Dopo 70 anni (e mezzo trilione di dollari) cosa hanno ottenuto le Nazioni Unite? Il bilancio triste e fallimentare del più grande jet set delle buone intenzioni. Inchiesta sull’industria della bontà

di Giulio Meotti | 21 Settembre 2015 ore 10:03

Caschi blu dell’Onu in partenza per una missione. Le operazioni di peacekeeping sono la prima voce di spesa dell’organizzazione

La prestigiosa rivista scientifica inglese Lancet ha pubblicato un rapporto clamoroso contro l’agenzia Onu di aiuti all’infanzia, Unicef, che sarebbe diventata “uno dei maggiori ostacoli alla sopravvivenza dei bambini nei paesi in via di sviluppo”. Da dieci anni l’Unicef finanzia progetti in difesa dei “diritti del bambino”, invece che investire sulla sopravvivenza dell’infanzia. Il linguaggio dei diritti umani significa poco per un bambino nato morto, per un neonato che muore di polmonite o per un ragazzino disidratato dalla carestia.

 

L’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, ha svolto un ruolo positivo in molte parti del mondo. Ma negli anni, complice anche la politica delle donazioni esterne, è diventata una sorta di guardiana delle politiche di immigrazione nel mondo. L’Unhcr decide chi è “rifugiato” e chi no, arrogandosi un potere immenso, ideologico, aleatorio. Nel campo profughi di Tug Wajalle, in Somalia, nessuno ha mai saputo con precisione quanti fossero i veri profughi etiopi e quanti, invece, i somali che fingono di essere rifugiati dalla vicina Etiopia per accaparrarsi il cibo passato dall’Alto commissario dell’Onu per i profughi (Unhcr).

 

Barbara Harrell-Bond, fondatrice del Refugee Studies Center dell’Università di Oxford, ha scoperto che l’Unhcr in Uganda e Kenya ha imposto lavoro non retribuito ai rifugiati confinati nei campi e non è riuscita a proteggere le donne dalle mutilazioni genitali e dalla violenza domestica.

 

Nel libro “Rights in Exile”, scritto assieme a Guglielmo Verdirame, Harrell-Bond spiega come la gestione dei campi profughi dell’Onu sia un disastro e i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali sono costantemente violati anche a causa della struttura e della burocrazia onusiana. I profughi afghani nei campi Unhcr in Pakistan hanno subito i diktat degli islamisti, in particolare per l’assistenza in forma di istruzione e di opportunità di lavoro offerte dalle Nazioni Unite alle donne. Il livello di alfabetizzazione in quei campi è stato del 60 per cento tra i maschi rifugiati e del sei per cento tra le ragazze. “Culture” è la parola magica utilizzata dall’Unhcr come giustificazione per spiegare questo mancato rispetto dei diritti delle donne. Oltre sette milioni di rifugiati nel mondo si ritiene vivano in campi Unhcr per una durata di dieci anni e persino per alcune generazioni. Come ha scritto Merrill Smith, “condannare le persone che fuggono dalla persecuzione a ristagnare per il resto della loro vita è inutile, dispendioso, ipocrita, controproducente, illegale e moralmente inaccettabile”.
Ma di questo, l’Unhcr non parla.

 

La succursale palestinese dell’Unhcr, Unrwa, è accusata da anni di collusione con il terrorismo antisraeliano. Di giorno insegnante premuroso per le Nazioni Unite, di notte capo militare di Hamas. E’ il caso di Issa al Batran, che ha gettato enorme discredito sull’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi. Il suo codice Unrwa era il “2Z9558”. Awad al Qiq aveva alle spalle una lunga carriera come insegnante di Scienze in una scuola dell’Unrwa. Ma era anche il principale fabbricatore di bombe per il jihad islamico.

 

La credibilità dell’Undccp, l’Agenzia antidroga delle Nazioni Unite con sede a Vienna, è minata da anni di scandali. Dal 1997 al 2001 l’agenzia è stata diretta dall’italiano Pino Arlacchi, memorabile, che promosse la brillante idea di finanziare lo sradicamento delle colture di oppio afghano in cambio di incentivi economici. I Talebani ovviamente si presero i soldi e continuarono a produrre oppio. Dei fallimenti dell’Agenzia atomica, l’Aiea, è perfino inutile parlare. L’Unesco, l’Agenzia Onu per la cultura, è accusata di piegare la sua celebre lista dei tesori dell’umanità a fini commerciali. E mentre l’Isis da mesi fa saltare in aria ogni giorno qualche tesoro del passato, da Parigi l’Unesco emette indignati comunicati.

 

Il nepotismo è dilagato al vertice dell’Onu. Il figlio dell’ex segretario Kofi Annan, Kojo, era a libro paga della società che avrebbe dovuto controllare il funzionamento del programma iracheno Oil for Food, mentre la figlia dell’attuale segretario, Ban Hyun Hee, lavora per l’Unicef. Il genero del segretario, Siddarth Chatterjee, da quando il suocero è diventato segretario, è stato prima nominato capo dello staff dell’Onu a Baghdad, uno dei teatri più importanti di impegno delle Nazioni Unite. In seguito ha battuto un centinaio di candidati per la guida di una ricchissima agenzia in Danimarca che gestisce appalti miliardari, l’Unops. Subito dopo l’Unicef ha trasferito la moglie nonché figlia di Ban Ki-moon, in Danimarca. Il nepotismo dilaga anche fra i membri delle commissioni. Richard Falk, l’inviato dell’Onu nei Territori palestinesi, è sposato con Hilal Elver, che è inviata Onu per il diritto al cibo. Storie simili abbondano al Palazzo di vetro.

 

Come rivela un rapporto dell’Heritage Foundation, il numero di alti dirigenti dell’Onu è schizzato alle stelle: erano 143 nel 2006, sono saliti a 193 nel 2014. Un aumento del 35 per cento sotto Ban ki-Moon, che sale al 50 per cento nella sola città di New York. C’è stato anche un italiano, Nicola Baroncini, impiegato al programma per lo sviluppo dell’Onu (Undp), a denunciare il nepotismo interno alla burocrazia onusiana. Baroncini aveva infatti scoperto che il suo posto sarebbe andato alla figlia del responsabile della missione dell’Onu nella Repubblica democratica del Congo, il britannico Alan Doss. E quando c’è nepotismo di solito c’è anche corruzione.

 


Caschi blu in missione umanitaria


 

Per dirla con l’ex senatore americano Larry Pressler, “all’Onu regna una cultura da Terzo mondo: sei al potere? Ti arricchisci saccheggiando il paese”. Quando James Wasserstrom, un alto ufficiale anticorruzione presso le Nazioni Unite in Kosovo, ha denunciato uno schema che ha coinvolto tangenti del valore di cinquecento milioni di dollari a funzionari del Kosovo e a membri anziani della missione delle Nazioni Unite, il suo passaporto è stato confiscato e la sua fotografia affissa agli ingressi degli uffici della missione Onu per negargli l’accesso ai locali. Alla fine la battaglia legale gli ha dato ragione, ma la carriera di Wasserstrom era ormai distrutta. Il presidente Barack Obama ha convertito in legge un disegno di legge, il primo del suo genere, che costringe il Dipartimento di stato degli Stati Uniti a ritirare il 15 per cento dei finanziamenti americani da qualsiasi agenzia delle Nazioni Unite che non protegge gli informatori. Questa è una buona notizia, perché l’Onu è famoso per non proteggere gli informatori.

 

Il progetto per il Government Accountability con sede a Washingtion ha scoperto che l’ufficio Etica delle Nazioni Unite, che si occupa di ricevere i ricorsi per la protezione da informatori delle Nazioni Unite, non è riuscito a proteggere oltre il 98 per cento di coloro che si sono avvicinati a quell’ufficio per aiutare l’Onu tra il 2007 e il 2010. Ban Ki-moon ha sciolto il Procurement Task Force delle Nazioni Unite che era stato istituito dal suo predecessore, Kofi Annan, per indagare sulle irregolarità finanziarie all’interno dell’organizzazione. La task force aveva rivelato livelli sbalorditivi di corruzione e furto all’interno dell’organizzazione. Si è scoperto che quasi la metà dei 350 mila dollari destinata a una stazione radio delle Nazioni Unite a Baghdad era stata utilizzata per pagare i prestiti personali e le carte di credito. In Somalia, le agenzie delle Nazioni Unite si voltano dall’altra parte quando i partner locali rubano cibo e altri aiuti.

 

Coloro che osano parlare contro tali irregolarità sono castigati, ignorati, retrocessi, o licenziato. Quando Georges Tadonki, il capo dell’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari nello Zimbabwe, ha lanciato l’allarme su un possibile epidemia di colera nel 2008, è stato ammonito, sottoposto a un’indagine, e informato che il suo contratto non sarebbe stato rinnovato.

 

Il mantenimento della pace è finito in una trappola cinica. Come ha rivelato una inchiesta dell’Office of Internal Oversight Services, nel solo anno 2007 di 1,4 miliardi di dollari, elargiti per le missioni di pace, il quaranta per cento (619 milioni) era finito in movimenti di corruzione. Claudia Rosett, della Fondazione per la difesa delle democrazie, ha detto che la corruzione ormai investe tutti i tipi di contratto. La rete televisiva Cbs ha scoperto che centinaia di milioni di dollari del bilancio Onu sono scomparsi, inghiottiti in un buco nero di sprechi, cattiva amministrazione, corruzione. Impiegati mai esistiti, stipendi fantasma, lavori mai fatti. Se in Somalia 369 mila dollari sono stati pagati per servizi di distribuzione di carburante mai previsti, un direttore dell’agenzia che aiuta i rifugiati palestinesi si è tenuto 100 mila dollari dell’agenzia su una banca privata e ha omesso di comunicare un interesse personale in un progetto d’irrigazione. E spesso queste missioni umanitarie finiscono per coprire i crimini di guerra delle parti in campo. Aicha Elbasri, che ha servito come portavoce per la missione delle Nazioni Unione Unite in Darfur (Unamid), ha rivelato che tra l’agosto 2012 e l’aprile 2013 la missione ha volutamente sottostimato e nascosto gli attacchi delle forze sudanesi contro i civili.

 

Paesi potenti forniscono i soldi, gli Stati Uniti il finanziamento di un quarto del budget e i paesi più poveri, soprattutto di Africa, Asia meridionale e America Latina, forniscono le truppe. E i soldati, quasi sempre scarsamente addestrati e selezionati, sono stati responsabili di abusi sessuali in tutto il mondo. La ong Human Rights Watch ha accusato la missione delle Nazioni Unite nella Repubblica democratica del Congo di essere “un modello di sfruttamento sessuale di donne e ragazze congolesi”. Nel 2011, è uscito sui giornali uno dei titoli meno rassicuranti di tutti i tempi: “Accuse di abusi sessuali contro i Caschi blu in declino nella Repubblica democratica del Congo e in Liberia”. In declino… Il rapporto del principe Zeid al Hussein, “A Comprehensive Strategy to Eliminate Future Sexual Exploitation and Abuse in United Nations Peacekeeping Operations”, parla di Caschi blu coinvolti in scandali sessuali in Bosnia, Kosovo, Cambogia, Timor Est, Burundi e Africa occidentale. In Africa si parla ormai di “peacekeepers babies”, i bambini illegittimi dei “soldati umanitari”.

 

Lo scorso giugno l’Onu ha iniziato a proporre test del Dna proprio per cercare i padri dei bambini nati dai rapporti sessuali dei Caschi blu con le donne dei paesi nei quali si trovavano ad operare. I soldati umanitari hanno preteso abitualmente prestazioni sessuali in cambio di cibo, denaro, vestiti, telefonini e profumi. Un dossier interno segnala che le denunce di abusi sessuali sono state 480 nel periodo compreso fra il 2008 e il 2013. Un terzo dei casi vede coinvolte donne non ancora diciottenni. Scandali di abusi sessuali e pedofilia di massa hanno colpito le Nazioni Unite a partire dai primi anni Novanta, quando le forze di pace in Cambogia furono accusate di abusi sessuali su ragazzine. Allora l’alto funzionario delle Nazioni Unite in Cambogia, Yasushi Akashi, minimizzò le accuse dicendo: “I ragazzi sono ragazzi”. L’Onu ha talmente presente la piaga del sesso dei suoi inviati umanitari da aver distribuito ai Caschi blu un opuscolo dal titolo: “Proteggiti dall’Hiv/ Aids”. “E’ il sesso occasionale a occupare gran parte del vostro tempo quando non siete di servizio? E’ questa la vostra maniera principale per combattere lo stress?”, chiede il libretto di trenta pagine. Un vademecum del Casco blu amatore su come evitare rischi di contagio.
L’ultima epidemia di Ebola ha rivelato le falle di un’altra celebre agenzia dell’Onu, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Il Wall Street Journal ha elencato tutti i fallimenti del sistema. Nel 1980, l’Oms ha sottovalutato la portata dell’epidemia di Aids ed è stata afflitta da lotte intestine e scarso coordinamento. Nel 2009 l’organizzazione è stata a dir poco lenta nell’affrontare l’influenza pandemica H1N1. Un’inchiesta interna pubblicata nel 2011 ha accusato l’Oms di aver commesso errori cruciali, tra cui la mancanza di trasparenza, la scarsa comunicazione esterna, i conflitti di gestione, e una definizione “inutilmente complessa” di pandemia. Nel 2010 l’Organizzazione mondiale della sanità si è trovata ad Haiti a dover gestire un’epidemia di colera mortale inavvertitamente introdotta da Caschi blu del Nepal intervenuti dopo il terremoto. Prove schiaccianti hanno dimostrato che i soldati delle Nazioni Unite hanno portato la malattia dal loro paese d’origine. Sono stati 8.774 gli haitiani morti di colera.

 

La malattia si è rivelata molto più veloce della burocrazia dell’Oms e ha contagiato Repubblica Dominicana, Cuba e Messico, uccidendo migliaia di persone. Si arriva così a Ebola, “una catastrofe evitabile” secondo il microbiologo belga e medico che ha coscoperto il virus nel 1976, Peter Piot, il quale ha accusato l’Onu di non aver agito in tempo per bloccare la malattia.

 

Le prime voci a favore di una riforma del Palazzo di vetro risalgono al 1948. L’Onu non si era ancora riunita e gli stati membri discutevano già su come cambiarla. Nelle parole di Charles Lichtenstein, ambasciatore americano negli anni Ottanta,  “l’Onu era già un treno fuori controllo”.

 

Tanti auguri, Palazzo del fango!

 

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