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Commento di Michelle Mazel

(Traduzione di Yehudit Weisz)

http://www.jpost.com/Edition-Francaise/Moyen-Orient/Le-terrorisme-une-affaire-rentable-481992

 


Terroristi di Hamas

Gli autori degli attacchi hanno molti benefici finanziari pagati dall’Autorità Palestinese e Il terrorismo palestinese ha vasti consensi sulla stampa. Per una parte dell’opinione pubblica occidentale, i palestinesi che colpiscono in modo indiscriminato i civili israeliani, sono degli eroi. Dopo ogni attacco, i media spesso evidenziano la frustrazione e la disperazione che spingono “giovani” coraggiosi a fare qualcosa. Quindi è ispirandosi ai sentimenti più nobili e rivendicando un Dio Onnipotente che loro attaccano a caso uomini, donne, anziani e bambini. A volte vengono messi a confronto con gli eroi della resistenza francese o di altri Paesi, pronti a morire per combattere l’oppressore.

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Sgarbi: «Quando l’arte sa ancora parlare all’uomo»

14 febbraio 2017

Il critico ha presentato oggi a Milano le casette create dall’artista Maurizio Orrico e donate ai senza tetto della città

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«Se penso a Milano, penso a un clochard dell’arte come Giovanni Testori. Il mondo dei clochard l’ho sempre visto come un mondo artistico in sé. Testori lo capiva. Che un artista se ne occupi è tutt’altro che strano. Lì l’artista capisce che l’arte ha ancora qualcosa da dire all’uomo. E l’uomo sottratto dalla dimensione capitalistica e consegnato a una dimensione altra ha ancora da dire all’arte».

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Mercoledi 22 febbraio dalle 20.30 alla sinagoga Beth Shlomo, corso Lodi 8/c

MM3 Porta Romana – Ingresso libero

Da poco l’America ha voltato pagina, cambiando presidenza da Barack Obama al Repubblicano Donald Trump e si è trattato di un cambio epocale che ha fatto discutere e crea divisioni nel mondo ebraico e internazionalmente. Lo scorso 20 gennaio Trump ha preso le redini degli Stati Uniti ma quali sono le prospettive, le possibili conseguenze e la personalità di questo nuovo leader e in Medio Oriente e negli Stati Uniti cosa sta succedendo? Come si stanno comportando Erdogan e Nethanyahu e quali potrebbero essere i rapporti e gli scenari alla luce della nuova presidenza americana e cosa sta accadendo in Israele e in Turchia? Cos’è cambiato in Italia verso Israele e l’America negli ultimi anni? Questi e molti altri saranno gli argomenti della serata del 22 febbraio, dalle 20.30 alla sinagoga Beth Shlomo, corso Lodi 8, MM3 Porta Romana organizzate da Adi Associazione Amici di Israele e condotte dal giornalista e scrittore Roberto Zadik e stavolta relatori dell’incontro saranno, Stefano Magni redattore, blogger e saggista che collabora per testate online come “La bussola” e “L’intraprendente” e Monica Mistretta, giornalista, blogger e esperta di Medio Oriente. Continuano le serate, a ingresso libero, al Beth Shlomo e ogni mese un tema diverso, stavolta si parla di politica estera e dei nuovi scenari che ci attendono.

 

Je-Suis-Juif

È diventata la banlieue per eccellenza, quella di Seine-Saint-Denis, conosciuta in Francia semplicemente come il 93. Chi, come l’orientalista Gilles Kepel, autore del libro Novantatré (Quatre-vingt-treize, Gallimard, 2012), cerca di capire le radici della jihad made in Francia, la radicalizzazione islamica dei giovani della periferia, la disintegrazione della seconda generazione della popolazione proveniente dal Maghreb, studia con attenzione la realtà di questo dipartimento della “petite couronne parisienne”, a nord est della capitale, con le sue cités e i palazzoni formato Scampìa. Seine-Saint-Denis non è stata solo la periferia che si è popolata di manodopera araba, arrivata in massa nella Francia del dopoguerra. In effetti, dopo la decolonizzazione dei Paesi dell’Africa del Nord negli anni Sessanta, nel 1993 sono confluiti proprio qui, numerosi, anche gli ebrei sefarditi. Ma di fatto,  a partire dagli anni 2000, Seine-Saint-Denis si sta svuotando dalla sua popolazione ebraica, che non si sente più al riparo dall’ascesa del nuovo antisemitismo.

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ILFOGLIOQUOTIDIANO

SABATO11EDOMENICA12FEBBRAIO2017 ANNOXXIINUMERO36 – PAG4

ANNOXXIINUMERO36 - PAG4 ILFOGLIOQUOTIDIANO SABATO11EDOMENICA12FEBBRAIO2017 copia 2

 

di Yoram Debach

Progetto Dreifus

Il livello di antisemitismo di una nazione è direttamente proporzionale alla sua incapacità di contrastare il terrorismo islamico.

Oggi ricorre l’undicesimo anno dalla morte di Ilan Halimi, il ragazzo della porta accanto che dopo quasi un mese di ricerche fu ritrovato agonizzante, legato, incapace di parlare, nudo, denutrito, con bruciature sull’80% del corpo e con diverse ferite sul collo e in viso nei pressi di un binario ferroviario della periferia di Parigi. Inutile la corsa in ospedale, morì subito dopo il suo ritrovamento.
Rapito, torturato e ucciso da una banda di malviventi guidati da Youssuf Fofana, un ivoriano antisemita che nelle sue innumerevoli telefonate alla famiglia, recitava a vanvera versi del Corano pensando come troppe persone ancora, che gli ebrei abbiano i soldi e pretendendo dall’umile famiglia di Ilan un riscatto impossibile da racimolare.

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 12 Feb 2017

Ariel Shimona Edith Besozzi

Probabilmente, per alcuni, sono io ad essere paranoica, ad aver perso il senso della realtà, ad essere troppo lontana dal mondo per comprendere. Certamente si tratta di questo, non si può spiegare altrimenti questo delirio generale che ha coinvolto il mondo. Certo si tratta particolarmente di intellettuali e politici, si tratta di giornalisti i cui pezzi hanno rilevanza nazionale ed internazionale. Quindi sicuramente, secondo loro, sono io che sbaglio e loro che hanno ragione, d’altro canto non si può spiegare altrimenti il fatto che moltissime persone, anche persone che io considero di buon senso, che hanno accesso a diverse fonti d’informazione, le stesse cui ho accesso io; persone in grado di leggere diverse lingue, siano tutte allineate a questo strano delirio. Molti, molte, uno dopo l’altro si sentono in dovere di esprimere il proprio punto di vista sulla “devastazione” che sta attraversando gli Stati Uniti d’America a causa dell’insediamento di Trump, ognuno lo fa a modo proprio, c’è chi utilizza battute, chi foto ritoccate, chi l’articolo di un’intellettuale che sente maestro o maestra, chi lo fa attraverso la ripetizione ossessiva di notizie false. Poi ci sono le persone che incontro, con le quali parlo, anche loro tutte preoccupate e pronte a denunciare le cose terribili dette e fatte da Trump che “stanno trascinando il mondo verso un baratro oscuro e terribile”.

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“Duello nel ghetto” è una storia romana che racconta di Pacifico Di Consiglio, detto Moretto. L’unico ebreo romano che durante l’occupazione nazista resta in città per dare la caccia ai suoi persecutori. Un antifascista della prima ora che non sapeva chinare la testa, che non voleva chinare la testa.Molinari Rizzoli Milano

Pugile dilettante, la vita di Moretto, come quella di tanti ebrei romani, cambia dopo il 1938. Ma a differenza di altri, Moretto trova il modo per ribellarsi. Fa innamorare la nipote di Luigi Roselli, uno dei più spietati e pericolosi collaboratori italiani dei nazisti, e, grazie alle informazioni della giovane, lancia una sfida alle bande comandate dal colonnello Kappler, capo della polizia tedesca di Roma. Arrestato due volte, riesce sempre a fuggire mettendo in atto stratagemmi e altri intrighi, continuando a combattere contro centinaia di spie, delatori e poliziotti fascisti.

Per molti ebrei romani Moretto, rappresenta un eroe e un simbolo intramontabile. Questa storia viene raccontata dal direttore de La Stampa Maurizio Molinari e dallo storico Amedeo Osti Guerrazzi.

 

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Il viaggio verso l’Egitto cominciò molte ore prima, in una Tel Aviv illuminata come in tempo di pace. Due giovani paracadutisti israeliani, Nahum Barnea e Israel Harel, varcarono assieme il canale di Suez, nella battaglia che cambiò le sorti del medio oriente. Dieci giorni dopo l’attacco a sorpresa della Terza armata egiziana nel Sinai, Harel e Barnea, sotto il comando di Ariel Sharon, aggirarono le linee nemiche rovesciando le sorti della guerra. Sappiamo come andarono le cose: lo sfondamento delle linee israeliane, l’angoscia di non “tenere”, di essere ricacciati in mare, come avevano promesso Nasser nel 1967 e Sadat nel 1972, il cedimento dell’Europa al ricatto arabo e l’invito a Israele di ritirarsi dai Territori, come se per Israele si trattasse di una provincia in più o in meno e non d’una questione di vita o di morte. Da allora i “Territori occupati” fiatano sul collo di Israele un enigmatico destino.

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