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Cari amici, quello che segue è il resoconto di un recente viaggio in Israele di una giornalista della provincia di Milano.

Cari amici, quello che segue è il resoconto di un recente viaggio in Israele di una giornalista della provincia di Milano.

Con l’occasione vorrei informarvi che le iscrizioni al viaggio in Israele per Capodanno 2007, sono già arrivate a 31 e, come precedentemente comunicato, non voglio superare le 40 persone. Invito quindi chi fosse ancora indeciso a contattarmi al più presto.

Buona settimana a tutti Chicca Scarabello

VIAGGIO

Ciò che colpisce un milanese di Israele è la luce abbagliante quando si scende dall’aereo a Tel Aviv. In qualsiasi stagione ci si trovi, rispetto al cielo piatto e uniforme del capoluogo lombardo, lo scintillio del Mediterraneo su cui si plana prima dell’atterraggio e il riverbero della terra color crema colpiscono l’occhio e, per chi è capace di sentire, anche il cuore, ineluttabilmente.

Del mio primo viaggio in Israele (ottobre 2004) porto con me tanti ricordi emozionanti, ma la prima impressione, come accade quando si incontra uno sconosciuto, è quella che ha lasciato il segno: l’aereo che rolla sulla pista curvando per raggiungere il suo posto e una scritta che risalta sulla facciata dell’aeroporto, “Welcome in Israel”. Un tuffo al cuore per l’emozione, inusuale, di sentirsi accolti così gratuitamente, come quando si fa ritorno a casa dopo un viaggio.

A qualche anno di distanza, dopo un’ulteriore visita, lo stato d’animo è più simile a quello di chi va a trovare un amico di lunga data: il viaggio – di nozze – è stato preparato accuratamente, scegliendo i luoghi da visitare nell’intento di immergersi quanto possibile a due “turisti fai da te” nell’atmosfera del paese e comprenderne qualche aspetto finora inesplorato.

Il giorno della partenza coincide fatalmente con la celebrazione del Ricordo, seguita dall’Anniversario della costituzione dello Stato israeliano: la soglia di allerta è superiore alla media per cui suscitiamo l’attenzione degli addetti alla sicurezza che ci trattengono un po’ più del solito trovando sospetto che una coppia di ultraquarantenni decida di andarsene a zonzo per Israele senza un’organizzazione alle spalle.

Arrivati a Gerusalemme però nervosismo e stanchezza lasciano velocemente il posto al piacere di rivedere le mura della città vecchia al tramonto e di potere nuovamente immergersi nella luce calda che avvolge e permea l’intero insediamento. Siamo alloggiati in uno degli hotel più antichi della capitale – già ospedale nonché presidio militare durante vari conflitti per la sua ubicazione strategica – con vista verso Oriente sulle mura della città in direzione della porta di Sion.

Approfittando della giornata festiva ci rechiamo a visitare la Cittadella di David che, oltre a offrire un buon esempio di architettura fortificata, permette di godersi una delle più belle viste della città, dall’alto della torre principale. Gerusalemme è infatti città di contrasti: vista dall’esterno appare compatta dentro le sue mura, mentre quando la si percorre attraversando quartieri e mercati, se ci si abbandona a tutto quello che sollecita l’occhio, l’olfatto e l’udito, è uno spettacolo che sembra non avere fine.

Facciamo onore alla cucina mediorientale, come accadrà in seguito per tutto il viaggio, cercando di assaggiare un po’ di tutto dagli antipasti (humos, falafel, babaganush) ai piatti più importanti a base di carne di montone o agnello, cui seguiranno quelli a base di pesce del lago di Kinneret.

Attraversando il quartiere cristiano ritorniamo sui nostri passi per l’irrinunciabile visita alla chiesa del Santo Sepolcro, simbolo di una cristianità tanto diffusa quanto divisa al suo interno: la prima impressione per chi viene dall’Italia è quella di un condominio nostrano dove si discute per chi laverà i vetri o si occuperà della spazzatura, senza tenere conto dei problemi più importanti. Superato il primo impatto ci si gode il luogo – seppure sempre parecchio affollato – che racchiude, oltre al sepolcro, un’ampia varietà di testimonianze degli sviluppi della religione cristiana.

Seguendo la via Dolorosa raggiungiamo l’estremo orientale della città vecchia e la chiesa di Sant’Anna, nei pressi della porta delle pecore (o dell’immondizia), una delle più antiche della Città Santa.

Il giro delle mura di Gerusalemme rappresenta un’ulteriore occasione di conoscenza della struttura della città vecchia, della quale si può percorrere circa un quarto del perimetro, andando a sbirciarne la vita quotidiana dal retro di abitazioni ed edifici pubblici. La visita comincia dalla porta di Giaffa (unico varco che interrompe la continuità della cinta di mura) e si svolge in senso orario in direzione della porta Nuova (accesso del quartiere cristiano-latino), fino alla porta di Damasco, che segna l’inizio della zona abitata dai musulmani.

Dalla luce abbagliante delle mura ci caliamo letteralmente nella penombra del suk che attraversiamo completamente per sbucare a lato del muro Occidentale.

Qualsiasi sia l’appartenenza originaria di ognuno, per chi viene da fuori, Gerusalemme rappresenta una splendida occasione per osservarsi e comprendere attraverso gli altri qualcosa di più su se stessi, a partire da principi (comportamentali, culturali, religiosi) assimilati come unici, che qui vengono messi in discussione ad ogni passo. Nel centro della città il tempo e lo spazio si compenetrano, talvolta senza sfiorarsi, qualche altra stridendo forte: dalle pietre modellate da migliaia di passi, ai vestiti, alle infinite parlate che rimbalzano da un negozio al caffé, dalle abitazioni ai luoghi di preghiera delle tre fedi che rappresentano la maggioranza degli abitanti della terra.

L’apprendimento emerge dalle differenze: la prima visita al muro Occidentale dona una sorta di shock a chi è abituato a pregare all’interno di un luogo ben delimitato da mura e tetto. Qui lo spazio sacro è all’aperto e a un osservatore occidentale superficiale potrebbe apparire poco significativo il fatto di pregare oscillando, stando di fronte a un muro, seppure millenario e carico di storia. Se ci si sofferma ad ascoltare in silenzio, appare evidente come questo luogo simbolico, caro agli ebrei di tutto il mondo, emani una tale potenza, capace di toccare anche il turista più distaccato e incredulo.

Dal muro si risale attraverso il quartiere ebraico che si distingue dalla maggior parte delle zone interne alla città vecchia per le strade a cielo aperto, oltre che per la pulizia. Per qualche tempo ci perdiamo nuovamente nel mercato, nonostante la cartina in mano, ritrovando finalmente l’antico cardo romano, oggi luogo deputato dello shopping. In fondo all’asse, oltre ai resti del lontano impero, un’enorme teca con l’Amenorah dorata.

A cena ci concediamo una variante sperimentando le specialità della cucina armena, proposta dall’omonima taverna nei pressi della porta di Giaffa.

L’accoglienza è solitamente cordiale, si tratti di piccoli bar gestiti da ragazzi israeliani (colpisce sempre la giovane età della maggioranza delle persone che incontriamo, si tratti della cameriera, dei militari di leva o degli addetti alla sicurezza di musei, alberghi o scolaresche) o di ristoranti tradizionali, a qualsiasi zona appartengano. L’italianità, oltre ad apparire ben accetta, suscita commenti di ogni genere favorendo la conversazione riguardo alle nostre città e alle loro squadre di calcio.

Una volta esaurito il desiderio di vagabondaggio attraverso la città vecchia, in una mattina dal cielo fosco e carico di nubi, decidiamo di dedicarci alla cultura andando a visitare il Museo nazionale, attratti soprattutto dallo Shrin Museum, la costruzione a cupola che racchiude gli antichi rotoli ritrovati sul Mar Morto. Il museo, che raccoglie i reperti più importanti della storia israeliana, è stato realizzato secondo un percorso chiaro ed efficace oltre ad accogliere i turisti con gentilezza, sia del personale di vigilanza, sia quanto a informazioni e comfort (book shop e caffetterie).

Prima di entrare nell’edificio a pianta circolare che contiene i famosi “rotoli”, raggiungiamo l’imponente plastico che ricostruisce la Gerusalemme contemporanea al Primo Tempio, un’opera didattica che ha richiesto ben cinque anni di lavoro. Visto che l’area archeologica è chiusa per ristrutturazione ci concentriamo su quella dedicata all’etnografia (di cui ammiriamo l’organizzazione museografica e i pezzi raccolti da tutto il mondo), in particolare le ambientazioni con abiti e oggetti utilizzati dagli ebrei provenienti dai paesi della diaspora.

In vista del nostro primo sabato in terra israeliana – anche la diversa scansione tra tempo lavorativo e festivo rappresenta uno spunto di riflessione sulla relatività delle abitudini – dedichiamo l’inizio della giornata a Yad Vashem, dove ritorniamo ancora una volta trepidanti per trascorrere un’ora di silenzio, tra lo spazio siderale dell’edificio dove arde la fiamma perenne del ricordo e lo struggente memoriale dedicato ai bambini. Nonostante l’orrore rievocato, Yad Vashem è luogo di grande bellezza, capace di regalare un momento di pace interiore.

La giornata è piena di sole e di vento per cui ci concediamo un giro sull’autobus a due piani, godendoci dall’alto quello che non abbiamo ancora visitato girando a piedi: il palazzo della Knesset con gli edifici più importanti della capitale, la stazione dei bus, il panorama dal monte Scopus, il monte degli ulivi, la vista del muro che chiude la città a Oriente, la spianata e la cupola d’oro che riflette l’abbagliante luce di mezzogiorno. Riguadagnamo la porta di Giaffa per rifocillarci e cediamo, la sera, alla tentazione di ritornare ancora una volta in prossimità del Muro, all’inizio dello Shabbat.

Muniti di auto puntiamo verso il Mar Morto e Masada, cercando di districarci in una periferia caotica in cui vengono indicati i nomi dei quartieri ma non le direzioni principali. Le strade israeliane fanno invidia a quelle lombarde, ma la segnaletica spesso lascia a desiderare con percorsi interrotti e cartelli nascosti, che si aggiungono alla nostra difficoltà di individuare l’unico alfabeto noto (latino) tra i tre utilizzati su ogni cartello e di decodificare le trasliterazioni, diverse rispetto a quelle indicate sulle nostre mappe stradali.

Trovata finalmente l’indicazione “Dead Sea” ci infiliamo nella nuova superstrada che corre da Ovest a Est attraversando il deserto di Giuda. La giornata è torrida e la mattina ormai tarda per cui il primo impatto con il complesso che accoglie la funivia di Masada (- 400 e rotti metri sul livello del mare) è quello di una folata di aria calda e umida che chiude la gola e lo stomaco. Una volta raggiunta la cima dell’altopiano che ospita i resti dell’insediamento erodiano, poi difesi dalla comunità zelota contro i soldati romani, ci accoglie a sorpresa un vento relativamente fresco, che mitiga la temperatura, ma non la luminosità abbagliante della radiazione solare. Il sito è pieno di scolaresche accompagnate da insegnanti e guardie armate, oltre a qualche turista straniero. La mappa e la segnaletica ci permettono una visita solitaria, scendendo fino al primo livello della villa edificata da Erode.

Lasciamo con non poco rimpianto il nido gerolosomitano alla volta di Tiberiade, ritrovando agevolmente la strada, già percorsa il giorno precedente, che raggiunto il Mar Morto segue a ritroso il corso del Giordano. Approfittiamo del vantaggio e dell’aria più fresca per fare visita al sito archeologico di Bet She’An, a posteriori forse il più bello e completo tra quelli indicati dalla guida. Lo scavo comprende i resti della cittadina che fu punto di scambio della Decapoli, mettendo in luce un teatro a cavea e un impianto termale ben conservato dai quali si sviluppa il foro con i resti di un tempio e di edifici residenziali e commerciali.

Una volta insediati in hotel, all’ingresso di Tiberiade proprio di fronte al lago, cominciamo a esplorare la cittadina che, nonostante la sua storia, conserva solo brandelli delle sue vestigia passate: parte della cinta muraria crociata, una roccaforte tramutata in ristorante e galleria d’arte, ora abbandonata, e un paio di chiese non accessibili. Lasciando da parte le velleità culturali, Tiberiade è una città turistica che offre una piccola passeggiata lungolago assiepata di ristoranti di ogni genere. Piena di gente in attività, la seconda sera ci incuriosisce con la musica di una banda. Lasciamo l’albergo per curiosare e ci troviamo di fronte a una scena tipo saggio scolastico di fine anno con ragazzi e ragazze che suonano con tanto di maestro… nell’aiuola spartitraffico della strada principale. E’ il primo maggio e, da buoni europei, pensiamo alla solennità dei lavoratori, scoprendo solo in seguito che i festeggiati sono i vigili del fuoco e la protezione civile locali.

La Galilea presenta strade magnifiche, corredate da una buona segnaletica, che attraversano ampi panorami e rilassano l’occhio grazie alla presenza dell’acqua e del verde. Puntiamo su Tel Megiddo, un sito archeologico nel quale sono stati individuati ben venti strati diversi che indicano la presenza di altrettante popolazioni o civiltà. Lo scavo è in cima a una verde collina (tel) da cui si può ammirare l’intorno. L’insediamento conferma la tradizione già individuata a Masada, di costruire in cima a rilievi insediamenti fortificati e riforniti d’acqua attraverso ingegnosi sistemi idraulici, integrati all’impiego della forza fisica umana.

Ci dirigiamo verso il sito meno noto di Bet She’Arim, che fatichiamo a trovare per scoprire infine che è totalmente incuneato in un quartiere residenziale a cui si accede da una strada a senso unico, uscendone attraverso un accesso differente. La fatica viene ripagata da un luogo affascinante che, anche se poco visitato e provvisto di comfort (no bar o book shop, solo le toilette), ci dona una visione inusuale delle tradizioni arcaiche legate alla sepoltura nelle civiltà che anche qui si sono susseguite. La parte più visibile di quella che fu una cittadina importante è la necropoli, con un percorso che unisce diversi mausolei a tre e quattro stanze, per culminare in una vera e propria “città dei morti” sotterranea piena di sarcofaghi decorati con scene di vita quotidiana.

L’altura del Monte Tabor rientra tra le aree naturali preservate o parchi nazionali come tanti altri siti di carattere archeologico. Ci facciamo una puntata di buon mattino per goderci ancora una volta la vista dall’alto della Galilea, visione capace di restituire una sensazione di abbondanza e di laboriosità che richiama la pianura nostrana. A differenza della valle del Po, qui il paesaggio è molto più vario e ondulato: colpisce l’occhio la struttura di alcune coltivazioni a forma circolare, suddivise esattamente in quattro settori di 90°.

Lo scirocco ci sorprende proprio quando decidiamo di dirigerci verso Akko (l’antico approdo crociato di Acri), confidando nel sollievo del vento marittimo, che si rivela invece ancora più torrido e umido della brezza di Kinneret. La luce è piatta rispetto a quanto ci siamo abituati a sopportare, e questo influenza un po’ lo stato d’animo. Visitiamo il cortile dell’imponente moschea per poi andare alla caccia dell’ingresso del museo della cittadella crociata (sempre della serie che le indicazioni non si sa bene a cosa potrebbero servire).

Ci godiamo il fresco dello scavo sotterraneo che ha messo in luce buona parte del complesso della fortificazione crociata, in particolare una sala da pranzo comune con volte ad arco acuto. Infiliamo il “tunnel crociato” per spuntare dal lato opposto della città vecchia, che riattraversiamo immergendoci nei colori e odori del suk.

La penultima giornata di vacanza la dedichiamo a Tel Hazor, a Nord di Tiberiade, che presenta caratteristiche simili alle altre cittadelle fortificate: ampio numero di sovrapposizioni storiche e un’enorme cisterna per l’approvvigionamento dell’acqua. Superata la prima cerchia di mura si può visitare ciò che è stato scavato di un antico palazzo cananeo, di cui si possono notare i basamenti delle colonne di un antico ordine gigante. L’area più recente è stata ripulita e ospita la ricostruzione di un edificio per abitazione con il pozzo e la macina.

La seconda tappa è il Monte delle Beatitudini, appena al di sopra di Thabca e Cafarnao, dove sostiamo nel silenzio, ricercando il sollievo di un po’ d’ombra in una giornata ormai torrida. C’è una tale umidità nell’aria del mezzogiorno che dall’alto il panorama del lago si diluisce e i suoi contorni, delimitati dalla catena del Golan, diventano evanescenti.

Il viaggio sta giungendo al termine ed è nuovamente sabato, una giornata calda e assolata che sul lago si svolge all’insegna del riposo e dello svago (corsa e camminata veloce lungo la passeggiata che collega Tiberiade a Kinneret, nuoto, bicicletta, canoa, piuttosto che sci e scooter in acqua). Ci godiamo il clima ormai estivo e la splendida vista del lago, che con il passare delle ore muta continuamente nei colori e nei movimenti. Al tramonto la calma è totale e grossi pesci balzano fuori dall’acqua per acchiappare gli insetti che scendono fino alla sua superficie.

Ultima tappa a Tel Aviv con il suo traffico caotico e una fila infinita in ingresso, che ci spiegano è normale quotidianità. Girelliamo per una via commerciale senza spingerci fino a Giaffa per la lontananza e per il caldo afoso. Facciamo gli ultimi acquisti e ci godiamo il tramonto sul Mediterraneo dal decimo piano dove è situata la nostra camera. Ceniamo in una trattoria italiana dove ci accolgono madre e figlio di origine romana e poi ci prepariamo all’ultimo sforzo: una levataccia alle tre per raggiungere l’aeroporto e il nostro volo di ritorno. Ultima sorpresa: alle quattro del mattino il traffico non c’è, ma la città è sveglia e pimpante con caffé aperti e gente che gira per le strade. In aeroporto poi potrebbero essere le otto o le nove del mattino per la quantità di persone e l’energia che sprizzano.

Alessandra Pedraglio

Care Amiche, cari Amici,

a un anno dal Rapimento del nostro fratello Ghilad Shalit vi segnaliamo una importante iniziativa:

finalmente è disponibile la versione italiana (ridotta rispetto all'ebraico e all'inglese), del sito "Banim", creato per assistere le famiglie nella lotta per la liberazione dei 3 soldati israeliani rapiti e dei quali non si hanno notizie.

http://www.banim.org/en/Italian.html

Sul sito sono riportate, tra l'altro, le modalità di donazione alla Fondazione Keren Maor-Veshavu Banim Legvulam (e i figli torneranno nei loro confini), che è stata fondata allo scopo di aiutare le famiglie a finanziare le iniziative volte a richiamare l'attenzione della politica e dell'opinione pubblica, israeliana e internazionale, sulla sorte dei soldati.

E' importante che ognuno di noi spenda 5 minuti per visitare questo sito. E' per questo che vi preghiamo la massima diffusione.

Si ringrazia Sharon Nizza che si è prodigata dietro le quinte di questa iniziativa.

da:http://www.banim.org/en/Italian.html

Il rapimento di Ghilad Shalit

Il 25 Giugno 2006 alle 5:40 del mattino, alcuni guerriglieri palestinesi hanno attraversato il confine nel sud della Striscia di Gaza, passando per un tunnel scavato nei pressi di "Kerem Shalom". Infiltratisi in Israele, hanno attaccato una postazione militare dell’esercito israeliano, situata in territorio sovrano dello Stato di Israele

Il gruppo, che contava otto palestinesi armati, attraverso il tunnel si è spinto in territorio israeliano per un centinaio di metri, suddividendosi poi in tre squadre. Una delle tre squadre ha attaccato, sparando, un veicolo blindato dell’esercito, che fortunatamente era vuoto, non provocando così vittime.

Una seconda squadra ha invece attaccato una postazione di truppe di pattugliamento del deserto. Nell’assalto sono stati usati esplosivi e armi leggere, che hanno portato al ferimento di tre soldati.

Contemporaneamente, è stato sparato almeno un missile e sono state lanciate delle bombe a mano contro un carro armato situato nelle vicinanze. Sul carro armato si trovavano quattro soldati, tra i quali Ghilad Shalit. Il missile ha colpito la parte posteriore del carro armato, provocando il ferimento dei quattro soldati che si trovavano al suo interno: il comandante e un altro soldato sono morti. Un terzo soldato è rimasto ferito.

Ghilad Shalit, il quarto soldato che si trovava nel carro armato, è stato ferito a una spalla e a un braccio, è stato prelevato dall’interno del carro dai terroristi e trasportato nei territori della Striscia di Gaza.

I sequestratori di Shalit fanno parte delle Brigate Izzedin al-Qassam, del Comitato di Resistenza del Fronte Popolare e della Jihad Islamica.

Non si è a conoscenza dello stato attuale di salute di Ghilad.

Newsletter di Morasha.it a cura di David Piazza
Kolòt-Voci
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C'era una volta un'America…

Un Gangster Ebreo
(Planeta DeAgostini, brossurato, 144 pagine in bianco e nero, Euro 9,95)
testi e disegni di Joe Kubert

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Un'America diversa da quella attuale. Per molti si trattava davvero di un mondo nuovo, dove poter realizzare la propria felicità e ricominciare un'altra vita.

Il padre di Ruby, il ragazzo ebreo protagonista di questa breve graphic novel, era partito proprio con queste intenzioni. Ma qualcosa è andato storto e una vita fatta di sacrifici gli ha donato un figlio che ai doveri scolastici antepone piccoli favori ai boss locali della mafia ebrea di Brooklyn. È così che Ruby intraprendere la sua strada verso il crimine in un'America nel pieno della depressione.

L'ascesa di Ruby, i primi incarichi, la relazione con la moglie del boss… il solito ragazzo rampante cha fa carriera nella mala, il tutto sullo sfondo di una Brooklyn drammaticamente vera (le lotte per i diritti dei lavoratori, lo scontro tra le diverse fazioni).
In definitiva niente di nuovo sul fronte occidentale.

Eppure Joe Kubert riesce a infondere nella sua storia quel qualcosa in più: un'umanità sconfinata. Non è quindi tanto la storia in sé che deve essere analizzata e che rimane in testa al lettore (la stessa conclusione non è poi eccellente), si tratta piuttosto delle sensazioni.

Istantanee profondamente taglienti (il contrasto con il padre, la madre che non disdegna il denaro sporco del figlio, il rapporto con gli amici avvertiti ancora come bambini) attraversano le pagine di questo piccolo "romanzo di formazione" di un gangster.

La fine non è poi così importante: conta di più come si arriva ad essa, il percorso di maturazione personale e interpersonale di Ruby che dovrà rispondere delle sue azioni, coinvolgendo anche le persone a lui care, in questo pericoloso gioco.

I bianchi e neri di Kubert non peccano di una virgola e i volti che dipinge trasudano verità.
Un prodotto d'autore a buon prezzo che acquista punti a una seconda lettura.

Ci piace? Sì, ci piace.

http://www.comicus.it/view.php?section=recensioni&id=395

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"Superman è ebreo? E' questo l'interrogativo che impazza negli Stati Uniti mentre esce nelle sale l'ultimo film della saga, Superman, il ritorno: fra i primi a sollevare il quesito – racconta oggi il quotidiano 'Yedioth Ahronoth' – è stato il rabbino Simcha Weinstein, conosciuto anche come il rabbino dei fumetti per il suo interesse verso i legami fra il mondo dei super-eroi e l'ebraismo. (…)

Per il rabbino, il fumetto è stato la risposta di due giovani artisti ebrei, Jerry Siegel e Joe Shuster, all'ondata di anti-semitismo che si diffuse in America negli anni '30.
Assistendo infatti a una marcia del movimento di ispirazione nazista 'German-American Bund', i due inventarono un super-eroe vestito di blu, Superman, il classico stereotipo – secondo Weinstein – di ebreo inetto e incapace.

''E' come Woody Allen, non riesce ad avere una donna né a tenere un lavoro. Allo stesso tempo, ha dei tremendi segreti sul proprio passato di cui non può parlare''.
(…) Ma la vera motivazione l'ha data Howard Jacobson, uno scrittore inglese di origini ebraiche, per il quale ''Superman è probabilmente ebreo, ma è capace di utilizzare i suoi poteri magici finché nessuno sa che lo è. E non c'è niente di più ebraico di questo''.

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2007-06-24 14:19

ISRAELE SCONGELA PARTE DEI FONDI ANP

GERUSALEMME – Il governo israeliano di Ehud Olmert ha deciso di scongelare parte dei fondi destinati all'Anp di Abu Mazen che erano stati congelati un anno fa dopo la vittoria di Hamas alle elezioni politiche palestinesi. Lo ha reso noto radio Gerusalemme.

Secondo le prime informazioni i ministri hanno deciso di inoltrare al presidente Abu Mazen solo una prima tranche dei fondi attesi dall'Anp. Radio Gerusalemme ha precisato che i versamenti da Israele ad Abu Mazen avranno un carattere graduale e saranno seguiti da un apparato incaricato di verificare che essi non raggiungano in alcun modo le strutture di Hamas.

Il provvedimento, messo a punto nei giorni scorsi dal premier Ehud Olmert durante una missione negli Stati Uniti, è stato adottato nel contesto di un 'pacchetto' di misure concepite per rafforzare il presidente palestinese Abu Mazen nel suo confronto con Hamas. I dettagli di questa politica saranno discussi domani nel vertice quadripartito di Sharm el-Sheikh (Egitto) a cui prendono parte oltre ad Olmert e ad Abu Mazen anche il presidente egiziano Hosni Mubarak e re Abdallah di Giordania. ANSA.IT

Basta sciocchezze sul Medio Oriente

Non esiste una ragione per non accettare la concessione da parte del nemico del 97 per cento delle proprie richieste. Pure, nel luglio del 2000 a Camp David, Yasser Arafat rifiutò proprio la restituzione da parte di Israele del 97 per cento dei territori occupati nel 1967. Fu una scelta ispirata dal rifiuto delle più elementari regole della politica. Fu una scelta jihadista, confermata dal pentimento dello stesso Arafat per quel rifiuto. Un rimorso che però fu ammesso soltanto nel 2003, quando rais dovette prendere atto che il jihad e l’intifada delle stragi che aveva lanciato nel 2001 erano falliti. Non esiste neanche una ragione che giustifichi il rifiuto del governo di Hamas riconoscere lo stato di Israele. Anche se Hamas è assolutamente certa che Israele non ha diritto di esistere avrebbe potuto e potrebbe riconoscere Israele, ricevere i miliardi – non i milioni – di dollari che la comunità internazionale era ed è pronta a consegnare al suo governo e usarli per sviluppare la propria forza politica, economica e militare. E poi – straordinariamente rafforzata – scatenare pure la sua strategia distruzione. Nulla sul piano politico giustifica il rifiuto reiterato a compiere questo passo. Ancora. Nessun movimento liberazione nazionale al mondo, a fronte del ritiro unilaterale del nemico dal suo territorio (nel 2000 dal Libano del sud, nel 2005 da Gaza), ha distrutto tutte le infrastrutture moderne abbandonate dall’occupante, le fattorie, le serre, persino le sinagoghe e si è isolato dalla comunità internazionale soltanto per “ragioni di principio”, perché la legge di Allah non permette altro. Nulla, se non un rifiuto radicale, fanatico, apocalittico della politica e della razionalità spiega il persistente rifiuto di firmare “un pezzo di carta straccia” che riconoscericonosce Israele, magari soltanto al fine di accumulare forze per poi poter tentare di distruggerla (persino Adolf Hitler siglò l’accordo Molotov Ribbentrop quando intendeva distruggere l’Urss). Non esiste infine alcuna ragione, se non rifiuto della politica e l’ideologia jihadista basata sul culto della morte, che spiega perché Hamas ha sparato su al Fatah a Gaza. La vittoria elettorale del 2006 permetteva a Ismail Haniye di dirigere le trattative con Israele da una posizione di forza, emarginando Abu Mazen. Con le casse dell’Anp piene di dollari e di euro – in cambio di poche parole da spergiuro – Hamas aveva la strada spalancata per ottenere il massimo Olmert, che era stato eletto dagli israeliani proprio per replicare in Cisgiordania schema di Sharon a Gaza. Haniye poteva concludere le trattative e avere il suo stato, sceglierle di farle fallire addossando la responsabilità a Israele. Hamas poteva svuotare al Fatah semplicemente portando casa risultati che al Fatah non era più in grado di conseguire. Invece ha scelto il jihad, i razzi su Ashkelon e Sderot, il rapimento di Shalit, il rifiuto di Israele, il tentativo di omicidio di Abu Mazen e il massacro dei suoi uomini a Gaza. I tanti amici dei palestinesi che imperano sui media europei, a fronte di questo quadro, si rifugiano nella incredibile diagnosi di una strana “follia”. Come se i palestinesi – eterni malati – avessero diritto a comportarsi da eterni minorenni scapestrati, incapaci di usare della ragione e della politica. Come se Israele dovesse quindi farsi carico di questo loro deficit di maturità, dovesse accettare di subire le ondate di violenza jihadista con cui soltanto sanno esprimersi e sacrificare la propria sicurezza, la propria possibilità di esistere al loro desiderio di apocalisse. Pochi giorni prima del golpe di Hamas a Gaza, il 10 giugno, Ikrama Sabri, il Mufti dell’Anp, ha emesso una fatwa che spiega perfettamente questa perversa logica palestinese. A fronte di 45 mila richieste di visti di emigrazione per gli Stati Uniti, il Canada e l’Unione europea (10 mila dal gennaio 2007), Sabri ha infatti decretato: “Non è permesso emigrare dalla Palestina”. Questa fatwa spiega perfettamente quale sia il vero nodo della supposta “follia”, quale disumana concezione dell’islam domini la leadership palestinese. Il gran Muftì ha ben chiaro che la volontà di fuga è motivata da ragioni drammatiche, che hanno già portato dal 2001 in poi 80 mila palestinesi a emigrare “a causa della difficile situazione economica e della sicurezza”. Ma il vincolo che impedisce ai palestinesi di espatriare (e si tratta del 5 per cento della popolazione) non è né razionale né politico, è indiscutibilmente religioso: “Dichiariamo che la sharia non permette di emigrare dalle sacre terre. Le persone che vivono in queste aree devono restare nelle loro case e non lasciarle ai conquistatori. Tutti coloro che rispetteranno questa ordinanza compiranno un gesto onorevole e sosterranno la moschea di Al Aqsa”. Ennesima conferma che tutte le sciocchezze che si sono lette in questi giorni in Europa circa la responsabilità israeliana anche nel macello di Gaza, prescindono totalmente da quello che pubblicamente dice e scrive l’islam palestinese, di cui Hamas è proiezione politica. Dopo gli accordi di Riad, soltanto i governi di Gerusalemme e Washington hanno mantenuto un profilo critico. Tutti i governi europei, a cominciare da quello italiano, hanno salutato la “svolta”. Non si contano dichiarazioni – in primis quelle di Massimo D’Alema – che preconizzavano una normalizzazione di Hamas, un suo cammino parallelo a quello dell’Ira e dell’Eta, come scrisse Timothy Garton Ash su Repubblica (anche per l’Eta s’è visto come è finita, peraltro). Pure, Hamas sin dai primi minuti ha chiarito e ribadito che intende rifiutare il “diktat” della comunità internazionale. Pure, mai una sola voce possibilista nei confronti della pacificazione con Israele è venuta da un esponente di Hamas, che al massimo si impegna a posticipare la distruzione dello “stato degli ebrei” di una ventina d’anni. Ma, per le anime belle, i fatti non contano. E’ evidente che al Fatah è stata cacciata nel sangue da Gaza per impedire, per la quinta volta in settanta anni, che Abu Mazen potesse trattare con Ehud Olmert per costituire uno stato palestinese che conviva con lo stato ebraico. Ma si finge che non sia così. Pure, Hamas dichiara achiare lettere che ha sterminato gli uomini di al Fatah perché “agenti sionisti e capitolazionisti”, ribadisce di volere uno stato solo, uno stato islamico, in cui gli ebrei possono vivere, ma soltanto secondo le regole della sharia. Una verità lampante. Detta, scritta, ribadita. Il fatto è che al centro del dramma ci sono gli ebrei e il loro stato, e quindi, al solito, “è sempre colpa loro”, degli israeliani, dei sionisti. Triste conferma dell’attualità del monito del presidente Giorgio Napolitano: “Occorre combattere innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo, anche quando esso si travesta da antisionismo, perché antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle ragioni della sua nascita ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele”.

Carlo Panella (Il Foglio, 23 giugno 2007)

Notizie Ansa

Israele: monito al governo Fayyad

Esecutivo palestinese deve accettare condizioni Quartetto

(ANSA) -GERUSALEMME,24 GIU- Israele riprendera' a cooperare con il governo palestinese di Fayyad quando questo riconoscera' le condizioni del Quartetto,cosi' Olmert. Le condizioni sono: riconoscimento del diritto di Israele all'esistenza, accettazione degli accordi israelo-palestinesi finora conclusi, rinuncia alla violenza. Olmert ha affermato che intanto Israele cooperera' con il presidente palestinese Abu Mazen che incontrera' domani al vertice di Sharm El Sheikh.

24 Giu 18:01

Newsletter di Morasha.it a cura di David Piazza
Kolòt-Voci
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Altri profughi dimenticati

Silvia Golfera

"…Donne, bambini, anziani. Gli uomini non c'erano. Stipati nei pullman, ci diedero coperte, perché faceva freddo. Ci avvolgemmo tutti tremanti, fra i pianti dei bambini piccoli e il vociare confuso dei profughi. Dopo l'appello, i pullman partirono tutti in fila, per Alessandria, e di lì saremmo salpati…Alcuni poliziotti egiziani salirono armati sui pullman…e con aria spavalda confiscarono…oggetti d'oro che le profughe avevano addosso…Un poliziotto pretese anche la fede di una profuga".

Così Carolina Delburgo, signora bolognese di origine egiziana, racconta la cacciata della sua famiglia e di molti altri correligionari, dall'Egitto, dopo la crisi internazionale del 1956, quando Nasser, nazionalizzato il canale di Suez, ne impediva il transito alle navi israeliane. Fu il primo di una serie di conflitti con Israele. Il più grave quello del 1967, con la guerra dei Sei giorni. Gli ebrei egiziani ne pagarono un prezzo altissimo.

Da Radio Cairo, il 25 maggio 1967, la voce di Nasser tuonò non solo nelle case egiziane, ma in tutta l'Africa mediterranea: "Il mondo arabo è fermamente deciso a cancellare Israele dalla carta del mondo". Dei 100.000 ebrei egiziani del 1948, ne resistevano nel 1976 circa 200.

Una vicenda questa di cui si parla poco, ignorata dai media e dagli storici. Una vicenda troppo calda, forse, perché la si possa affrontare in un momento tanto gravido di tensioni. L'ha raccontata Magdi Allam, sulle colonne del Corriere della sera, in un articolo del novembre 2004, dove scrive che "perdendo i loro ebrei, gli arabi hanno perso le loro radici e hanno finito per perdere se stessi".

Rinnegare se stessi, o parte di sé, comporta sempre un prezzo alto, in termini di identità e di equilibrio. 'Rinnegare l'anima' è parente stretta del 'venderla al diavolo', ricorda Allam. Purtroppo le tragedie che percorrono il mondo mussulmano sono una conseguenza pure di quelle scelte.

Alcuni anni fa un breve documentario di Pierre Rehov, "L'esodo silenzioso", fu presentato a Milano, prima di sparire dalla circolazione. Eppure l'esodo degli ebrei dai paesi mussulmani ha segnato una ulteriore pagina nera di quel nerissimo secolo ventesimo da cui non riusciamo a liberarci.

Il libro di Carolina Delburgo, delicata storia familiare, ha il merito di resuscitare la memoria di un evento che, con i suoi pogrom sanguinosi, la sobillazione dei furori popolari, la demonizzazione del nemico, gli espropri e le prepotenze, ha rivaleggiato nei metodi, se non nei risultati, con la politica antisemita di Hitler.

"Quella sera gli ufficiali perquisirono la casa, e non trovando nulla per incolparci, invitarono mio padre e la zia Sara…a seguirli per "delle formalità" da fornire al commissariato. Da quel momento mio padre e mia zia sparirono nel nulla", racconta l'autrice.

Ha termine così quella convivenza, non sempre pacifica, ma comunque proficua e stimolante fra gente di varie culture e religioni, che facevano dei paesi arabi affacciati sul Mediterraneo società sostanzialmente multietniche
Nel 1956 dall'Egitto furono cacciati circa 30.000 ebrei. Pian piano la Cairo cosmopolita dove circolavano lingue e culture diverse, raccontata con nostalgia dallo scrittore Naghib Mafuz, si svuota delle sue molteplici identità per conformarsi ai dettami del nuovo nazionalismo arabo

La famiglia Delburgo, di nazionalità italiana, approda nel porto di Brindisi. L'unica cosa che ha portato con sé è la propria abilità professionale, la volontà di riconquistare una vita dignitosa, la tenacia nel fronteggiare le difficoltà, quegli 'scherzi della sorte' che la storia ha spesso riservato al popolo ebraico. Fortunatamente questa vicenda amara e sconfortante ha un lieto fine. Carolina Delburgo racconta come "fummo davvero commossi e molto grati per la grande umanità con cui fummo accolti, non appena sbarcammo in Italia", alimentando in qualche modo quel mito di "italiani brava gente", così consolatorio per noi, ma purtroppo spesso smentito dalla storia e dalla cronaca. Non in questo caso, però, poiché la famiglia Delburgo riesce a integrarsi felicemente nella società italiana. Senza perdere la propria memoria e nella consapevolezza che niente è mai garantito per sempre: "Ricordatevi che siamo ebrei e…non esiste generazione che non venga colpita da circostanze e fatti incresciosi. È capitato a vostro padre che è vissuto in Europa, ma è capitato anche a me che sono vissuta in Africa…Quando scoppia un conflitto le autorità portano via tutto quello che possono: casa, auto…prosciugano i conti bancari…ma di una sola cosa non potranno mai impossessarsi né mai toccare: la vostra cultura, quello che avete studiato e quello che gli studi vi avranno insegnato a capire!" rammenta Carolina alla figlia adolescente.

Ebbene, la memoria storica serve anche a difendersi dagli errori e dagli orrori del passato. Per questo teniamo vivo il ricordo della Shoah. Per lo stesso motivo trovo ugualmente urgente ricordare le persecuzioni che gli ebrei hanno patito nei paesi mussulmani, tanto più che proprio da lì vengono oggi le più feroci minacce di una nuova apocalittica distruzione verso Israele e tutto il suo popolo. È la convenienza politica che ci spinge a tacere? O ci illudiamo forse che sia un affare fra "altri", in cui non intrometterci, come un tempo fra Hitler e gli ebrei, e che solo chiudendoci gli occhi ne resteremo fuori?

Carolina Delburgo "Come ladri nella notte" ed. Rotas Barletta 2006
Richiedibile gratuitamente a info@cauterium.org

 

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