti di voi hanno sentito dire che le comunità ebraiche in Giudea e Samaria, in Cisgiordania, sono un ostacolo alla pace. Questo concetto mi ha sempre lasciato perplesso, giacché nessuno sosterrebbe sul serio che i quasi due milioni di arabi che vivono all’interno di Israele sono un ostacolo alla pace. Infatti non lo sono. Anzi, la diversità di Israele dimostra la sua apertura e disponibilità alla pace. Eppure la dirigenza palestinese reclama di fatto uno stato palestinese con una pre-condizione: niente ebrei. C’è una locuzione per questo: si chiama pulizia etnica, ed è una pretesa vergognosa. E ancora più vergognoso è che il mondo non trovi questa pretesa vergognosa. Alcuni paesi, per il resto civili, addirittura promuovono questa vergogna. Domandatevi: accettereste la pulizia etnica nel vostro paese? Un territorio senza ebrei, senza ispanici, senza neri? Da quando in qua l’intolleranza costituisce un fondamento per la pace?”

Parole che pesano come macigni e che evidenziano la vergognosa scelleratezza di chi contesta il diritto inalienabile del Popolo Ebraico a vivere in pace nella sua patria ancestrale. Domande alle quali prima o poi bisognerà trovare una risposta. Se non lo fa la politica lo faccia almeno la società civile: non è più tollerabile, anche e soprattutto alla luce del contesto storico in cui oggi viviamo, accettare supinamente il negazionismo islamista e la propaganda antisemita che stanno alla base del mito palestinese.

In alto a sinistra: 24 aprile 1920, il territorio sottoposto al Mandato per la Palestina – si notino gli altri tre mandati: Libano, Siria (Mandato francese) e Iraq (Mandato britannico). In basso a sinistra: 24 luglio 1922, il territorio sottoposto al Mandato per la Palestina viene diviso in due (la Palestina ebraica ad ovest del Giordano, la Palestina araba ad est del Giordano). A destra: 16 settembre 1922, l’area geografica della Palestina-Eretz Israel destinata al Popolo Ebraico – © Eli E. Hertz

Roberto Giovannini, L’Informale, 12/09/2016

 

 

 

 

One Response to Decostruire il mito palestinese – La terra

  1. Claudio ha detto:

    Articolo interessante e da diffondere.
    Oltre ad altri pregi, Israele ha il merito di consentire a molti arabi-palestinesi di vivere in un paese democratico. Un aspetto che istintivamente mi verrebbe da rifiutare (considerato l’atteggiamento della “controparte”), ma che è indubbiamente giusto ed è in grande contrasto con l’intolleranza (e il razzismo) del mondo arabo.

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