Cari amici

In allegato (qui sotto) troverete il modulo d’iscrizione alla Federazione Sionistica Italiana (F.S.I). Assieme al modulo d’iscrizione troverete anche la descrizione del movimento Over The Rainbow che ha lanciato questo progetto del rinnovamento della F.S.I. Visto che abbiamo tempo fino a Ottobre 2014 per raccogliere più adesioni possibili per rilanciare il progetto Federazione Sionistica in Italia, vi prego di cominciare subito a far iscrivere più persone possibili.

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ADI news

 

 

 

Cari amici di Israele

Vi informo che il 4° viaggio ADI dal 7 al 14 Settembre 2014 si farà, per cui invito  calorosamente coloro che vorrebbero partire con noi di contattare al più presto il tour operator Easy Israel.

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di Daniel Pipes
19 luglio 2014
it.danielpipes.org

Pezzo in lingua originale inglese: Are Millions Worldwide Protesting Israeli Actions?
Traduzioni di Angelita La Spada

RT, la rete di notizie finanziata dal governo russo – ed erede della Pravda, organo d’informazione dell’era sovietica – ha pubblicato un articolo il cui titolo fa di tutto per attirare l’attenzione, “Siano milioni, siamo tutti palestinesi: ondate di proteste in tutto il mondo chiedono la fine del massacro a Gaza”. L’articolo prosegue elencando le manifestazioni contro Israele. Ma leggendo bene il pezzo, è subito evidente che il titolo contiene due importanti inesattezze:

1. Non ci sono “milioni” di manifestanti coinvolti. Certo che no. Utilizzando le cifre fornite da RT si scopre che il numero dei manifestanti è decisamente inferiore: 17; oltre 10.000; 1.300; decine; 4.000; e 150 manifestanti.

2. Non sono state organizzate manifestazioni di protesta in tutto il mondo. RT afferma che esse si sono svolte negli Stati Uniti, in Argentina, Gran Bretagna, Norvegia, Svezia, Francia, Germania e Australia.

Una manifestazione contro Israele svoltasi il 16 luglio a Lione, in Francia.

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Hamas continua a lanciare razzi. Israele risponde con i raid su Gaza. Gli Usa revocano il divieto alle compagnie aeree di volare su Tel Aviv.

Le sirene di allarme risuonano nella parte centrale di Israele, compresa l’area grande di Tel Aviv, e nella zona costiera.

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Sderot, israeliano guarda, dalla sua casa, con il binocolo verso la Striscia di Gaza

Segno evidente che il lancio dei razzi da parte di Hamas va avanti.
E Israele continua con le operazioni militari. La fine delle ostilità nella Striscia di Gaza è ancora lontana. E, fa sapere l’esercito, anche se si arrivasse a una tregua i famigerati tunnel che passano sotto il confine, utilizzate dai miliziani palestinesi per i loro attacchi improvvisi contro Israele, resterebbero un bersaglio da continuare a colpire. lo ha puntualizzato a nome del governo il ministro per la Scienza dello Stato ebraico, Yaakov Peri.

Il bilancio delle vittime è salito a 718 il numero dei palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza. Sono invece 32 soldati, due civili e un lavoratore thailandese le vittime dal lato israeliano, nelle ostilità in corso dall’8 luglio. L’ente federale statunitense per la sicurezza del volo (Faa) ha revocato il divieto alle compagnie aeree americane di volare sull’aeroporto di Tel Aviv, pur mettendo in guardia i vettori sulla “situazione assai instabile” della sicurezza. L’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv era stato sfiorato due giorni fa da un razzo lanciato dalla Striscia di Gaza. Il Brasile intanto ha richiamato in patria il proprio ambasciatore in Israele a seguito dell’operazione a Gaza. “Il governo brasiliano – recita una nota ripresa dai media israeliani – considera inaccettabile l’escalation di violenza. Condanniamo fermamente l’uso sproporzionato della forza da parte di Israele a Gaza”.

 

Paz Eliyahu, 22 anni.

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Li Mat, 19 anni.

Shahar Duaber, 20 anni.

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Una parte cospicua dell’opinione pubblica è convinta che gli ebrei abbiano imparato da Hitler a essere crudeli, e massacrino i palestinesi per questioni di dominio territoriale. Ma Israele reclama solo il diritto di esistere che, di fatto, gli viene negato.

Vista da lontano la guerra nella Striscia di Gaza suggerisce una considerazione forse ingenua: se quelli di Hamas lanciano missili su Israele, ovvio che gli israeliani non stiano con le mani giunte, ma rispondano militarmente agli attacchi e non si limitino a difendersi.

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Giova ricordare una banalità: la guerra si fa almeno in due, l’uno contro l’altro. Quanto ai motivi dei conflitti armati che nella zona si susseguono da oltre 60 anni, è vero che sono molto complessi, un miscuglio di torti e di ragioni, ma volendo semplificare si può dire che la nascita di Israele comportò una durevole emarginazione dei palestinesi. Gli attriti cominciarono subito. Una risoluzione dell’Onu raccomandava una cosa semplice: l’istituzione di due Stati, uno israeliano e l’altro palestinese.

Il secondo non ha mai visto la luce, perché il Piano di partizione approvato dalle Nazione Unite nel 1947 fu respinto dai Paesi arabi. Mentre il primo nel giro di pochi lustri si è sviluppato ed è diventato un’enclave occidentale nel Medioriente. Una civiltà avanzata nel deserto non poteva che creare dissidi. A parte ciò, bisogna riconoscere che un popolo senza patria (i palestinesi) coltiva i semi dell’odio. E l’odio prima o poi (o periodicamente) esplode. Fra due Stati si sviluppano spesso rapporti di buon vicinato. Ma fra una nazione organizzata e moderna e un popolo allo sbando la compatibilità è difficile. Senza farla tanto lunga, la vicenda è questa. Se aggiungiamo che la Stella di David ha vinto ogni battaglia nell’area, si comprende ancor meglio la rabbia di chi ha sempre perso. Ma comprendere non significa giustificare.

Israele, in fondo, reclama solo il diritto di esistere che, di fatto, gli viene negato. L’aspirazione (varie volte dichiarata) dei Paesi di quell’area geografica è quella di distruggere i nemici ebrei, i quali per evitare di essere massacrati si armano fino ai denti e, quando sono minacciati, reagiscono, alimentando l’antisemitismo internazionale, ancora molto forte, che trova ospitalità anche in Italia sia in certa sinistra, sia in certa destra, specialmente fascista, sia nella maggioranza della stampa. Cosicché in modo assai rozzo, gli israeliani vengono fatti passare – a causa di una propaganda disgustosa – per cattivi, e i palestinesi per povere vittime. Sorvoliamo per brevità su tutte le guerre che hanno insanguinato quelle terre, ma non sui tentativi di istituire uno Stato palestinese che avrebbe consentito una pace duratura. Tentativi immancabilmente falliti.

Una maledizione? Il sospetto è che in Medioriente prevalga l’interesse a tenere alta la tensione e a impedire in Israele la costruzione di un assetto definitivo, non insidiato dai nemici storici. L’antisemitismo gioca un ruolo fondamentale (in Europa e in Italia) nella demolizione sistematica della reputazione israeliana. Un esempio emblematico: se si tratta di celebrare la Shoah, ci sentiamo tutti fratelli degli ebrei e deprechiamo i nazisti e i fascisti che li sterminarono; ma non appena esplode un colpo di fucile lungo i confini dello Stato ebraico, il sentimento di solidarietà nei loro confronti si trasforma subito in antipatia se non in autentico razzismo. In questi giorni ne abbiamo sotto gli occhi la prova.

Hamas fa piovere missili sulla testa dei cittadini di Israele e se costoro rispondono mirando a obiettivi militari, i terroristi obbligano i civili (anche i bambini) della Striscia a proteggerli a costo della vita. Dopo di che si grida allo scandalo perché gli israeliani uccidono i fanciulli. La mistificazione funziona a meraviglia. Tant’è che una parte cospicua dell’opinione pubblica è convinta che gli ebrei abbiano imparato da Hitler a essere crudeli, e massacrino i palestinesi per questioni di dominio territoriale. La disinformazione produce effetti impressionanti, e la propaganda più è sgangherata più viene bevuta dalle masse acritiche. Che ignorano perfino che Hamas è una banda di terroristi che fa del male soprattutto ai palestinesi.

 

Molti sostengono che la stragrande maggioranza degli abitanti di Gaza morti
nell’operazione “Margine protettivo” sono “civili”. È vero?

Il “ministero” dell’interno di Hamas a Gaza ha diffuso via internet delle
linee guida per i palestinesi che usano i social network. Vi si legge fra l’
altro: “Il Dipartimento Informazione del Ministero degli Interni e della
Sicurezza Nazionale ha incaricato gli attivisti sui social network, in
particolare Facebook, di correggere alcuni dei termini comunemente usati quando
si occupano dell’aggressione in atto nella striscia di Gaza. (…) Qualunque
ucciso o martire deve essere definito un civile di Gaza o di Palestina, prima
di parlare del suo status nella jihad o del suo grado militare. Non si
dimentichi di aggiungere sempre ‘civile innocente’ o ‘cittadino innocente’ nel
definire gli uccisi negli attacchi israeliani su Gaza. (…) Con un interlocutore
arabo, iniziate con il numero dei martiri. Con un interlocutore occidentale,
iniziate con il numero dei morti e feriti. (…) Evitate di pubblicare foto di
razzi lanciati contro Israele dall’interno di centri urbani”. (Da: Memri,
17.7.14)

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21 luglio 2014 By Rights Reporter

Ieri Papa Francesco ha lanciato il suo appello per la pace: «la violenza non si vince con la violenza, la violenza si vince con la pace» ha detto Papa Francesco all’angelus. Il Papa non può dire diversamente, è il concetto cristiano del “porgere l’altra guancia” che lo costringe a dire così. Poi però c’è la realtà.

E cosa ci dice la realtà che probabilmente conosce anche Papa Francesco ma che per il suo ruolo non può esprimere? La realtà ci dice che l’estremismo islamico sta velocemente conquistando un territorio dietro l’altro e non lo fa con “i fiori nei cannoni” ma con una violenza inaudita, mai vista a questi livelli. Lo fa con stragi immani, con esecuzioni di massa sommarie, lo fa attraverso una sistematica pulizia religiosa, attaccando i fedeli cristiani, bruciando le chiese, preferibilmente con i fedeli dentro. Lo fa distruggendo tutto quello che non è islamico che trova lungo il suo cammino. E come dovremmo rispondere a questa gente? Parlandogli di pace?

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Quindicesimo giorno di guerra. Israele dice no alla tregua. Fuga di civili dalla Striscia di Gaza. Il segretario dell’Onu vede Netanyahu.

A Gaza e dintorni non c’è nemmeno un luogo sicuro per i civili. Lo ha detto oggi a Ginevra il portavoce dell’Ufficio delle Nazioni unite per gli affari umanitari (Ocha), Jens Laerke evocando una situazione “devastante, con più di 100mila persone che risultano sfollate in 69 scuole gestite dall’Unwra” (l’ente dell’Onu per i rifugiati palestinesi). Particolarmente preoccupante è la situazione dell’accesso all’acqua: “Stimiamo che 1,2 milioni di persone non abbiano accesso all’acqua o solo in modo limitato.

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Inoltre, abbiamo notizie di inondazioni delle fognature, una minaccia per la salute pubblica”. Ma ovviamente il problema principale sono i bombardamenti e la guerra in corso, con Hamas, da un lato, che continua a lanciare razzi, e Israele che risponde.

Con la riapertura del valico di Rafah sono 2.230 i palestinesi che hanno attraversato il confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto. E da Rafah verso Gaza sono passate 466 tonnellate di aiuti alimentari e 53 tonnellate tra medicine e materiale medico e per l’infanzia, così come molti feriti palestinesi, ricoverati negli ospedali egiziani. “Le autorità egiziane – dichiara una fonte governativa – hanno concordato una serie di regole per organizzare il meccanismo di ingresso delle carovane di aiuti per la Striscia”, pur sottolineando che anche Israele “ha la responsabilità di aprire i valichi e facilitare il passaggio delle persone e l’arrivo dei beni di prima necessità alla popolazione della Striscia di Gaza. Questo – ha concluso – rappresenta un dovere giuridico sulla base del diritto internazionale e degli accordi di Ginevra”.

Intanto si aggrava di giorno in giorno il bilancio delle vittime: 593 quelle palestinesi, 27 soldati e due civili morti per gli israeliani. L’esercito israeliano ha identificato il soldato dichiarato disperso a Gaza: si chiama Oron Shaul, ha 20 anni ed è originario di Poria. Lo scrivono le forze armate su Twitter, aggiungendo: “Stiamo ancora lavorando per identificare il suo corpo”. Con tutta probabilità è lo stesso “Aron Shaul” che Hamas aveva detto di aver rapito due giorni fa. Come riferiscono fonti israeliane, era scomparso domenica dopo uno scontro a fuoco nel quartiere di Shujaiyeh, a Gaza. Le autorità di Tel Aviv non hanno ancora confermato il rapimento. Potrebbe, infatti, essere rimasto ucciso.

Un aereo da combattimento israeliano ha bombardato, senza causare vittime, l’ultimo piano di una torre residenziale nel centro di Gaza, dove si trova la sede di Al-Jazeera e gli uffici dell’agenzia di notizie statunitense Ap.

“Ci hanno detto che è stato un errore, ma che comunque era meglio che non tornassimo ad avvicinarci”, ha raccontato un collaboratore di una delle testate. Nel dare la notizia l’emittente tv ha addossato la responsabilità della sicurezza del proprio personale al ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman. Quest’ultimo ha definito lunedì al Jazira “una colonna portante dell’apparato di propaganda di Hamas” e chiesto che le attività dell’emittente vengano bandite in Israele. Nei giorni scorsi Israele ha anche messo in guardia tutti i corrispondenti stranieri presenti a Gaza sul fatto che rimanere è pericoloso e che non potrà garantirne l’incolumità.

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Soldato israeliano entra in un tunnel di Hamas

La guerra si combatte non solo con i razzi, le bombe e l’artiglieria. C’è anche, come sempre, l’arma dei media, con “verità” veicolate ad arte per suffragare la propria parte. E, stavolta più che mai, si fa un uso massiccio anche dei social network. Da una parte l’Israel Defense Force che su Twitter (@idf) fa la cronaca quasi in diretta della guerra, e spiega l’importanza dei “bombardamenti chirurgici”. Sull’altro fronte rispondono agguerrite le Brigate Ezzedin Al Qassam, braccio armato di Hamas, che denunciano la “barbarie” dei bombardamenti israeliani, mostrando lo strazio dei corpi maciullati. La guerra a colpi di tweet non conosce pause. L’esercito israeliano cerca di colpire l’opinione pubblica mondiale postando varie foto (il Big Ben di Londra, la Torre Eiffel di Parigi) sormontate da razzi che opiovono dal cielo (proprio come avviene in Israele). E una domanda: “Voi cosa fareste?”.

“Avete bisogno di proteggere i vostri civili dai razzi ed io condanno fortemente il lancio di razzi. Ma la vostra riposta militare sta causando molte vittime civili”, ha detto il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon al ministro della difesa israeliano Moshe Yaalon prima di incontrare il premier Netanyahu. “Il popolo di Gaza – ha proseguito Ban – è vittima del brutale regime di Hamas”. E rivolgendosi alle due parti che si combattono senza esclusioni di colpi, ha detto: “Basta combattersi, iniziate a parlarvi. Le operazioni militari non favoriranno la stabilità di Israele”. Ha poi informato Netanyahu e Yaalon dei colloqui da lui avuti con i leader arabi e palestinesi sulla possibilità di una tregua. Il segretario generale ha definito “scioccanti” i missili che continuano a essere sparati dalla Striscia verso Israele, ma ha anche esortato lo Sato ebraico ad esercitare il “massimo contenimento”.

Benyamin Netanyahu ha risposto in questo modo: “Abbiamo usato per molto tempo tutti gli strumenti (per dare una possibilità a Gaza, ndr), abbiamo mostrato la volontà di mantenere le violenze ai livelli minimi, purtroppo Hamas con la sua violenza è contraria alle nostre iniziative”. E ancora: “Non volevamo questa escalation. Abbiamo accettato la proposta egiziana, sostenuta da Lega Araba e dagli Usa. Ma Hamas l’ha respinta. La nostra è un’autodifesa. Faremo – ha aggiunto – quello che dovremo fare per difenderci”.

“Hamas è come l’Isis, al Qaida e Boko Haram. Loro non vogliono una soluzione a due Stati. La loro lagnanza è che noi esistiamo”, ha detto ancora il premier israeliano nella conferenza stampa insieme a Ban Ki-moon.

Dall’Egitto torna a farsi sentire il segretario di Stato John Kerry. “Hamas deve fare una scelta, che avrà un impatto decisivo sulla gente di Gaza”. La scelta è questa: accettare o rifiutare la proposta egiziana per il cessate il fuoco, pienamente appoggiata dagli Stati Uniti. Il cessate il fuoco, però, non può essere abbastanza. Bisogna “affrontare le tematiche incredibilmente complesse alla base della crisi”. Kerry ha poi concluso il suo discorso affermando che “gli Stati Uniti sostengono il diritto di Israele a difendersi”, ma che “abbiamo visto troppo spargimento di sangue da entrambe le parti”.

 

 

Oltre al “roof knocking”, l’esercito israeliano cerca di limitare le perdite civili avvertendo telefonicamente gli abitanti delle case nel loro mirino.

Nell’aspro conflitto israelo-palestinese, l’esercito israeliano ha chiarito più volte che il suo interesse è rivolto a colpire target militari e non civili. Per far questo le forze israeliane hanno messo a punto una serie di strategie per limitare le perdite civili e colpire solo i militanti.

Una di queste strategie si chiama “roof knocking”. L’espressione significa letteralmente “bussare sul tetto”: gli aerei israeliani lanciano prima una piccola bomba sul tetto dell’edificio che intendono bombardare. Si tratta di una sorta di avvertimento: dopo la prima piccola esplosione, gli inquilini hanno circa un minuto per scappare, prima che segua il vero bombardamento.

Un’altra tecnica utilizzata dagli israeliani per ridurre le perdite civili consiste nel telefonare agli abitanti dell’edificio che si intende bombardare per avvertirli di lasciare immediatamente la propria casa. Tuttavia avere salva la vita a volte non fa soffrire meno di sapere che nel giro di 10 minuti tutta la storia della propria vita racchiusa fra quelle mura cesserà di esistere.

Chi ha ricevuto queste telefonate d’avvertimento come questa e ha potuto poi raccontarlo, spiega sui social network quanto è difficile avere a che fare con questi episodi. Tra i messaggi colti in rete, riportiamo lo status di Annemarie Jacir, regista palestinese, si legge: “Da un amico di Gaza – Ve lo dico io cos’è più difficile del morire a Gaza colpiti da un missile israeliano”. Più difficile è ricevere una telefonata dall’esercito israeliano che ti dice di lasciare la tua casa perché sarà bombardata nel giro di 10 minuti. Immaginate, 10 minuti; e tutta la tua storia sarà cancellata dalla faccia della Terra”.